Russiagate, resa di Flynn: “Ho contattato i russi lo chiese il genero di Trump”

L’ex consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn è stato incriminato per aver mentito all’Fbi, ha accettato di collaborare con il procuratore speciale Mueller, e secondo la tv Abc sarebbe pronto a testimoniare che proprio Trump gli aveva ordinato di contattare Mosca. Di sicuro ha confessato che il genero del presidente, Jared Kushner, gli aveva ordinato di parlare col Cremlino. È la svolta più grave del “Russiagate”, che ora davvero minaccia di raggiungere il presidente.

Ieri mattina Flynn, che era stato costretto a dimettersi il 13 febbraio scorso per aver mentito al vicepresidente Pence riguardo i suoi contatti con Mosca, si è presentato in tribunale accettando le proprie colpe: «E’ stato straordinariamente doloroso sopportare questi molti mesi di false accuse di tradimento, e altri atti oltraggiosi. Però riconosco che le azioni ammesse oggi in tribunale erano sbagliate e, attraverso la mia fede in Dio, sto lavorando per rettificare le cose. La mia ammissione di colpevolezza e l’accordo per cooperare con l’ufficio del procuratore speciale riflette una decisione che ho preso nel miglior interesse della mia famiglia e del nostro paese. Accetto la piena responsabilità per le mie azioni». L’avvocato di Trump, Ty Cobb, ha risposto che «nulla nell’incriminazione riguarda altre persone oltre Flynn». Lui ha mentito, lui deve pagare. Dunque il presidente lo ha scaricato, e proprio questa sarebbe la ragione che nelle ultime 24 ore ha convinto l’ex generale a cedere e collaborare col procuratore, davanti al rischio di dover pagare enormi parcelle agli avvocati e finire comunque in prigione, magari insieme al figlio indagato con lui.

Mueller ha accusato Flynn di aver mentito all’Fbi, negando due episodi. Primo, la conversazione avuta il 22 dicembre 2016 con l’ambasciatore russo a Washington Kislyak, in cui gli chiedeva di votare contro una risoluzione all’Onu che condannava gli insediamenti israeliani nei Territori occupati. Secondo, la telefonata del 29 dicembre sempre con Kislyak, in cui lo aveva sollecitato ad evitare reazioni contro le ritorsioni appena imposte dal presidente Obama per l’interferenza di Mosca nelle presidenziali, promettendo di rivedere poi le sanzioni in vigore dall’invasione dell’Ucraina. In entrambi i casi l’ex generale aveva violato il “Logan Act”, una legge che vieta ai privati cittadini di condurre attività di politica estera, perché all’epoca l’amministrazione Trump non era ancora in carica. Ma il vero punto dell’incriminazione non è questo, e neppure le bugie raccontate all’Fbi. L’elemento più scottante è che Flynn ha rivelato di aver parlato di queste sue iniziative con due alti dirigenti del “transition team”, e secondo la Abc sarebbe pronto a testimoniare che lo stesso Trump gli aveva ordinato di prendere contatti con i russi, per discutere come collaborare nella lotta contro l’Isis e gli estremisti islamici. Se questo fosse vero, lo stesso presidente potrebbe aver violato la legge. Uno dei due dirigenti del “transition team” era Kushner, che forse ha mentito anche lui riguardo le conversazioni con Flynn, infatti è stato interrogato pochi giorni fa da Mueller. Jared era stato contattato dal premier israeliano Netanyahu, che conosce da quando era bambino, affinché si adoperasse per bloccare la risoluzione all’Onu. Quindi forse anche lui ha violato la legge, tanto che Ivanka sarebbe andata dal padre a chiedere di salvare suo marito.

L’altra questione fondamentale da scoprire è perché Trump e la sua amministrazione avevano tutto questo interesse a collaborare con Mosca. Era solo una linea politica ritenuta conveniente per gli Usa, oppure dietro c’erano altri motivi? E se le ragioni erano davvero innocue, perché il 14 febbraio il presidente aveva chiesto al capo dell’Fbi Comey di lasciar perdere l’inchiesta su Flynn, licenziandolo poi a maggio perché non gli aveva dato garanzie? Era stato un tentativo di ostruire il corso della giustizia, perché l’ex generale aveva informazioni pericolose?

La notizia ieri ha offuscato il voto in corso al Senato sulla riforma fiscale, primo grande successo legislativo di Trump, e ora pone una seria ipoteca sulla Casa Bianca. Dopo l’incriminazione del manager della campagna presidenziale, Manafort, arriva quella del consigliere Flynn. Uno che sa quasi tutto della campagna elettorale di Donald, e ha appena iniziato a parlare.

fonte: LASTAMPA.it

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