Storie oscure: la vita di Gilles de Rais

Se ciascuno di noi dovesse ripercorrere nella propria mente la storia dell’umanità per come la conosciamo e studiamo comunemente, con tutta probabilità le immagini che scorrerebbero di fronte ai nostri occhi richiamerebbero alcuni momenti e contesti specifici delle grandi civiltà che ci hanno preceduto: costruzioni, città, battaglie e personaggi verrebbero evocati dalla nostra memoria ad illustrare ciò che simbolicamente riconosciamo come momenti fondamentali e rappresentativi del nostro passato. Ovviamente più si scende nell’ambito della “microstoria”, nello studio, cioè, di quegli episodi e individui il cui lascito non è stato tanto rilevante da finire sui testi di comune lettura, più le lacune di questo quadro si fanno evidenti. Ora, se in molti casi tralasciando il piano “storico” e scendendo su un livello più “umano” si scoprono vicende piene di coraggio ed eroismo, succede anche di imbattersi in storie assai meno edificanti, storie oscure ed inquietanti il cui ricordo ci interroga da vicino sui limiti dell’orrore cui l’uomo può spingersi. È questo il caso della vita di Gilles de Rais, nobile francese impiccato perché riconosciuto colpevole di agghiaccianti reati il 26 ottobre 1440 a Nantes.

Gilles de Montmorency-Laval, meglio noto come Gilles de Rais, nacque a Champtocé-sur-Loire nel 1404 in uno dei tanti castelli appartenenti alla sua famiglia denominato “la Torre Nera”. Appartenente ad una delle più potenti famiglie francesi, rimase orfano di entrambi i genitori in tenera età (la madre morì di malattia ed il padre ucciso da un cinghiale durante una battuta di caccia) e fu allevato dal nonno materno Jean de Craòn, uomo scaltro e dalle grandi ambizioni. Nel castello di quest’ultimo, Gilles fu avviato all’addestramento militare e, a soli 16 anni, obbligato ad un matrimonio di interesse con la ricca ereditiera Catherine de Thouars dopo che due precedenti fidanzamenti erano naufragati a causa di opposizioni politiche e della prematura scomparsa delle  stesse future mogli. Giovane, di bell’aspetto e destinato a divenire possessore di una delle più grandi fortune di Francia, Gilles trascorse questi anni di formazione fra lussi e feste di corte ma ben presto si unì anche alle scorrerie che il nonno organizzava contro nobili rivali per ampliare ulteriormente il proprio potere e le proprie ricchezze. In tal senso è senza dubbio lecito ipotizzare che la figura priva di scrupoli e dai molti lati oscuri di Jean de Craòn abbia non poco influenzato il carattere e la natura stessa del nipote.

Forte di questa “esperienza” nel 1427 Gilles decise, dunque, di avviare concretamente la sua carriera militare ponendosi al servizio di Carlo VII di Francia ed impegnandosi in svariati episodi della “Guerra dei cent’anni”. Grazie all’intercessione del parente Georges de La Trèmoille, Gran Ciambellano di Francia, il giovane de Rais entrò presto nelle grazie del sovrano ed ebbe modo di incontrare Giovanna d’Arco con cui si sviluppò uno stretto rapporto. Quale che fosse il legame fra colui che la storia ci ha consegnato come un mostro e colei che, al contrario, è stata santificata, sui campi di battaglia, la loro collaborazione ottenne ottimi risultati ad Orléans, Jargeau, Meung-sur-Loire e Beaugency. Tali furono i successi che Gilles fu nominato pari di Francia, Consigliere e Ciambellano del Re e, soprattutto, il 21 aprile 1429 Maresciallo di Francia, la più alta carica militare all’epoca riconosciuta oltralpe. Con questi titoli de Rais rimase a combattere sulla Loira e, quindi, in Normandia ancora fino al 1432, alla guida di un esercito personale da lui stesso finanziato.

In quell’anno la morte del nonno e l’aver ereditato un’immensa fortuna che sommava i possedimenti dei de Craòn nella Bretagna, nel Maine e nell’Angiò alle terre dei de Rais e dei de Thouars, tuttavia, lo indusse ad allontanarsi dai rischi della guerra e a dedicarsi ad una vita assai lussuosa e raffinata: Gilles acquistò vesti, mobili e manoscritti rari di grande pregio, finanziò costosi spettacoli teatrali, fece costruire una cappella e elargì aiuti economici ad opere pie, il tutto non lesinando sulle spese del suo seguito che, si narra, in un solo viaggio ad Orléans giunse al numero di ben 200 persone e ad un esborso totale di 80000 corone d’oro. Con una condotta siffatta il pur ricchissimo patrimonio non poté non andare incontro ad una consunzione quantomai rapida e, in breve tempo, il barone de Rais fu costretto a ricorrere a prestiti e a vere e proprie svendite dei propri possedimenti per mantenere uno stile di vita tanto dispendioso. A partire dal 1434 gli sperperi e le difficoltà conseguenti costrinsero Gilles in una situazione di sempre più evidente solitudine: la moglie, infatti, lo abbandonò mentre il fratello prese possesso del castello di Champtocé ed il Re Carlo VII giunse persino a emanare una interdizione su richiesta della famiglia dichiarando nulle eventuali ulteriori vendite.

Fu in questo periodo che, nella speranza di trovare il modo di ottenere nuovamente la perduta fortuna, Gilles de Rais cominciò ad interessarsi di occultismo, interesse, questo, che tramite il suo cappellano Eustache Blanchet, lo spinse a richiamare al suo servizio un giovane monaco spretato aretino dedico all’alchimia e a pratiche allora ritenute stregonesche, Francesco Prelati. Quest’ultimo, impegnato nella ricerca della pietra filosofale, convinse il barone di avere al suo servizio un demone di nome “Barron” il quale, per soddisfare le richieste avanzate, esigeva i cadaveri di bambini. I continui insuccessi del suo “stregone”, tuttavia, dovettero convincere Gilles a muoversi anche su un più concreto piano militare nel tentativo di riottenere le sue ricchezze e il 15 maggio 1440 mosse alla riconquista del castello di Saint-Étienne de Mermorte, da lui regolarmente venduto al tesoriere di Bretagna Guillaume Le Ferron. L’azione, oltre a violare un contratto regolarmente stipulato, tuttavia, portò il barone anche a infrangere le leggi della Chiesa, entrando in armi in un luogo sacro e prendendo in ostaggio il canonico Jean Le Ferron, fratello del nuovo proprietario del maniero.

Per questo motivo il vescovo di Nantes, competente per territorio, decise di avviare un’indagine che, nel volgere di pochi mesi, portò all’arresto dello stesso de Rais assieme a diversi suoi servitori e all’avviamento del processo inquisitoriale. Fin dall’inizio delle attività processuali, tuttavia, fu chiaro che le accuse sarebbero andate ben oltre quelle che avevano motivato la cattura e l’imprigionamento: già nel giorno di apertura, infatti, comparvero di fronte al vescovo ed al viceinquisitore di Nantes ben otto testimoni che lamentarono la scomparsa di bambini ed il loro rapimento ad opera di una serva dell’imputato, Perrine Martin soprannominata “la Meffraye”. Il 13 ottobre, quando il processo riprese dopo alcuni giorni di pausa, furono verbalizzati ben 49 capi d’imputazione che accusavano Gilles de Rais di aver rapito 140 bambini, di averli seviziati, stuprati,  uccisi nei modi più perversi ed ancora di aver smembrato i loro corpi, di averli bruciati onde offrirli in sacrificio ai demoni durante le sedute stregonesche praticate con il Prelati. Dapprima l’imputato negò recisamente ogni responsabilità in merito ai fatti contestati. accusando i giudici di aver allestito il processo per sottrargli le sue ricchezze. L’immediata scomunica e le minacce di tortura, tuttavia, dovettero sortire un effetto devastante sulla sua mente giacché il 15 ottobre, al termine delle 48 ore concesse dalla corte per preparare una difesa, Gilles confessò una quantità enorme di indicibili crimini sostanzialmente confermando tutte le accuse. Secondo le sue parole l’inizio della scia di sangue che lo aveva visto sadico protagonista di violenze atroci nei confronti di bambini e bambine, doveva essere fatta risalire già al 1432 quando, insediatosi nel castello avito di Champtocé, aveva cominciato ad ordire il rapimento di minori poveri o abbandonati. Sulla base di questa confessione, dunque, il barone Gilles de Rais e due suoi servitori furono condannati a morte; l’esecuzione avvenne mediante impiccagione il 26 ottobre 1440 ed il solo corpo del Barone, condannato ma rimesso dai peccati di apostasia e invocazione demoniaca nonché di sodomia, sacrilegio e violazione dell’immunità della Chiesa, ebbe risparmiato il rogo onde essere seppellito, come richiesto, nella cappella dei Carmelitani di Nantes.

La figura di Gilles de Rais è sopravvissuta nei secoli attraverso un personaggio letterario a lui apertamente inspirato e divenuto nel tempo un vero e proprio archetipo, Barbablu. In verità, oggi, a quasi sei secoli di distanza, i dubbi su chi sia stato davvero il barone de Rais sono molti: la pubblicazione di alcune carte processuali sul finire dell”800, infatti, hanno sollevato molteplici dubbi sull’attendibilità delle accuse e sulla giustizia di una sentenza comminata senza nessun corpo di reato e solo sulla base di una confessione estorta sotto la minaccia di tortura. Le stesse parole utilizzate dall’imputato, l’indulgenza nei confronti di dettagli macabri, osceni e raccapriccianti, sembrano in più parti ricalcare le lunghe testimonianze contro di lui rilasciate e in parte anche lo stesso atto d’accusa iniziale. Evidentemente quegli interessi economici denunciati a gran voce dallo stesso Gilles all’inizio del processo non possono essere tanto facilmente trascurati e lasciano più di un lecito dubbio sulle ragioni profonde di questa oscura vicenda.

Andrea Fermi

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
0 Commenti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

©2017 virgoletteblog.it ideato da Filippo Piccini sito web realizzato da Riccardo Spadaro

Log in with your credentials

Forgot your details?