30 settembre 1977: l’omicidio di Walter Rossi

L’appuntamento con la storia di questa settimana assume delle vesti particolari. Oltre a svolgere la sua “solita” funzione di articolo che ci permette di ricordare ed analizzare pagine del nostro passato recente o remoto, infatti, esso servirà da introduzione e contestualizzazione ad un approfondimento curato dal sottoscritto qualche anno fa*, nell’ambito della stesura della tesi di laurea specialistica. La scelta dell’episodio trattato deriva, come sempre, dalla ricorrenza del suo anniversario – per la precisione il 40° – nella settimana in corso: si tratta dell’omicidio di Walter Rossi avvenuto il 30 settembre 1977. A chi non sia appassionato di storia dei movimenti sociali o, più semplicemente, non abbia particolare dimestichezza con la toponomastica di Roma Nord ove è presente una piazza così intitolata, tale nome dirà ben poco. Ed effettivamente, rispetto ai grandi personaggi o i rilevanti episodi che fin qui abbiamo ricordato nella nostra rubrica, tale personaggio riveste un’importanza indubbiamente meno rilevante in chiave storica. Eppure il suo ricordo ci permette di riflettere su un periodo a noi assai prossimo la cui trattazione ed analisi continua ad essere tutt’oggi controversa: il lungo ’68 italiano e, soprattutto, il 1977.

Su quella che è stata definita la “Stagione dei movimenti”, infatti, sono stati spesi come si suol dire fiumi di inchiostro ma per molto tempo ad un approccio di ricerca scientifica si è sostituito quello di volta in volta agiografico o, viceversa, demonizzante della memorialistica e del giornalismo. Solo negli ultimi anni il fiorire di una storiografia sull’argomento ha permesso di affrontare in modo rigoroso l’analisi di quel decennio fornendo una ricostruzione complessiva certamente più esaustiva per quanto ancora ampiamente in fieri. In questo contesto anche il “movimento del ’77”, che trovò una conclusione simbolica proprio nelle manifestazioni successive all’omicidio di Walter Rossi, è divenuto oggetto di interesse specifico dopo essere stato a lungo condannato ad una sorta di damnatio memoriae assieme alla seconda metà dei ’70. La tendenza anche di certa storiografia, infatti, è stata quella di identificare una cesura nelle esperienza di lotta di quegli anni dividendo il “buon ’68”, portatore di istanze progressive in campo socio-culturale, dal “cattivo ’77”, risultante fondamentalmente degenerativa del primo, assorbita, in termini di analisi, nel grande ed indistinto calderone propedeutico alla lotta armata. Basti pensare che, nella vulgata collettiva, la definizione stessa di “anni di piombo”, coniata in origine per indicare il periodo più duro dell’armatismo estremista  fra il ’78 e i primi ’80, ha finito per inglobare impropriamente quanto inesorabilmente quasi tutto il decennio dei ’70.

Questa lettura, dunque, si è tradotta in una poco esplicativa reductio ad unum di quanto avvenne nella seconda metà di quella stagione e soprattutto durante il 1977. Certamente è innegabile che, guardando all’annus terribilis, il tema della violenza non possa essere considerato come secondario: essa fu un elemento costante, esercitato da tutti gli attori in campo, dai giovani di sinistra, di destra così come dallo “Stato”; cogliere lo spunto di un omicidio per parlarne appare, in questo senso, sintomatico. Eppure considerare tale aspetto come totalizzante, specularmente all’approccio istituzionale dell’epoca che tese a ricondurre quel movimento ad un mero problema di ordine pubblico, ci permetterebbe di comprenderne ben poco. Certo non può essere questo il contesto per affrontarne una disamina approfondita ma basti dire che con lo “strano movimento di strani studenti” si ebbe in termini politici, culturali, artistici e sociali il tentativo più innovativo, multiforme e, in ultima analisi, riuscito di calare il concetto “rivoluzionario” in una prassi quotidiana fatta di concreta rottura con – per dirla con Marx – “lo stato di cose presenti”. Avremo sicuramente modo di tornare a parlare dell’argomento.

In questo quadro pur così vagamente illustrato, dunque, si inserì ed anzi venne in qualche modo a segnarne gli ultimi tratti, l’omicidio di Walter Rossi, militante dell’ormai disciolto gruppo della sinistra extraparlamentare “Lotta continua”, ucciso il 30 settembre 1977 a Roma. Rimandando all’approfondimento cui si è fatto riferimento, qui si dirà solo che il giovane fu colpito alla testa da un proiettile di pistola esploso da alcuni neofascisti mentre partecipava ad un volantinaggio per denunciare il ferimento di una sua “compagna” avvenuto poche ore prima nella medesima zona. Il gruppo, di cui faceva parte il Rossi, nel ridiscendere via Marziale verso piazzale degli Eroi, fu coinvolto in una sassaiola accesa da alcuni alcuni giovani provenienti dalla sede del MSI sita in via delle Medaglie d’oro e cui, peraltro, veniva attribuita la responsabilità dell’accaduto. In tale circostanza le forze dell’ordine, con una manovra quantomeno dubbia, si allontanarono dalla sede missina e, procedendo, verso via Marziale fornirono di fatto copertura ad un piccolo gruppetto di neofascisti intenzionati ad aprire il fuoco contro i loro avversari politici: giunti all’incrocio con la suddetta via, infatti, questi si allontanarono dal mezzo e, raggiunto il marciapiede antistante, spararono dei colpi verso i militanti di sinistra colpendo alla nuca il Rossi che procedeva ricurvo dando le spalle ai suoi assassini nel tentativo di mettersi al riparo. A premere il grilletto, secondo quanto stabilito dai giudici, fu Alessandro Alibrandi, membro del gruppo neofascista dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) deceduto nell”81 durante uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine. A tale conclusione si giunse a seguito delle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti, collaboratore di giustizia anch’egli militante dei NAR ed anch’egli facente parte del gruppo degli “sparatori” cui, tuttavia, secondo il suo racconto, quel giorno si sarebbe inceppata la pistola. A tal proposito non si possono non evidenziare – come peraltro fu fatto dal NAR Valerio Fioravanti, fratello di Cristiano, durante il processo per la strage di Bologna di cui fu ritenuto responsabile – i leciti dubbi relativi alla possibilità che il pentito Fioravanti abbia fatto ricadere sul deceduto Alibrandi le responsabilità dell’omicidio. Proprio su tali dubbi e sulle versioni di vari testimoni dell’epoca che sembrano alludere ad una attiva partecipazione di Cristiano Fioravanti nell’agguato omicida, i compagni e i familiari del Rossi, costituitisi in associazione, riuscirono a far riaprire il caso conclusosi, però, con l’assoluzione dell’imputato e il rigetto del tribunale della richiesta di Appello avanzata dall’associazione stessa (2001). L’ultima sentenza di condanna relativa ai fatti da parte del Tribunale dei minori nei confronti del Fioravanti è datata, dunque, 7 novembre 1990 con la commissione della pena di un anno di reclusione e 500000 lire di multa per reati concernenti il porto di armi, la ricettazione delle stesse e per detenzione di munizioni.

I funerali di Walter Rossi furono l’ultima occasione in cui il movimento del ’77 si ritrovò compattamente in piazza. Con i compagni del defunto si ritrovarono tutti, dagli autonomi agli indiani metropolitani, dai militanti degli ex gruppi extraparlamentari a politici “istituzionali” come Sandro Pertini. Era quella l’ultima “foto di gruppo” di una stagione per molti versi drammatica ma anche in grado di sprigionare formidabili energie di rinnovamento progressivo attraverso il vissuto di una generazione che fu davvero convinta di poter cambiare il mondo tramite la propria partecipazione e le proprie idee.

Andrea Fermi

*per scaricare l’approfondimento clicca qui

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