Il massacro della Moschea di Al-Aqsa

Il più delle volte, quando si guarda al passato soffermandosi su episodi di particolare interesse, l’ottica dello studioso può giovarsi di una visione che non solo permette di collocare l’accadimento nel quadro evolutivo di un pregresso contestualizzante ma anche nella prospettiva tendenziale di esiti conosciuti e già consegnati alla Storia. Vi sono, tuttavia, taluni avvenimenti il cui ricordo ci obbliga a considerare una vicenda non ancora conclusa, un capitolo ancora aperto di un racconto la cui parola fine appare ancora di là da venire. Fra tali vicende certamente va annoverato un conflitto che da ormai più di 70 anni accompagna le sorti del medioriente: il conflitto isrealo-palestinese. Evidentemente, per ovvie ragioni, non ci soffermeremo qui su una ricostruzione dello stesso e su una disamina particolareggiata delle sue molteplici fasi per le quali rimandiamo all’ampia bibliografia esistente sull’argomento. Trarremo piuttosto spunto dalla ricorrenza della settimana per ricordare quanto sia importante approfondire certe tematiche lasciando da parte ogni tipologia di preconcetto o “verità assoluta” per tentare di indagare quanto più efficacemente possibile argomenti così complessi ed articolati.

Pochi, infatti, sono i casi in cui un approccio analitico pregiudiziale si è palesato – e si palesa tutt’oggi – in modo tanto evidente. Del resto, in senso lato, difficilmente ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di diverso da un scontro nel quale i contrapposti interessi territoriali si sono intrecciati e sono stati esasperati da un conflitto religioso su cui, da ambo le parti, si è teso a far leva con intenzioni strumentali. A ciò si è aggiunto, per quanto riguarda specificatamente l’ottica occidentale, l’innegabile peso avuto dall’eredità dell’Olocausto e della discriminazione secolare subita dagli ebrei, di fronte alle quali in Europa ed in America si è teso a riconoscere nell’esistenza di Israele un parziale quanto tardivo “risarcimento” con cui lavare senza troppa fatica la propria coscienza. Inoltre, e sarebbe fin troppo miope non riconoscerlo, in termini geopolitici la fondazione e la tutela di uno Stato ebraico strettamente legato all’Occidente stesso ed agli USA in particolare nel quadro di uno scacchiere regionale strategico per la collocazione geografica e, soprattutto, per la ricchezza di idrocarburi, ha rappresentato un aspetto tutt’altro che secondario nella definizione degli schieramenti che hanno teso ad affiancarsi a questa o quella parte.

Date queste premesse si può facilmente dedurre come l’irrigidimento su posizioni formulate in modo aprioristico sia stato funzionale alla semplificazione di un quadro oltremodo complesso in cui fantasmi del passato, interessi d’area e pressioni internazionali si intrecciano strettamente. Ecco, dunque, l’emergere di un approccio “analitico” dominato, di fatto, dalla sospensione del giudizio critico soprattutto nei confronti di Israele il cui operato ha trovato con sempre maggiore evidenza riparo dalle contestazioni nella confusione strumentale del concetto di antisionismo con quello di antisemitismo e nella sempre più lasca interpretazione del suo diritto all’autodifesa interna ed esterna come giustificazione ad ogni azione condotta nel nome della “lotta al terrorismo”.

Senza entrare nel merito delle conseguenze politiche avuta dall’affermarsi di questo approccio che ha di fatto permesso ai governi israeliani di disinteressarsi delle numerose risoluzioni approvate dall’ONU contro alcune di dette azioni dal 1951 ad oggi, particolarmente significativo è constatare come sul piano dell’informazione di massa occidentale prima ancora che della memoria storica collettiva quegli episodi che potrebbero e dovrebbero indurre l’apertura di un dibattito sull’operato di Israele nel contesto del conflitto mediorientale sembrano semplicemente sparire in un poco comprensibile disinteresse. È il caso, fra gli altri, dell’avvenimento che qui intendiamo ricordare: il massacro della Moschea di Al-Aqsa dell’8 ottobre 1990.

Al-Aqsa sorge in uno dei siti più importanti per la religione islamica: la così detta spianata delle Moschee a Gerusalemme collocata su quello che è conosciuto anche come monte del Tempio dalla cui cima Maometto sarebbe stato assunto in cielo. Il riferimento al Tempio, tuttavia, ci dice qualcosa di più rispetto alla rilevanza del luogo: proprio in corrispondenza di Al-Aqsa, infatti, sorgeva l’antico Tempio ebraico di HaShem edificato, secondo quanto riportato dalla Bibbia, dal Re Salomone e che i Romani distrussero nel 70 D.C., risparmiando una piccola porzione delle mura di contenimento occidentali oggi nota come “Muro del pianto”. L’evidente sacralità anche per la religione giudaica e, conseguentemente, per quella cristiana che, oltre a ricordare il Tempio per la sua importanza veterotestamentaria lo riconosce anche come luogo delle dispute di Gesù con i sacerdoti e di altri rilevanti episodi della vita pubblica del Messia, ha reso il monte stesso uno dei siti più contesi al mondo. Fin dai tempi dell’impero romano, passando attraverso le Crociate – si pensi che i cavalieri templari trassero il proprio nome proprio dall’aver preso sede nella moschea costruita sul sito del Tempio di Salomone dopo la riconquista della città avvenuta nella prima crociata – e giungendo fino ai giorni nostri esso è stato al centro di numerose dispute territoriali. Con la fondazione di Israele nel 1948 e il primo conflitto arabo-israeliano che ne seguì il monte rimase nella parte araba di Gerusalemme ma la successiva “guerra dei sei giorni”, scoppiata nel 1967 e vinta dalle truppe di Tel Haviv contro gli eserciti di Egitto, Siria e Giordania, sancì il definitivo passaggio dell’intera città sotto il controllo israeliano. L’accordo che venne raggiunto con la Giordania cui fu riconosciuta la gestione della spianata tramite l’esercizio di un’opera pia (Waqf), evidentemente, non poté risolvere le criticità di una situazione che, di fatto, rinchiudeva uno dei luoghi più sacri per l’Islam all’interno di un territorio controllato dai soli israeliani. Ciò avrebbe delineato una ragione di conflitto nel conflitto tutt’oggi ben lungi dall’essere risolta: si pensi alla recente risoluzione dell’Unesco (18 ottobre 2016) la quale oltre a riconoscere la spianata come luogo sacro per l’Islam denuncia le violazioni da parte di Israele degli accordi internazionali sanciti proprio nel 1967 – secondo i quali il diritto di preghiera all’interno della spianata stessa è riconosciuto ai soli musulmani – e deplora  “le continue irruzioni da parte di estremisti della destra israeliana e dell’esercito nella moschea di Al Aqsa e nell’ Haram al Sharif”.

D’altra parte proprio un’azione analoga a quelle descritte in suddetta risoluzione e condotta da gruppi di ebrei ortodossi fu alla base di quanto avvenne l’8 ottobre 1990. Nei giorni precedenti a quella data, infatti, il gruppo denominato “I fedeli del Tempio” in occasione di un festival religioso da essi organizzato – il “festival del trono” – diffuse tramite i media l’annuncio di una marcia da tenersi per l’appunto l’8 ottobre sulla spianata delle Moschee e che sarebbe dovuta culminare nella posa della pietra fondativa di quello che era definito il “Terzo Tempio”. Il proclama invitava tutti gli ebrei a partecipare e, tramite le parole del leader e fondatore del gruppo Gershon Solomon, ribadiva come “l’occupazione arabo-islamica dell’area del tempio [dovesse] terminare, e gli ebrei [dovessero] rinnovare il loro profondo legame con l’area sacra”. Quella che si configurava come una patente provocazione non poté lasciare passivi i palestinesi che, onde evitare i blocchi organizzati dall’esercito israeliano per impedire loro l’acceso alla città nonché la chiusura della stessa Moschea anche ai residenti di Gerusalemme, si recarono a migliaia all’interno di Al-Aqsa già dalla sera precedente e dalle prime ore dell’alba. Quando, dunque, i circa 200000 ebrei ortodossi che avevano risposto alla chiamata di Solomon giunsero sulla spianata, il loro tentativo di collocare la prima pietra di un nuovo tempio fu contrastata dai musulmani usciti dalla moschea. Fu allora, erano le 10 del mattina, che ebbe inizio il massacro. L’esercito israeliano, infatti, invece di impedire il contatto fra i due schieramenti caricò violentemente i palestinesi facendo prima uso di gas lacrimogeni e poi ricorrendo alle armi da fuoco: quando 35 minuti dopo il rumore degli spari tacque il sangue era ovunque e copriva a rivoli i duecento metri che separano Al-Aqsa dalla Cupola della Roccia (nome del luogo ove è conservata la roccia dalla quale Maometto sarebbe stato assunto in cielo); 23 palestinesi erano morti e diverse centinaia erano rimasti feriti. I colpi, come raccontarono diversi testimoni, furono rivolti persino contro le ambulanze e lo stesso personale medico che, nelle previste uniformi bianche, tentava di prestare soccorso ai numerosissimi feriti. Per l’accaduto il governo israeliano avrebbe aperto un’inchiesta giungendo alla conclusione che chi aveva fomentato l’escalation negli scontri fossero stati gli stessi palestinesi attaccando il luogo sacro ebraico.

Fra gli innumerevoli episodi di violenza che hanno connotato e continua a connotare il conflitto israelo-palestinese l’8 ottobre 1990, il lunedì nero come anche è ricordato, viene colpevolmente dimenticato. Durante la seconda Intifada, scoppiata nel 2000 a seguito di una provocatoria passeggiata sulla medesima spianata delle Moschee dell’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon, una fazione militante di Al-Fatah – storico partito lungamente guidato da Yasser Arafat, maggioritario nella Organizzazione per la Liberazione della Palestina – si sarebbe richiamata proprio a quei “martiri di Al-Aqsa” per fondare delle brigate combattenti e firmare i suoi attacchi contro militari e civili: stranamente il legame fra i due elementi non sembra essere colto nemmeno da molti esperti e studiosi, ulteriore riprova dell’inspiegabile oblio cui è stato condannato quel massacro. Al di là della memoria, ad ogni modo, quello che resta è il sangue, versato da ambo le parti in una spirale di violenza di cui non è dato ancora vedere la fine. Sarebbe facile concludere questo articolo auspicando la pace ma fin troppi sono coloro che ipocritamente continuano ad invocarla senza davvero volerla. Ci sembra, dunque, più importante appellarci al senso di giustizia, una giustizia che passa anche attraverso il ricordo di tutti quanti, nessuno escluso, sono morti senza colpa in quella tragedia che va sotto il nome di conflitto israelo-palestinese.

Andrea Fermi

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