Turchia: tra repressione del dissenso e resistenza dell’informazione

Il giornalista, scrittore e documentarista Can Dündar, tra le più importanti personalità del mondo dell’informazione turca, durante l’XI edizione del Festival di Internazionale tenutosi a Ferrara dal 29 settembre al 1 ottobre ha ricevuto il Premio Anna Politkovskaja, assegnato ogni anno a personaggi che si sono distinti nella lotta per la libertà di stampa e per i diritti civili, spesso a discapito della propria sicurezza. Questo riconoscimento, attribuitogli in occasione di uno tra i più importanti festival del giornalismo, è l’ennesimo manifestazione di stima e solidarietà che egli ottiene per il coraggio e il valore dimostrati con le sue inchieste in Turchia dal periodo in cui, a seguito dei fatti di Gezi Park del 2013, cominciarono i suoi attriti con il governo. Recep Tayyip Erdoğan, attuale Presidente turco, era ancora Primo Ministro quando le posizioni critiche del famoso redattore nei confronti dei crimini perpetrati dalla polizia durante quei giorni causarono la reazione dell’esecutivo e la fine della sua collaborazione con il quotidiano Milliyet. Diventato poco dopo direttore di Cumhuriyet, principale quotidiano di opposizione e tra le poche voci critiche rimaste nel Paese, nel 2015 pubblica le riprese che dimostrano il coinvolgimento degli agenti del MIT (Millî İstihbarat Teşkilâtı, servizi segreti turchi) nella fornitura di armi ai gruppi jihadisti in Siria. A Novembre dello stesso anno il giornale viene premiato da Reporter Senza Frontiere per l’indipendenza e il coraggio dimostrato dai suoi giornalisti.

Intanto Erdoğan, divenuto Presidente, decide di far pagare un caro prezzo a Dündar la sua inchiesta: con l’accusa di terrorismo, spionaggio e divulgazione di segreti di Stato ordina il suo arresto e quello del collega Erdem Gul, che vengono incarcerati per tre mesi, di cui 40 giorni trascorsi in isolamento, nella cittadella di reclusione per oppositori politici Silivri. La Corte Costituzionale decide per la loro librazione e Dündar attende la pronuncia del verdetto di primo grado, prevista per il 6 maggio 2016. Quel giorno, mentre si reca in tribunale, scampa a un attentato fuori dall’aula grazie al pronto intervento di sua moglie e di un membro del Parlamento. Rimasto fortunatamente illeso entra in aula e ascolta la sentenza che lo condanna a cinque anni e dieci mesi di reclusione. A seguito di questi fatti e in attesa del processo d’appello fugge a Berlino, dove fonda il portale di informazione turco-tedesco Ozguruz (“Siamo liberi”), un sito attraverso il quale continua a diffondere quelle notizie che non è più possibile pubblicare nel suo Paese. Sua moglie, bloccata in Turchia a seguito del sequestro del passaporto, non può seguirlo ma continua a sostenerlo tenacemente. Durante la cerimonia di apertura del Festival di Internazionale, il 29 settembre ci racconta la sua storia, che è quella di una Turchia brutalizzata da una tremenda repressione, nella quale non è mai stato così difficile difendere la democrazia. Intervistato da Jacopo Zanchini definisce il suo Paese “la più grande prigione al mondo per i giornalisti”, con circa 150 redattori e scrittori attualmente incarcerati, tra cui figurano quattro dirigenti del Cumhuriyet, organo di stampa e di resistenza che ha subìto decine di minacce e sequestri nell’ultimo anno e ha visto sei sui giornalisti perdere drammaticamente la vita in attentati politici. Dal fallimento del colpo di Stato del 15 luglio 2016 messo in atto da una parte delle forze armate, che secondo gli osservatori internazionali sarebbe stato un espediente utilizzato dal politico turco per legittimare la durissima repressione del dissenso in atto nel Paese, il governo ha intensificato l’autoritarismo palesando una crescente linea antidemocratica: ha acquisito un controllo totale del parlamento, della polizia, dell’esercito, della magistratura, dell’istruzione, portando avanti una massiccia epurazione nella pubblica amministrazione e nel settore dell’informazione, con sospensioni e arresti. Erdoğan ha ordinato la chiusura e il sequestro di più di duecento testate tra quotidiani, magazine, società di distribuzione e dell’editoria, siti web, ha oscurato l’enciclopedia online Wikipedia, espulso decine di corrispondenti stranieri e revocato oltre mille tessere stampa. Alcuni giornalisti rischiano fino a 43 anni di carcere con l’accusa di sostegno ad organizzazioni terroristiche armate, tra cui il partito curdo Pkk e il movimento religioso Hizmet.

In occasione della cerimonia il sindaco Tiziano Tagliani consegna il premio Anna Politkovskaja nelle mani di Can Dündar. “La sua storia è simbolica del processo di involuzione turco” – si legge nella motivazione – “di come la svolta autoritaria si è accompagnata a un giro di vite contro l’informazione e contro i giornalisti e di come la libertà di stampa è sempre la prima vittima dei regimi di ogni colore (..) Ed è proprio perché il suo coraggio sia contagioso, in Turchia e nel resto del mondo, e per il suo infaticabile impegno nella ricerca della verità, nella difesa della libertà d’espressione che si è deciso di attribuirgli questo riconoscimento.”.

Ribadendo dal palco dell’Apollo di Ferrara la fortuna di essere scampato all’attentato, Dündar rivolge un pensiero a chi ha pagato a caro prezzo il coraggio dimostrato svolgendo il proprio lavoro con responsabilità e senso del dovere: “Quando ho saputo che mi era stato assegnato questo premio ho pensato ai nostri eroi, giornalisti scomparsi in nome della libertà di espressione”. Colmo di gratitudine, definisce il riconoscimento “una risposta forte ai proiettili, alle denunce, alle minacce” e “un robusto sostegno alla nostra lotta per la libertà di pensiero”. Con la promessa di fedeltà alla strada aperta da Anna Politkovskaja e alla memoria dei giornalisti scomparsi si impegna davanti a una folla emozionata a non scendere mai a compromessi, a difendere fino alla fine e ad ogni costo la verità attraverso l’informazione. “La Turchia è stata finora l’unico Paese laico e democratico di religione musulmana, ma il presidente Erdoğan vuole trasformarlo in un regime islamista radicale ed ha l’ambizione di diventare un riferimento per tutto il mondo islamico” – spiega il giornalista turco – secondo cui la speranza di liberarsi da questa spirale di repressione è però ancora viva, grazie alle molte persone che non sono disposte ad arrendersi e sono pronte a combattere per la libertà contro l’ondata di ritorno all’autoritarismo. All’ottimismo delle sue parole si contrappone una dura realtà, fatta di drammatici attacchi sventati contro gli oppositori al regime anche fuori dal territorio turco. Per far comprendere la difficile vita di un giornalista libero, tesa fra un alternarsi di premi e punizioni, Dündar decide infatti di condividere con il pubblico le sue ultime 24 ore, durante le quali The Guardian gli ha riferito di averlo scelto, insieme al suo quotidiano Cumhuriyet, come uno dei candidati al premio Nobel per la pace (assegnato il 6 ottobre all’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, coalizione globale della società civile per il bando alle armi nucleari).
All’orgoglio e alla gioia per questa notizia, che dimostra (almeno formalmente e al di là dell’esito) l’appoggio alla resistenza dell’informazione libera e laica, ha fatto seguito poche ore dopo la notifica di emissione da parte del governo turco di un mandato di cattura a livello internazionale nei suoi confronti, per cui è stata richiesta l’estradizione. Il giorno seguente un pubblico impaziente lo attende nel cortile gremito del Castello Estense per l’incontro “Storie di frontiera e di esilio”, ma Can Dündar non c’è. Ha lasciato Ferrara ed è in viaggio verso la Germania per sottrarsi al mandato di cattura dell’INTERPOL, che ha recentemente portato all’arresto di altri due giornalisti dissidenti fuggiti in Spagna dalle persecuzioni di Erdoğan. Il messaggio del Presidente turco è tanto chiaro quanto inquietante: i suoi oppositori sono raggiungibili e perseguibili anche fuori dalla Turchia. Da qui l’appello lanciato all’Unione Europea e all’INTERPOL prima di andarsene, con un messaggio che viene letto durante l’incontro: “Non voltatevi dall’altra parte, scegliete da che parte stare ed opponetevi all’autoritarismo turco in maniera netta!”. 

È un messaggio ad un’Europa per la quale Erdoğan svolge ad oggi un compito più criminoso che utile, trattenendo migliaia di migranti all’interno delle frontiere turche per frenare i flussi migratori lungo la rotta balcanica (per approfondimenti “L’accordo UE – Turchia e la chiusura della rotta balcanica: tutelare i migranti o deresponsabilizzare l’Europa?” ). Un accordo scellerato come lo è quello più recente stretto con la Libia e che prevede lo stanziamento di finanziamenti da parte dell’UE per ostacolare la partenza dei migranti, reclusi in campi di detenzione gestiti da guardia costiera libica e da trafficanti di esseri umani, dai quali i malcapitati possono sperare di uscire solo pagando ingenti somme di denaro. Subito dopo la lettura del messaggio ad Anna Maria Giordano, moderatrice dell’incontro, viene consegnato un cellulare dal quale legge un SMS inviato alle 16:54: “Appena varcato il confine Austria – Germania”. Can Dündar è in salvo, almeno per ora.

Martina Masi

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