Fra storia e leggenda: Giovan Battista Perasso detto Balilla

Ciascuno di noi, nel proprio bagaglio di memorie personali, conserva il ricordo di almeno un’occasione in cui, in un’assolata giornata al mare o nel freddo di un pomeriggio invernale, si è ritrovato con gli amici in qualche bar a giocare a biliardino o, come anche è chiamato, al “calciobalilla”. Per decenni a partire dal periodo fra le due guerre mondiali ma soprattutto dopo la fine della seconda, infatti, i biliardini sono stati assai diffusi nei locali pubblici e solo l’affermazione dei videogiochi ne ha progressivamente soppiantato la presenza senza, peraltro, diminuirne il fascino. Quanto senza ombra di dubbio è andato via via dissolvendosi negli anni è la conoscenza del perché tale gioco assunse un nome così particolare e, nella fattispecie, a chi o a cosa esso si riferisse. È evidente, infatti, che a quanti nacquero o vissero durante il ventennio mussoliniano il termine “balilla” appariva affatto consueto: così fu chiamato in quel periodo un modello di automobile dalla Fiat e un caccia ricognitore dall’Ansaldo mentre il regime stesso appellò in tal modo un sommergibile. D’altra parte, persino nello sforzo operato dal regime stesso per “fascistizzare” la società l’utilizzo di tale nominativo si ritagliò un ruolo nella suddivisione dei giovani in fasce corrispondenti all’età: dagli otto agli undici anni i bambini maschi facevano parte, appunto, dei “balilla” come voleva il riferimento ad una vulgata celebrativa affermatasi già nel risorgimento e citata persino nel brano di Mameli e Novaro destinato a divenire inno della repubblica italiana il quale, nella quarta strofa, recita: “I bimbi d’Italia si chiaman Balilla”.

Chi era, dunque, questo “balilla” che il patriottismo italiano elevò ad eroe nazionale?  Per conoscere la storia del ragazzo cui fu attribuito tale soprannome occorre tornare alla Genova del XVIII secolo. La città che per secoli aveva conteso a Venezia il controllo dei commerci marittimi ed era stata una potenza dell’intera area mediterranea, infatti, da ormai svariati decenni era entrata in un declino economico-politico tale da indurre i nascenti stati-nazione europei a considerarla come terra di conquista. Attorno alla metà del ‘700, dopo essere già stata invasa dalla Francia, la “Superba” entrò nelle mire espansionistiche anche dell’impero asburgico che nell’autunno del 1746, durante la guerra di successione austriaca, inviò le sue truppe per occuparla. L’insofferenza della popolazione per l’invasione, tuttavia, si rivelò motivo di una resistenza inaspettata per gli invasori che, a seguito di una rivolta, furono costretti ad abbandonare la città. È, dunque, in tale contesto che si inserisce la vicenda di “balilla”, un giovane cui una storia che sfuma nella leggenda attribuì niente meno che il ruolo di primo animatore dell’insurrezione popolare.

Secondo quanto affermatosi nei racconti dell’epoca, infatti, il 5 dicembre 1746 nel quartiere di Portoria un reparto di soldati austriaci stava trasportando un pesante cannone quando le ruote sprofondarono nel fango bloccando il carro. La richiesta di aiuto nei confronti di alcuni abitanti del quartiere espressa da un ufficiale tramite un arrogante ordine trovò risposta nel gesto di sfida di un giovane del luogo che, gridando “Chi l’inse” (“Volete che cominci io?”), scagliò una pietra contro i soldati. Tale gesto rappresentò la scintilla che accese la rivolta e che permise alle masse popolari, nel volgere di soli 5 giorni, di liberare la città.

L’effettivo accadimento di tale episodio è confermato da diverse testimonianze tra cui quella del diplomatico veneziano Cavalli il quale, in un dispaccio del 13 gennaio 1747, affermò di aver visto un manifesto nel quale era detto che «la prima mano, onde il grande incendio s’accese, fu quella di un picciol ragazzo, qual diè di piglio ad un sasso e lanciollo contro un ufficiale tedesco»[i]. Tuttavia non esistono prove documentali dimostranti che il fanciullo in questione fosse detto “balilla” né tanto meno comprovanti la sua identità. L’attribuzione di tale soprannome nonché di un nome ed un cognome, dunque, trovano le loro fondamenta nella continuità della tradizione nel quartiere di Portoria che fu, in un certo qual modo, certificata da un’apposita commissione istituita dalla municipalità di Genova nel 1881. Tale commissione, composta da alcuni illustri cittadini come

il prof. A. G. Barrili, l’avv. Cornelio De Simoni, il prof. L. T. Belgrano ed il march. M. Staglieno, ascoltò le testimonianze di alcuni anziani del quartiere i quali riferivano quanto ascoltato dai loro nonni asseritamente diretti conoscitori del “balilla” e concluse di potersi stabilire la “quasi certezza” che questi fu Giambattista Perasso, figlio di Antonio Maria tintore di seta, nato a Genova nella parrocchia di S. Stefano il 26 ottobre 1735. Invero nei decenni successivi varie altre ipotesi furono avanzate: alcune furono smentite, altre semplicemente non comprovate. Di fatto la parola conclusiva fu apposta nel 1927 dalla Società Ligure di Storia Patria la quale ribadì come, sulla base della documentazione disponibile, non fosse possibile identificare con certezza il “ragazzo delle sassate”.

Se un alone di mistero aleggia, quindi, attorno a chi fosse quel giovane ciò non ha in alcun modo ostacolato l’affermarsi di un vero e proprio mito ed, anzi, in un certo qual modo, ne ha favorito la celebrazione: proprio la mancata identificazione con una specifica individualità, infatti, ha finito per favorire l’immedesimazione del “balilla” con il popolo tutto. D’altra parte, la stessa ampia diffusione nella Genova dell’epoca di tale soprannome dal significato di “pallina” sembra aver involontariamente favorito questa stessa spersonalizzazione. In ultima analisi, al di là delle evidenti strumentalizzazioni in chiave patriottica durante il risorgimento o smaccatamente nazionalista durante il ventennio fascista, quel che resta del “balilla” non è tanto il suo valore storico soggettivo ipoteticamente identificabile in Giovan Battista Perasso quanto il suo valore simbolico in grado di condensare nella parabola di un sasso scagliato la volontà popolare di lotta contro ogni oppressore.

Andrea Fermi

[i] A. Bozzola, La controversia austro-sarda sulla capitolazione di Genova del 6 settembre 1746. Estratto dal Bollettino storico-bibliografico-subalpino, Torino, 1934, p. 33.

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