Pagine di una storia dimenticata: l’eccidio di Buggerru

La Storia, si sa, è scritta dai vincitori. I conflitti e le guerre che nei secoli hanno portato Imperi, Regni e Nazioni ad affermare la propria supremazia hanno anche, inevitabilmente, definito in modo stringente i caratteri di un passato la cui narrazione risulta per forza di cose parziale. Tale aspetto, comunemente condiviso per quanto attiene alla sfera, diremmo oggi, della geopolitica, non è stato forse considerato con altrettanta attenzione in riferimento ai vari argomenti afferenti alla società umana in quanto tale, sebbene, anche in essa, i delicati equilibri fra classi dominanti e subalterne abbiano influito non poco sulla ricostruzione e trasmissione di “ciò che è stato”. Dovremo dunque evidenziare, assumendo un’ottica più ampia, come la Storia che siamo abituati a studiare a scuola e sulla stragrande maggioranza dei libri sia figlia anch’essa di un approccio selettivo i cui criteri rispondono e rispecchiano i rapporti di forza vigenti nella società reale. In tal senso non dovremmo stupirci se il quadro proposto dalla storiografia “ufficiale” abbia da sempre teso a privilegiare vicende e ragioni di quelle elité che hanno, di volta in volta, affermato la propria supremazia nei vari contesti sociali. Ciò ha finito per occultare se non proprio obliare una storia “altra” i cui protagonisti non sono da ricercarsi nelle “stanze dei bottoni” politiche o nei centri nevralgici del potere economico bensì  in quelle stesse masse popolari le cui vicende sono state troppo facilmente trascurate.

L’anniversario della settimana ci porta, dunque, a ricordare un episodio certamente sconosciuto ai più per quanto assai rilevante per la storia del nostro Paese dal momento che il suo tragico accadimento portò al primo sciopero generale avutosi in Italia. Esso ebbe luogo a Buggerru, un piccolo centro del Sulcis-iglesiente sardo nato nella seconda metà dell”800 per accogliere il crescente numero di operai impiegati nelle vicine miniere di zinco e piombo. All’inizio del XX secolo il paese era giunto a contare circa 6000 abitanti ed aveva assistito ad una significativa fioritura tale da valergli l’appellativo di petit Paris. La decisione del governo italiano di concedere in appalto lo sfruttamento dei giacimenti minerari, infatti, richiamò l’interesse della parigina Societé des mines de Malfidano i cui dirigenti, trasferitisi in loco ed accompagnati dalle rispettive famiglie, avevano voluto ricreare un certo ambiente culturale centrato sull’apertura di un teatro, una sala da ballo, un cinema – gestito anch’esso da un francese – e di un ristretto circolo a loro riservato. Se, dunque, la vita per gli esponenti della ricca borghesia locale poteva fruire di tutte le comodità all’epoca reperibili in una moderna capitale europea non altrettanto si poteva dire per gli operai impiegati nelle miniere: questi, infatti, erano costretti a lavorare in condizioni disumane, sottoposti a turni massacranti di 10-12 ore giornaliere senza riposo settimanale, sottopagati e frequentemente vittime di incidenti mortali. A ciò si aggiungeva il sostanziale controllo che la Malfidano esercitava sulle vite stesse dei minatori i quali alloggiavano in case di proprietà dalla stessa ditta francese cui dovevano dunque corrispondere un affitto, acquistavano i beni di prima necessità negli stessi spacci aziendali a prezzi maggiorati e, ultimo ma non per importanza, vedevano minacciato il loro impiego in caso di adesione a organizzazioni o cooperative di natura sindacale.

Nei primi anni del secolo, tuttavia, l’evidente impossibilità di vivere in suddette condizioni, spinse oltre 4000 lavoratori a sfidare il controllo padronale e a riunirsi nella Lega di resistenza di Buggerru la cui guida fu affidata al medico socialista piemontese Giuseppe Cavallera e al romagnolo Alcibiade Battelli. La risposta della azienda non si fece attendere e si tradusse nella nomina a capo delle miniere (1903) di Achille Georgiades, dirigente greco di Costantinopoli noto per il suo pugno di ferro nell’affrontare le vertenze. Ciò non scoraggiò gli operai che a partire dai primi mesi del 1904 presero a promuovere una serie di scioperi con l’obiettivo di ottenere aumenti salariali e, in generale, migliori condizioni di vita e lavoro. L’ennesimo incidente mortale avvenuto nel maggio non poté che esasperare ulteriormente la contrapposizione fra lavoratori e società ma a far precipitare definitivamente la situazione fu la decisione di Georgiades di anticipare a settembre l’entrata in vigore dell’orario invernale con conseguente decurtazione di un’ora di pausa al giorno. A partire dal pomeriggio del 2 settembre, dunque, i minatori scesero di nuovo in sciopero lasciando vuoti i pozzi e dirigendosi verso l’abitato onde indurre gli altri operai ad interrompere ogni  attività lavorativa. Il giorno successivo l’astensione dall’impiego era totale: i pozzi, le officine, la laveria e i magazzini erano deserti mentre nella piazza del paese la folla si riuniva tumultuando.

Forti di una rappresentanza sindacale propriamente detta i minatori avanzarono formalmente le proprie richieste ma l’apparente disponibilità al dialogo della dirigenza aziendale, tradottasi in un incontro con la delegazione operaia svoltosi nel giorno di domenica 4 settembre, valeva solo a guadagnare tempo a fronte della richiesta inoltrata alle autorità di far convergere su Buggerru dei reparti militari per sedare la protesta. In quella stessa giornata, infatti, due compagnie del 42° reggimento di fanteria provenienti da Cagliari giunsero nel piccolo centro del Sulcis e furono alloggiate in un edificio verso il quale, saputo del loro arrivo, conversero in breve anche i dimostranti. La tensione fra scioperanti e truppa si fece immediatamente molto accesa: alla fila di soldati schierati con moschetti carichi e baionette innestate, infatti, si contrappose quella dei manifestanti disarmati ma non per questo meno combattivi. Dopo un breve fronteggiamento alcune pietre furono scagliate contro i militari i quali risposero in modo affatto sproporzionato aprendo il fuoco ad altezza d’uomo: una decina di minatori caddero al suolo due dei quali, Felice Littera e Salvatore Montixi, ormai privi di vita; un terzo, Giustino Pittau, morì in ospedale alcuni giorni dopo; un quarto, Giovanni Pilloni, spirò dopo un mese di agonia.

Come detto l’eccidio, figlio di un esplicito approccio governativo aduso a ridurre ogni criticità sociale a una questione di ordine pubblico, suscitò un forte sdegno in tutta la Penisola e il ripetersi della tragedia pochi giorni dopo a Castelluzzo in provincia di Trapani ove i Carabinieri aprirono il fuoco contro una manifestazione contadina, spinse la Camera del Lavoro di Milano ad indire il primo sciopero generale della storia di tutto il Vecchio Continente: l’agitazione, che avrebbe paralizzato il nostro Paese dal 16 al 21 settembre, rappresentò di fatto l’atto di nascita del movimento sindacale italiano unitario. A Buggerru, invece, il sangue versato fece appena in tempo ad asciugarsi prima della fine dell’agitazione: il 7, infatti, gli operai tornarono alle loro mansioni avendo ottenuto semplicemente il ristabilimento dell’orario estivo. Chi non era morto sul selciato, abbattuto dal piombo della forza pubblica, tornava dunque a morire lentamente nella vera e propria schiavitù e prigionia che rappresentava la miniera: la strada per l’ottenimento dei diritti minimi dei lavoratori era ancora assai lunga.

Andrea Fermi  

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