Storie di eroismo dimenticato: Edith Cavell

Quando si parla di guerre o battaglie, di solito, gli atti di eroismo e coraggio sono associati a delle figure che ebbero la ventura di distinguersi come particolari latori di morte in condizioni, magari, particolarmente svantaggiose. Il passato, tuttavia, ci ha consegnato anche degli esempi di personaggi che sono stati in grado di guadagnarsi un posto nella storia opponendosi a siffatti massacri e salvando delle vite umane in contesti che, di umano, mantenevano ben poco. È il caso, fra gli altri, di Edith Cavell, infermiera britannica nata a Swardeston il 4 dicembre 1865 e morta, nelle circostanze che illustreremo di seguito, il 12 ottobre 1915 a Schaerbeek, Belgio.

Edith – prima di quattro figli, 3 femmine ed un maschio – nacque dall’unione del vicario anglicano Frederick Cavell e Louisa Sophia Warming. La sua infanzia, pur se non vissuta in eccessive ristrettezze, non fu comunque particolarmente agiata: la decisione del padre di far costruire a proprie spese il grande vicariato della cittadina ove la famiglia prese la sua residenza, infatti, gettò i Cavell quasi sul lastrico e lì obbligò a fare i conti con una situazione economica non  rosea che, sebbene permise loro di assumere dei domestici, li obbligò anche ad una vita sostanzialmente frugale. In tali circostanze, ad ogni modo, Edith poté coltivare le sue passioni sportive (pattinaggio sul ghiaccio, danza e tennis) e artistiche (disegno e pittura) nonché avviare i suoi studi, dapprima privatamente e poi in varie scuole dei centri limitrofi ove si dedicava anche alla professione di governante. La sua attitudine alle relazioni umane ed alla cura del prossimo, dunque, già cominciavano a palesarsi ma fu solo durante una vacanza in Austria e Baviera nel 1888 che, visitando un ospedale, la sua predisposizione nei confronti dei malati prese forma evidente. Dopo aver passato ulteriori cinque anni a Bruxelles (1890-1895) lavorando sempre come governante e perfezionando il suo francese, Edith tornò in patria per dedicarsi al padre in un periodo di salute cagionevole di quest’ultimo e, finalmente, prese la decisione di dedicarsi all’attività di infermiera.

Lo studio e preparazione al mestiere, dunque, portarono la giovane primogenita Cavell per alcuni mesi al Fountains Fever Hospital di Tooting e, a partire dall’aprile del 1896, al London Hospital. Già nell’estate del 1897 Edith venne inviata assieme ad altre cinque colleghe a Maidstone per far fronte ad un’epidemia di febbre tifoide, impegno che le valse una medaglia al merito conseguente alla bassa mortalità dell’epidemia stessa. Seguirono incarichi sempre più importanti – durante i quali Edith sperimentò ed adottò l’allora innovativa pratica di visitare i pazienti anche dopo la dimissione dalle strutture ospedaliere – fino ad arrivare alla convocazione del dr. Antoine Depage per visitare una sua paziente a Bruxelles. Fu questo il motivo per il suo ritorno in pianta stabile sul continente data anche la stretta collaborazione che si instaurò con il Dr. Depage fortemente impegnato nell’innovazione del settore infermieristico belga: dal loro impegno, infatti, nacque il 10 ottobre 1907 L’École Belge d’Infirmières Diplômées, struttura volta alla formazione di infermiere laiche (fino ad allora a svolgere la professione erano state principalmente le suore certamente volenterose ma spesso non adeguatamente preparate). Dopo le iniziali difficoltà dovute alla diffidenza delle donne locali, soprattutto della buona società, nei confronti delle attività lavorative, la convocazione da parte della regina Elisabetta di Wittelsbach di una infermiera formatasi nella scuola per la cura del suo braccio rotto, valse all’istituto una importantissima pubblicità che permise la sua definitiva affermazione: nel 1912 l‘École addestrava infermieri per tre ospedali, ventiquattro scuole comunali e tredici asili.

Sebbene, dunque, l’attività in Belgio la impegnasse a tempio pieno Edith trovava spesso il modo per fare ritorno in Gran Bretagna e visitare sua madre che, dopo la morte del padre, si era trasferita a Norwich. Fu proprio durante uno di questi suoi viaggi che scoppiò la prima guerra mondiale. Nonostante in patria fosse senza dubbio più al sicuro, la convinzione che soprattutto in un momento siffatto la sua presenza fosse assai più utile al fronte indusse la Cavell a far ritorno a Bruxelles e, soprattutto, a non abbandonare il Paese dopo l’invasione tedesca, avvenuta pochi giorni dopo il suo rientro. Convertita  l‘École in un’ospedale della Croce Rossa Edith ebbe modo di prendersi cura tanto di feriti tedeschi quanto belgi in un atto di attenzione nei confronti della vita umana che ignorava distinzioni di nazionalità e casacca. Il suo impegno, tuttavia, non si limitò all’ambito medico: molti soldati inglesi e francesi rimasti tagliati fuori dai loro eserciti in ritirata, infatti, trovarono nell’ospedale della Cavell dapprima un rifugio sicuro e poi il punto di partenza del loro espatrio segreto verso i neutrali Paesi Bassi.

La rete di aiuti che così si venne a creare e che poteva contare anche sull’appoggio di illustri personalità appartenenti alla nobiltà belga rimase in funzione per circa un anno favorendo la fuga di molti militari alleati. Tra il giugno e l’agosto 1915, tuttavia, questa fu scoperta dai tedeschi i quali provvidero all’arresto di molti dei suoi appartenenti, compresa la Cavell. Sebbene le perquisizione presso il suo ospedale diedero esito negativo – Edith aveva avuto cura di tenere all’oscuro tutte le infermiere e di cucire il suo diario in un cuscino –, gli inquirenti riuscirono a far credere con l’inganno all’infermiera britannica di avere tutte le prove per una sua condanna e che la sua eventuale confessione avrebbe potuto salvare le vite dei suoi collaboratori. Seguirono lunghe settimane di detenzione ed isolamento durante le quali Edith maturò la convinzione che, effettivamente, quanto le era stato detto fosse la verità e che le accuse mosse contro di lei rispecchiassero le sue azioni. All’apertura del processo, il 7 ottobre 1915, dunque, ella confessò tutto di fatto firmando di proprio pugno la sua condanna. L’11 ottobre il tribunale tedesco emetteva per lei e per altri quattro imputati sentenza di morte mentre altri ventidue accusati ricevettero pene minori. Alle 2 del mattino del giorno successivo, dopo essere stata confessata da un cappellano britannico cui disse di non serbare rancore nei confronti di nessuno, Edith Cavell venne condotta nel vicino poligono di tiro di Schaerbeek e, nonostante le esitazioni di alcuni soldati tedeschi, fucilata assieme ad un altro condannato mentre per i restanti tre destinati all’esecuzione la pena fu commutata in carcere a vita. La salma dell’infermiera di Swardeston fu frettolosamente sepolta in loco.

La notizia dell’accaduto ebbe una grande eco in tutto il mondo e, come era lecito aspettarsi, soprattutto in Gran Bretagna ove nelle settimane successive al fatto si ebbe un raddoppiamento degli arruolamenti. Non solo: al pari di altri episodi particolarmente “sentiti” dall’opinione pubblica, la decisione di procedere alla fucilazione, determinata secondo i tedeschi dalla normativa esistente sulla base delle confessioni pronunziate dall’accusata, avrebbe spinto sul lungo periodo gli Stati Uniti ad entrare in guerra e a segnarne così il destino. Alla fine del conflitto mondiale la salma di Edith Cavell fu riesumata e dopo un lungo viaggio celebrativo, sepolta nella cattedrale di Norwich a seguito di una cerimonia cui partecipò anche la famiglia reale inglese. Molte furono negli anni le commemorazioni ed altrettante le strutture ospedaliere e non a lei intitolate in Belgio e Gran Bretagna. Al di là della strumentalizzazione propagandistica di cui fu fatta oggetto durante la guerra, dunque, resta oggi la memoria di una donna che ebbe il coraggio di sacrificare la propria vita per salvare quella altrui maturando la convinzione, nel suo fervente credo, che il patriottismo così drammaticamente deformato nella tragedia del conflitto dovesse essere esaminato alla luce di qualcosa di più elevato.

Andrea Fermi

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