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Pensieri

LE “FALLE” DELL’UNIVERSITÀ ITALIANA. INTERVISTA A SIMONE COLAPIETRA

Alla soglia del 2013 è ancora possibile pensare alla laurea come prospettiva per infinte possibilità di carriera? A quanto pare la risposta è no.


Sono tantissime le ‘falle’ del sistema universitario italiano, a metterle tutte in luce ci ha pensato Simone Colapietra, 21enne laureando in Economia che ha deciso di dare voce a quei pensieri ‘condivisi’ che nessuno ha il coraggio di esprimere.

Il suo libro ‘Il fallimento del’Università italiana’ ripercorre, a partire dal decreto amministrativo 509/1999 (quello che ha trasformato le lauree quinquennali in 3+2) tutte le ‘tappe sbagliate’ del sistema, lasciando ai lettori un difficile quesito: vale la pena laurearsi oggi?

Il libro è un percorso che analizza, dal punto di vista dello studente, i momenti salienti che hanno determinato il fallimento del Sistema Universitario Italiano. Una critica che non attacca solo chi è al vertice ma anche gli stessi ‘colleghi’, spesso più interessati a veicolare una certa immagine. Pensieri condivisi da tantissime persone… tu perché hai deciso di metterli su carta e pubblicarli?

Credo che qualcuno dovesse fare questo ‘sporco lavoro’ così mi sono rimboccato le maniche ed ho iniziato a scrivere. In verità non avevo alcuna intenzione di scrivere un libro, ma con il tempo mi sono reso conto che a forza di analizzare le falle del sistema universitario avevo materiale a sufficienza. Questo non è il primo libro che analizza il sistema universitario in ottica fallimentare e critica. Numerosi sono stati i saggi di autorevoli docenti. Sicuramente il mio libro rispetto agli altri apporta una novità: è scritto in ottica di studente, fruitore finale del mondo accademico.

Nel libro presenti tante teorie e concetti interessanti. Nelle prime pagine parli di ‘Università forzosa’ descrivendo la laurea quasi come uno ‘status symbol’ piuttosto che un titolo di studio…

In verità è uno status symbol peculiare. Al ragazzo medio magari interessa più avere un iPhone che una laurea, ma quest’ultima diventa obbligatoria perché c’è la concezione che con una laurea si aprano più porte per un lavoro.

E invece non è così?

Assolutamente no. La laurea dava il pane fino a una decina di anni fa. Ma non serve un’analisi economica, questa cosa è lampante: oggi quasi tutti i ragazzi sono laureati…c’è un eccesso. Il mercato del lavoro non riesce ad assorbirli..

Quindi la disoccupazione dipende da un eccesso di domanda?

A tal proposito devo richiamare un importante tesi che ho scritto nel libro ‘L’Università è parzialmente complice della disoccupazione’. Per spiegare questo facciamo un piccolo passo indietro. Oggi ci sono figure professionali che, in barba alla crisi, sono in sottoccupazione. Tra questi il falegname, il pasticciere, il sarto, ecc. Si tratta di tutti quei lavori manuali che però richiedono una certa maestria e competenza. Questi lavori non vuole farli più nessuno. Perché? Sicuramente la TV ha fatto molti danni in questo senso, ma è qui che è entra l’Università colpevole. Con l’avvento del 3+2 si è abbassata l’asticella delle difficoltà. L’università è stata resa più accessibile, meno difficile e, dunque, massificata. Questo ha contribuito ad alimentare l’eccesso di laureati.

A questo proposito uno dei punti centrali del tuo discorso riguarda proprio la riforma scolastica e la nascita del sistema 3+2 con il conseguente proliferare delle ‘Lauree topolino’…

Nello specifico il 3+2 si proponeva di avvicinare prima i laureati al mondo del lavoro. È stato invece un miserabile fallimento.

Le lauree topolino avevano il fine di inserire prima nel mercato del lavoro. Erano infatti nate lauree assurde, che sostanzialmente fornivano conoscenze pratiche. E qui il fallimento è duplice: in primis perché non hanno funzionato, nel senso che quei dottori topolino sono rimasti disoccupati; in secundis perché delle mere conoscenze sono state sopraelevate a rango accademico. Si è sbiadita la differenza di significato fra cultura e conoscenza praticaprofessionale.

Nel testo parli anche di ‘Erasmus’ definendolo in alcuni casi come una ‘scorciatoia’…

Quando ero a scuola ho viaggiato tantissimo e naturalmente si tratta di esperienze che mi sono servite molto anche per la conoscenza delle lingue straniere. È così che ho imparato a parlare in maniera discreta l’inglese e il francese. Purtroppo molti studenti vedono l’Erasmus come l’ennesima occasione per divertirsi a spese della famiglia o dello Stato (se borsista) e usarlo come mezzo per dare via degli esami che in Patria sono degli scogli. È su questo che verte sostanzialmente la mia critica.

Credi che si possa venir fuori sa un sistema così ‘sbagliato’?

Credo che sia molto difficile per il semplice fatto che attori di questo problema sono tutte le università europee…quindi sarebbero troppe le persone a cui ‘tirare le orecchie’!

Alla luce della tua analisi quindi cosa consiglieresti ad un ragazzo che sta terminando la scuola ed è incerto sul suo futuro?

Se non ama studiare e non è interessato a nessun ramo disciplinare gli sconsiglio fortemente l’università perché sarebbe un’inutile tortura che potrebbe anche non portare a termine. Se ama la cultura si valuti bene il panorama: una laurea non dà lavoro. La cultura si può anche coltivare in maniera personale. Siamo al paradosso: oggi sul mercato del lavoro è più spendibile un diploma alberghiero rispetto a una laurea in giurisprudenza. A voi le conclusioni.

da YOU-ng.it

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