Corsi e ricorsi: il giovedì nero e la crisi del 1929

Se si dovesse scegliere un solo argomento del passato il cui studio si presta in modo particolarmente pertinente all’analisi del contesto attuale, quello della crisi economica sarebbe certamente tra i più adatti. Ormai da circa dieci anni, infatti, la questione legata alla depressione seguita all’esplosione della bolla dei mutui subprime negli USA tiene banco nelle discussioni delle classi dirigenti di tutto il globo e, soprattutto, si traduce in effetti critici per il tessuto sociale di molti Paesi. Per la verità le differenze fra le due più rilevanti crisi che il sistema capitalistico ricordi sono molteplici e riflettono un mondo modificatosi con una velocità estrema sotto tutti i punti di vista ma se dovessimo identificare un aspetto che ne accomuni l’evoluzione ci soffermeremmo senza dubbio sulla comune nascita nell’ambito finanziario e la seguente ricaduta su quello dell’economia reale. Questo aspetto, infatti, riflette una tendenza alla finanziarizzazione evidentemente maturata da lungo tempo nel processo di accumulazione capitalistico: non a caso quando si parla dell’inizio della così detta “Grande depressione” del 1929 si fa riferimento al “crollo di Wall Street” ovvero della borsa degli Stati Uniti.

Abitualmente quando si fa riferimento a suddetto crollo ci si riferisce a quello che passò alla storia con il nome “martedì nero” (29 ottobre 1929), identificato come il giorno in cui si registrò un vero e proprio tracollo del valore dei titoli borsistici seguito ad una mole di vendite azionarie senza precedenti. A ben guardare, tuttavia, il mercato dava segni di forte instabilità già dal settembre con un progressivo calo di suddetto valore intervallato da brevi e non sostanziali rialzi. Ma anche volendo identificare una data specifica che ci indichi “l’inizio della fine”, occorrerebbe  risalire a qualche giorno prima di quel famoso martedì dal momento che le prime significative ondate di sell-off (vendi tutto) si registrarono già a partire del precedente giovedì, 24 ottobre 1929. Racconta Claire Suddath in un articolo apparso sulla rivista Time dal titolo “The crash of 1929”: “L’ultima ora di negoziazioni di giovedì, 24 ottobre 1929, i prezzi delle azioni crollarono improvvisamente . Quando suonò la campanella di chiusura, alle 3:00 , tutti erano sconvolti. Nessuno aveva capito bene quello che era appena successo, ma la sera stessa cominciarono a rendersene conto e furono presi dalla paura e dal panico. Quando il giorno dopo il mercato riaprì, i prezzi furono di nuovo travolti da una violenza rinnovata. […] Tredici milioni di azioni passarono di mano – fu il più alto volume giornaliero di scambi nella storia della borsa, fino a quel giorno […] Il giorno seguente , il presidente Herbert Hoover parlò alla radio per rassicurare il popolo americano, dicendo: «I fondamentali del paese […] poggiano su una base solida e prospera»”.

Differentemente da quanto annunciato dal presidente USA, tuttavia, la situazione era tutt’altro che rassicurante e l’atteso o meglio sperato rimbalzo non si verificò nemmeno il lunedì successivo quando, al contrario, i titoli continuarono ad essere venduti ad una velocità tale che i traders non ebbero nemmeno modo di registrare tutte le transazioni essendo obbligati a lavorare anche di notte. Molti dormirono perfino in ufficio o per terra cercando di riposare quanto più possibile per un secondo giorno della settimana che si annunciava oltremodo impegnativo. Secondo i racconti legati a quanto accadde in quel “martedì nero” nessuno riuscì a sentire la campanella di apertura delle attività di borsa poiché le urla invitanti a vendere erano talmente alte da coprire ogni altro rumore. Nei primi 30 minuti del 29 ottobre 1929 furono vendute tre milioni di azioni e con loro svanirono nel nulla oltre due milioni di dollari. Le linee telefoniche furono intasate tutto il giorno e i telegrammi trasmessi da tutto il paese triplicarono. Il nastro su cui scorrevano le quotazioni delle transazioni reali si srotolava tanto velocemente da rendere impossibile il suo rimpiazzo al momento della fine. In caso di mancate garanzie da parte degli azionisti i brokers vendevano tutto bruciando, spesso, i risparmi di una vita dei piccoli investitori. Quando il mercato chiuse più di 16 milioni di azioni avevano cambiato proprietà e il Dow Jones era calato di ulteriori dodici punti percentuali (43 in tutto).

La spirale apparentemente inarrestabile avviatasi in modo evidente ed esplosivo il 24 ottobre, dunque, giunse al suo culmine la settimana successiva e fu così chiaro a tutti in modo inequivocabile che non si trattava di una semplice fase transitoria ma che si stava aprendo una crisi di lunga durata e dalle conseguenze inimmaginabili. Come avvenuto negli anni 2000, infatti, ben presto l’economia reale seguì la tendenza di quella finanziaria: negli Stati Uniti e, a cascata anche in Europa, si ebbero ondate di licenziamenti e cali vertiginosi della produzione industriale ormai incapace peraltro di essere assorbita da una domanda sempre più ridotta. Centinaia furono le banche che chiusero i battenti, migliaia le imprese fallite, milioni le persone che persero tutto, lavoro e persino casa come testimoniato dalla proliferazione delle baraccopoli.

Il lungo percorso che portò alla ripresa dell’economia mondiale – si pensi che Wall Street tornò ai livelli antecrisi solo nel 1954 – si sarebbe dipanato attraverso una molteplicità di interventi che, anche a partire dall’esempio delle economie pianificate e dell’URSS in particolar modo di fatto interessata ben poco dalla crisi, furono basati sostanzialmente sull’aumento dell’intervento statale nell’economia (il New deal di Roosvelt sviluppato sulla base delle teorie keynesiane). Sebbene tali misure ebbero un effetto positivo sulla ripresa esse non furono, tuttavia, decisive e non poterono impedire al mondo di avviarsi verso l’immane tragedia della seconda guerra mondiale la quale rappresentò di fatto contemporaneamente effetto e soluzione della “Grande depressione”.

Andrea Fermi

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