Tutto quello che mi succede è colpa mia – Dani Fiorenza (intervista)

Questo mese la nostra rubrica letteraria avrà un’uscita aggiuntiva, in cui presentiamo un’intervista a Dani Fiorenza, autore di “Tutto quello che mi succede è colpa mia” (Echos Ed­izioni, 156 pp.).

1) Come nasce la tua passione per la scrittura? Da quanto scrivi? Quando hai deciso di impegnarti su questa strada?

Nel 2000, a quindici anni, mi trasferii con tutta la mia famiglia a Siena e nella nuova scuola che frequentavo ebbi un’insegnante d’italiano la quale, oltre a darci compiti a casa riguardanti il programma scolastico, ci dava anche esercizi di scrittura creativa, tipo sviluppare personaggi fantasiosi, scrivere racconti brevi, realizzare script per cortometraggi. Cominciai così a scrivere ogni tipo di storia che mi passava per la mente, a ruota libera, e notai che non solo la cosa mi veniva facile, ma mi divertiva anche. Quell’anno mi scrissi anche ad una scuola di teatro e, oltre a recitare, decisi di sfruttare questa passione per scrivere testi e storie per la nostra compagnia. Con il passare degli anni, poi, ho deciso di sperimentare nuove strade e mi sono dedicato alla scrittura cinematografica e pubblicitaria, realizzando diversi cortometraggi e collaborando come copy per alcune agenzie pubblicitarie.

2) Perché la formula dei racconti? Sei stato influenzato da qualche autore? Puoi dirci chi? E come mai te ne senti influenzato?

Con una raccolta di racconti hai la possibilità di narrare un maggior numero di storie, ognuna completamente diversa dall’altra. Per me, che ho la fortuna di riuscire a tirare fuori un’idea per un racconto da qualsiasi tipo di avvenimento quotidiano, anche il più banale, è la formula ideale. Inoltre, il bello delle storie brevi è che, al contrario del romanzo, non puoi perdere molto tempo in dettagli e fronzoli, devi riuscire a stravolgere il lettore in poche pagine. Il che non è affatto facile. Sono diversi gli autori che adoro, ma quelli che forse hanno influenzato di più il mio stile sono Dino Buzzati e Franz Kafka. Il primo per la sua capacità di inserire nelle storie aspetti magici accompagnati da un’ironia graffiante, il secondo per la naturalezza con cui riesce a creare situazioni totalmente folli e assurde.

3) I personaggi dei racconti sono ispirati a persone reali o sono tutti frutto della tua immaginazione?

Sono frutto della mia immaginazione. Immaginazione che è ispirata ogni giorno da ciò che mi circonda.

4) Perché la formula del surreale-grottesco? E’ una scelta presa prima di iniziare la scrittura o le storie si sono sviluppate a questo modo da sole?

Quando ho iniziato a scrivere i miei racconti non avevo intenzione di seguire alcun genere o stile in particolare. Se è venuta fuori un’opera grottesca-surreale, è stata una cosa del tutto naturale. L’ironia, la follia e il senso dell’assurdo sono sempre state nelle mie corde, ho sempre avuto un debole per i personaggi un po’ suonati e sopra le righe. Così come ho sempre avuto un debole per quelle situazioni in cui ciò che è, non è, e ciò che non è, è. Ho unito le due cose, ed è venuto fuori quello che è venuto fuori.

5) Cosa pensi della situazione culturale in Italia? Pensi che gli spazi dati ai giovani siano adeguati? E cosa cambieresti?

Dati alla mano, la situazione culturale in Italia presenta luci e ombre. Leggiamo poco, siamo penultimi in Europa per numero di libri letti all’anno, però è in aumento il numero di spettatori al teatro e al cinema, così come aumenta ogni anno il numero di visitatori alle mostre e ai musei. Sicuramente, per quanto riguarda gli investimenti in arte e cultura, siamo un po’ indietro rispetto ad altri paesi, però bisogna ammettere che negli ultimi anni qualche passo importante è stato fatto. Per quanto riguarda i giovani, ho sempre pensato che dobbiamo essere noi a farci spazio da soli e ritagliarci l’attenzione di cui necessitiamo, anziché aspettare che ci venga dato da chissà chi, chissà quando.

6) I concorsi letterari e le fiere del libro non corrono il rischio di diventare un mondo autoreferenziale? Dal punto di vista di un giovane autore esordiente quali ritieni che siano le mosse per ottenere maggiore visibilità?

Dustin Hoffman diceva che la Premiazione degli Oscar è “come un concorso di bellezza, ovvero una cosa sporca”. Sono d’accordo con lui. Pur avendo la loro importanza, spesso e volentieri concorsi e fiere sono una passerella per i soliti autori e le solite case editrici che, a turno, si dividono premi e allori. Per carità, per un giovane autore parteciparvi è una prassi necessaria, se non obbligatoria, per avere un po’ di visibilità. Non dimentichiamoci però che viviamo nell’era della rete e oggi, grazie al web, per un giovane autore è estremamente facile condividere un racconto della sua raccolta con un blog o una rivista letteraria on line seguita da migliaia e migliaia di follower. Il passaparola in rete, oggi, è forse il miglior mezzo pubblicitario che ha a disposizione un esordiente.

7) Sono rimasto molto colpito dal racconto finale “L’ira dei mansueti”, in cui una banda di gatti dichiara guerra allo Stato italiano. Il racconto mi è piaciuto molto, sia perché molto divertente, sia perché non ho capito fino in fondo se i gatti erano una metafora per parlare di altro… Ti va di parlarcene? Come è nata questa idea?

Il racconto può sembrare una metafora del tipo “attenti, perché c’è un limite alla pazienza delle persone, e quando si supera quel limite poi basta un niente, anche una banalità, per far esplodere tutto”, può sembrare un rimprovero a chi governa, invece è un rimprovero alla gente che non dovrebbe arrivare oltre il limite di sopportazione e poi esplodere, dovrebbe alzare un po’ prima la mano e dire “scusate, ma così non va proprio bene”.

Gabriele Germani

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