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EUROZONA, LA GRANDE FUGA DI CAPITALI

In Italia e Spagna, ma anche in Germania e Francia o in Spagna, il comportamento dei cittadini è inequivocabile. Ormai ci si prepara alla fine dell’euro. Esodo dei flussi dai paesi del sud verso le banche del Nord.


La grande ritirata ha avuto inizio circa quattro anni fa, ogni tanto accelera e solo di rado rallenta. Ma non si ferma mai. Non accenna in nessun momento, almeno per ora, a invertire il senso di marcia. È la ritirata del denaro: silenziosa e poco visibile per i cittadini, è la grande forza che sta mettendo alla prova centinaia di milioni di lavoratori e imprese nel continente.

Gli addetti ai lavori lo chiamano «sudden stop», arresto improvviso. Si trattasse di un corpo umano, sarebbe un infarto che impedisce al sangue di raggiungere le membra e alcuni degli organi vitali. Con l’euro questo fenomeno prende la forma di una fuga degli investitori esteri da qualunque parte dell’area e non solo dalla cosiddetta «periferia» composta da Italia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia.

In realtà un po’ ovunque banche e imprese stanno rimpatriando i fondi e i conti bancari dagli altri Paesi d’Europa verso il proprio Paese d’origine: il fenomeno della rinazionalizzazione dei capitali colpisce la Germania quanto l’Italia, la Francia come la Spagna; se Spagna e Italia ne soffrono più di Germania o Francia, è semplicemente perché le economie dell’Europa del Sud hanno molto più bisogno di capitali esteri per finanziare i propri debiti e così continuare a funzionare.

È come se l’invisibile ragnatela del denaro che tiene unita l’area monetaria, l’infrastruttura dell’euro, si stesse sfaldando e ritraendo mese dopo mese. Chi ha bisogno del denaro altrui per vivere, perché ha troppi debiti, avverte questo fenomeno come una carenza di liquidità che rallenta i pagamenti, soffoca le imprese, distrugge i posti di lavoro.

Ma più questa infrastruttura dell’euro si ritrae, più si estende un secondo processo patologico: in certi Paesi deboli dell’area, i risparmiatori temono che le banche o lo Stato non reggano il colpo, non si fidano più e decidono di mettere in sicurezza i propri soldi. Decidono di portarli altrove.

Nasce così l’altro fenomeno, parallelo al grande rimpatrio dei fondi: in Grecia o in Spagna, a Cipro o in Irlanda i cittadini e le imprese chiudono i loro conti in banca e portano i soldi in Germania, in Lussemburgo, in Olanda o anche in Francia. In Italia i deflussi di depositi di qualche mese fa si sono fermati, poi c’è stato un netto recupero da febbraio a aprile, anche se ora si aspettano dati affidabili su maggio e giugno.

Le due correnti, rimpatrio dei fondi e fuga dei capitali, viaggiano allo stesso tempo e sono alimentati da un timore comune: che l’euro un giorno potrebbe non esserci più; ma sono proprio queste due correnti che ne mettono in pericolo la sopravvivenza, ed è l’incertezza che ne deriva a sua volta alimenta i flussi perversi di capitale.

La spirale si può spezzare, occorre un accordo al massimo livello politico come lo fu Maastricht nel ’91. Ma i dati della Banca centrale europea e quelli della Banca dei regolamenti internazionali mostrano che l’avvitamento è in corso ed è partito quando in Occidente l’accumulo di debito è arrivato a livelli insopportabili.

Tutto è iniziato nella prima metà del 2008, alla vigilia del collasso di Bear Stearns e Lehman Brothers negli Stati Uniti. Dal marzo al giugno di quell’anno ha raggiunto il record di sempre l’esposizione delle banche francesi e tedesche sull’Italia (rispettivamente 531 e 269 miliardi di dollari), ma anche di quelle tedesche sulla Spagna (211 miliardi) o di quelle italiane su Francia e Germania (rispettivamente 88 e 427 miliardi di dollari).

Da allora la crisi e poi i timori per il futuro dell’euro hanno suonato la grande ritirata per tutti. Alla fine del 2011 le banche francesi avevano ridotto i loro investimenti sull’Italia del 37%, cioè di duecento miliardi di dollari (84 miliardi solo negli ultimi sei mesi del 2011). Nel frattempo le banche tedesche hanno tagliato la loro esposizione sull’Italia del 50% e sulla Spagna del 53%. Solo da Germania e Francia su Italia e Spagna, si è consumato un rimpatrio di capitali sulla scala colossale di 600 miliardi di dollari in tre anni. Gli spread sui titoli di Stato sono esplosi così.

Di certo francesi e tedeschi erano preoccupati per la tenuta del debito dell’Italia o della Spagna, ma non è il solo motivo. A ben vedere, le banche italiane si sono comportate esattamente allo stesso modo: dal 2008 al 2011 hanno tagliato i loro investimenti in Germania del 46% (cioè di ben 200 miliardi di dollari) e in Francia del 54%.

Ognuno è tornato con i propri soldi in casa propria, come se non si fidasse più di restare altrove nell’area-euro. Perché? Due ragioni: le autorità nazionali di controllo, dalla Bafin tedesca alla Banca d’Italia, hanno spinto in questo senso; ma soprattutto le banche (e le imprese) hanno deciso che forse in un giorno molto vicino l’euro non esisterà più, quindi è più sicuro tenere le proprie attività e le proprie passività tutte dentro la stessa giurisdizione nazionale, in modo da evitare rischi futuri con un tasso di cambio fluttuante fra l’Italia e la Germania, o la Spagna e la Francia: meglio non avere debiti in una moneta che si rivaluta e introiti in una moneta debole.

È questo comportamento che sta sfaldando l’infrastruttura dell’unione monetaria, in un panico che si autoalimenta. Il risultato è che l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda o la Grecia hanno perso gli investitori privati esteri nel loro debito e faticano a finanziarsi.

La tabella al centro, elaborata da Jean Pisani-Ferry e Silvia Merler del centro-studi Bruegel, mostra che i fondi privati dall’estero verso l’Italia sono crollati nell’ultimo anno di 200 miliardi: circa il 14% del Pil. Fuori dall’Italia, non ci sono più compratori privati di Bot o Btp. Li ha dovuti sostituire la Bce, comprando direttamente titoli di Stato oppure prestando alle banche italiane perché lo facessero. Il risultato è che nel sistema dei pagamenti interno alle banche centrali europee federate nella Bce, chiamato «Target 2», l’Italia o la Spagna sono sempre più in debito e la Germania sempre più in credito (tabella sopra).

E i conti in banca delle famiglie e delle imprese? Lì la grande fuga ha preso una forma diversa. Dalla Grecia sono defluiti il 16% dei depositi bancari fra marzo 2011 e marzo 2012, in tutto il 30% dal 2009: è già più di quanto accadde in Argentina con il default. In Spagna l’emorragia dei depositi è stata del 4-5% fino a marzo scorso e da allora è certamente proseguita. E in Italia? Secondo le stime della Bce, i depositi nel marzo di quest’anno erano del 2% superiori rispetto a un anno prima. Ma esistono delle fragilità: un principio di ritiri dai conti correnti alla fine dell’anno scorso fa sì anche ancora a primavera scorsa i depositi bancari italiani fossero dello 0,7% al di sotto dei livelli massimi raggiunti nel dicembre del 2010.

Molti in Italia, in Germania, in Francia o in Spagna si stanno comportando come se temessero la fine dell’euro. Cercano di prepararsi alla fine dell’unione monetaria. Ed è così che la stanno rendendo possibile.

da WALLSTREETITALIA.com 

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