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IL GOVERNO RIDISEGNA L’ITALIA, SPARIRANNO 35 PROVINCE

Il governo riduce le province nelle regioni ordinarie. Sono 86, si arriverà a 51. A novembre 2013 le elezioni per le nuove realtà, da gennaio 2014 saranno pienamente operative. Con loro le nuove città metropolitane. Tanti risparmi e qualche malumore. Costrette all’unione, brontolano città rivali come Livorno e Pisa.


Il governo riduce il numero delle province italiane. Oggi sono 86, solo nelle Regioni ordinarie. Entro un anno saranno 51. Il Consiglio dei ministri convocato questa mattina a Palazzo Chigi ridisegna la cartina politica italiana con un decreto destinato a creare più di qualche polemica (all’esecutivo il difficile compito di mediazione tra le richieste di mantenimento dello stato attuale e i tentativi di cancellare tout court le amministrazioni provinciali). Brevissimi i tempi per quello che il titolare della Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi descrive come «un processo irreversibile». Le giunte saranno soppresse a partire dal primo gennaio 2013. Si occuperanno di gestire la fase di transizione non più di tre consiglieri delegati dal presidente. Si dovrà attendere fino al novembre 2013, invece, per le elezioni che rinnoveranno i nuovi organismi. Pienamente operativi a partire dal gennaio 2014.

Le province italiane diventeranno “solo” 51. Comprese le città metropolitane, che sostituiranno le amministrazioni nelle maggiori realtà urbane italiane. Mancano all’appello le province delle regioni a statuto speciale. L’esecutivo assicura che si occuperà di queste realtà in un secondo momento, considerato che la spending review ha concesso altri sei mesi di tempo per la loro definizione.

La riforma «si ispira ai modelli di governo europei – chiarisce l’esecutivo – in tutti i principali Paesi Ue, infatti, ci sono tre livelli di governo». Nessuna deroga, al momento. «Per assicurare l’effettività del riordino posto in essere, senza necessità di ulteriori interventi legislativi – viene spiegato – il Governo ha delineato una procedura con tempi cadenzati garantiti dall’eventuale intervento sostitutivo di commissari ad acta». Il processo di razionalizzazione è solo iniziato. E i suoi effetti saranno quantificati solo al termine. «Il riordino delle province – si legge – è il primo tassello di una riforma più ampia che prevede la riorganizzazione degli uffici territoriali di governo in base al nuovo assetto. Dunque anche gli altri uffici su base provinciale saranno di fatto dimezzati. Al termine di questo processo sarà possibile calcolare gli effettivi risparmi che comporterà l’intera riforma».

La mappa presentata dall’esecutivo chiarisce gli ultimi dubbi. In Piemonte saranno accorpate le amministrazioni di Asti e Alessandria, Biella e Vercelli e Verbano-Cusio-Ossola e Novara. Stessa sorte per le province emiliane di Parma e Piacenza, Reggio Emilia e Modena. Il consiglio dei ministri sancisce l’unione di Imperia e Savona in Liguria e Ravenna, Forli-Cesena e Rimini in Romagna. Nel Lazio si passa da cinque a tre province. Esclusa l’area metropolitana di Roma, saranno unite Viterbo e Rieti, ma anche Latina e Frosinone. Accorpate Benevento e Avellino in Campania, Brindisi e Taranto in Puglia. E le calabresi Crotone, Catanzaro e Vibo Valentia.

Tra rivendicazioni campanilistiche mai sopite, si alzano le polemiche. In Lombardia sono già sul piede di guerra gli amministratori di Monza – guidati dal sindaco Roberto Scanagatti – che non hanno gradito l’accorpamento con Milano. Tanti dubbi anche in Umbria, dove il governo ha obbligato alla coabitazione le due province storicamente rivali di Terni e Perugia. In Toscana fa discutere la scelta di unire le “nemiche” Pisa e Livorno (con loro anche Massa Cassara e Lucca). Tanto che, raccontano le cronache locali, nelle ultime ore ignote mani livornesi avrebbero già imbrattato il cartello stradale che segna il confine provinciale specificando: «Pisa – frazione di Livorno». Qualcuno festeggia lo scampato taglio. È il caso del presidente dell’amministrazione di Arezzo Roberto Vasai, che nel pomeriggio terrà una conferenza stampa nel Palazzo della Provincia. E del consigliere regionale Veneto Sergio Reolon, felice per la salvezza della provincia di Belluno. Risparmiata dall’esecutivo in quanto interamente montana (per lo stesso motivo è rimasta autonoma anche la provincia di Sondrio). Ma anche, stando al giudizio del consigliere, perché una «realtà viva». Tra gli scontenti, c’è anche l’Italia dei Valori. «La riduzione delle province produrrà più confusione che altro» ha spiegato il vicecapogruppo alla Camera Antonio Borghesi. La soluzione alternativa? Un taglio netto. «La loro totale abolizione porterebbe in modo concreto a 2-3 miliardi di risparmi dai costi della politica».

da Linkiesta.it

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