Pensieri

LA SFIDA INFINITA DELLE PRIMARIE? È INIZIATA NEL 1870

Affonda le radici nell’Ottocento, ha attraversato tutti i drammi del Novecento e non si placa in questo nuovo millennio. È la divisione a sinistra: tra massimalisti e riformisti, socialisti e comunisti, anarchici e liberal-progressisti. Le primarie non sono che l’ultima puntata di una sfida fratricida iniziata nel 1870.


Massimalisti, riformisti: la contrapposizione è antica; va di pari passo con la nascita e lo sviluppo del partito socialista. Orizzontarsi nei mari agitati della sinistra italiana non è affatto semplice, ci aiuta nella navigazione Marco Cuzzi, docente di Storia contemporanea alla Statale di Milano.

La linea di spartiacque è costituita dalla seconda rivoluzione industriale e, dopo il 1870, a poco a poco, in tutta Europa nascono i nuovi partiti dei lavoratori. In precedenza la rappresentanza politica era delegata a due grossi blocchi: i conservatori, agrari e rurali, e i liberali, borghesi e cittadini. I lavoratori dipendenti, ovvero gli operai delle fabbriche, e i braccianti agricoli sono ne sono esclusi (mentre i piccoli impiegati che conducono un’esistenza misera hanno difficoltà a riconoscersi nei liberali).

Il Partito dei lavoratori italiani nasce nel 1892, presto cambia nome in Partito socialista dei lavoratori italiani per diventare finalmente il Partito socialista italiano. Si tratta in realtà di un amalgama poco omogeneo di componenti molto diverse fra loro: quella mazziniana, che non mira alla lotta di classe, ma alla collaborazione con le forze borghesi; quella anarchica, che teorizza l’eliminazione totale dello stato; quella liberal-progressista, che aspira a una democrazia sociale.

Da subito il Psi si divide in due grandi anime. Una vede l’unico obiettivo possibile nella rivoluzione: è la soluzione di massima, o massimalista. Secondo questi socialisti non si può governare con i borghesi; il capitalismo entrerà in contraddizione, come predetto da Marx, e si attuerà la rivoluzione sociale senza compromettersi con le componenti più illuminate della borghesia.

Per altri invece, riuniti attorno a Filippo Turati, al socialismo si può arrivare con una serie di riforme da attuarsi alleandosi con la parte più aperta della borghesia. I riformisti colgono posizioni differenti tra i liberali: quelli di sinistra, rappresentati da Giuseppe Zanardelli, che si dissociano dall’involuzione autoritaria che sta avvenendo negli ultimissimi anni dell’Ottocento (basti ricordare le cannonate di Bava Beccaris). Quindi, per migliorare le condizioni di vita degli operai risulta opportuno allearsi con le forze illuminate della borghesia.

Facile capire che tra le due anime il dialogo sia impossibile e infatti lo scontro tra massimalisti e riformisti prosegue per tutto l’inizio del Novecento. Flippo Turati, Leonida Bissolati, Anna Kuliscioff, tentano, pur tra mille dubbi e contraddizioni, di collaborare con l’ala più progressista dello schieramento liberale, rappresentata da Giovanni Giolitti, erede dello scomparso Zanardelli. Bissolati è il più convinto di tutti della necessità del dialogo con Giolitti, ma anche quest’ultimo ha le sue gatte da pelare: i conservatori sono ancora molto forti e il governo ha grandi difficoltà a gestire gli scioperi. I massimalisti, invece, più la polizia picchia gli operai, più si rafforzano e nel 1912, guidati da Benito Mussolini, riescono a prendere la guida del partito.

Proprio Mussolini espelle dal partito, al congresso di Reggio Emilia, l’ala che insiste sulla collaborazione con i liberali, rappresentata da Leonida Bissolati e da Ivanoe Bonomi. Con la Prima guerra mondiale, si spostano su posizioni di social-patriottismo e affermano che lo Stato proletario deve combattere. L’esperimento, che non riesce, è l’unico tentativo in Italia di dar vita a un partito socialista nazionale; invece in Austria, Germania, Gran Bretagna, Francia i socialisti votano i crediti di guerra e, in tempi diversi, andranno al governo.

Il «né aderire né sabotare» mette ai margini dello Stato il Psi dei massimalisti Giacinto Menotti Ferrati ed Enrico Ferri. In realtà il «né sabotare» non verrà preso alla lettera, perché si registreranno casi di sabotaggi di treni messi in atto dai massimalisti, il che permetterà ai fascisti di accusarli di tradimento. Nel frattempo, a causa delle sue posizioni interventiste, viene espulso dal partito Benito Mussolini, destinato poi a diventare il più giovane presidente del consiglio della storia italiana: entra in carica a 39 anni.

Filippo Turati è sempre più debole all’interno del Psi, ma prende una posizione decisa, affermando nel 1918 che il cuore dei socialisti è sul Piave. D’altra parte sono chiare le origini risorgimentali del suo pensiero che considerano l’Austria il nemico storico.

Nelle elezioni del 1919 i socialisti conquistano la maggioranza relativa, ma sono dilaniati al loro interno. I massimalisti sostengono che quanto accaduto in Russia dimostra l’attuabilità della rivoluzione. Un’ala del massimalismo si mette a studiare Lenin: si tratta di Antonio Gramsci, Amedeo Bordiga e Palmiro Togliatti, ovvero dei futuri fondatori del Pci.

Intanto il mancato inserimento dei socialisti nello Stato fa sì che Giolitti si avvicini definitivamente ai cattolici, con i quali già nel 1913 aveva stipulato il Patto Gentiloni. Ora il Psi si ritrova diviso in tre, con riformisti, massimalisti e bolscevichi. Per il momento la divisione è di tipo metodologico: tutti intendono trasformare l’Italia in un paese socialista, ma i bolscevichi vogliono la rivoluzione, i massimalisti stanno nel mezzo dicendosi rivoluzionari, ma non attuando i provvedimenti che vengono richiesti da Mosca (espulsione dei riformisti, adesione al Comintern), mentre i riformisti di Filippo Turati, Claudio Treves e del giovane Giacomo Matteotti contestano la rivoluzione bolscevica sostenendo che Lenin, dopo aver sciolto partiti e duma, ha instaurato una dittatura.

Nel 1921, con la scissione di Livorno, nasce il Pci; l’anno successivo Serrati espelle i riformisti dal Psi. Ora la tripartizione si ripropone, ma con tre partiti diversi: il Pci, con grandi lacerazioni interne che vedranno alla fine prevalere Togliatti; il Psi tutto massimalista e il nuovo Partito socialista unificato al quale aderiranno anche Giuseppe Saragat e Carlo Rosselli. Il Pci e il Psu combattono decisamente il fascismo, mentre il Psi rimane inerte anche perché non lo sa interpretare e lo considera soltanto una delle tante facce della borghesia destinate a essere spazzate via dalla rivoluzione.

Con il definitivo instaurarsi della dittatura fascista, all’indomani del delitto Matteotti (1924), socialisti e comunisti si rifugiano all’estero: il Pci va a Mosca, il Psi si divide tra Mosca e Parigi, il Psu va tutto in Francia. Durante l’esilio socialisti unitari e massimalisti rifugiati in Francia si fondono in un’unica entità. Ma nel dopoguerra le divisioni rimarranno: il Psu di Matteotti costituirà il Psdi di Giuseppe Saragat e il Psi rimarrà succube dei comunisti fino alla svolta riformista di Pietro Nenni, che darà vita al centro sinistra, poi ribadita e accentuata dal suo erede politico, Bettino Craxi.

I tentennamenti e le divisioni dei socialisti hanno inciso profondamente sulla storia italiana. Spiega Marco Cuzzi: «Dopo il delitto Matteotti un’alleanza tra socialisti e cattolici avrebbe potuto rovesciare il fascismo. E poi in Italia i socialisti sono sempre stati attivisti e volontaristi, ma hanno studiato poco. Eduard Bernstein, padre della socialdemocrazia tedesca, affermava che il Novecento sarebbe stato il secolo del ceto medio, che il capitalismo non sarebbe affatto crollato, e che le forze del lavoro dovevano aprirsi al ceto medio. Il fatto che gli italiani non credano nello Stato, lo considerino un nemico e vogliano fare il ribaltone, ha molto a che fare con la componente anarco-nichilista, fondatrice del socialismo in Italia».

Viene spontaneo pensare che se il Novecento ha visto trionfare il ceto medio, il XXI secolo lo sta vedendo tramontare. La borghesia impoverita, il ripiegamento della società industriale e dell’economia di mercato, stanno forse proprio dando ragione, seppur con cent’anni di ritardo, a Marx che aveva previsto il crollo del capitalismo sotto il peso delle sue contraddizioni.

da Linkiesta.it

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