DISOCCUPAZIONE: UNA GENERAZIONE PERDUTA

neetsNonostante i primi segnali di attenuazione della recessione, la situazione del mercato del lavoro italiano resta problematica. D’altronde è tipico del mercato del lavoro reagire con un certo lag temporale alle fasi cicliche, per cui è ancora presto per leggere nei dati sull’occupazione e sulla disoccupazione qualche segnale di ripresa.

I più recenti dati dell’Istat, relativi al mese di settembre scorso, segnalano che il numero delle persone in cerca di lavoro è arrivato a 3 milioni 194 mila, in aumento e del 14% rispetto all’anno scorso. Nel terzo trimestre dell’anno il tasso di disoccupazione complessivo si attesta così al 12.3%, mentre quello dei giovani (15-24 anni) supera la soglia allarmante del 40%. Anche se potrebbe essere non del tutto corretto affermare che 40 giovani su 100 tra i 15 e i 24 anni sono disoccupati, in quanto la maggior parte di loro risulta di fatto studente a tempo pieno e quindi rimane fuori dalla statistica della forza lavoro, tuttavia resta preoccupante il fatto che nel nostro Paese l’indicatore sia salito dal 20 al 40% negli ultimi cinque anni, e che lo stesso valore sia pari all’8% nella vicina Germania.

La situazione del mercato del lavoro dei nostri “cugini” tedeschi è difatti decisamente migliore, non solo rispetto alla nostra ma anche nel confronto europeo. Nel terzo trimestre dell’anno in corso il tasso di disoccupazione complessivo si è posizionato in Germania al 5.3 % (diminuendo peraltro su base annua), mentre nella media europea ha raggiunto l’11.2%. LA GERMANIA E LE RIFORME HARTZ

Oggi pertanto la Germania è presa ad esempio in tutta l’Unione Europea per gli eccellenti numeri che può vantare nei confronti della disoccupazione, anche  in condizioni economiche avverse. Questi sono i risultati della flessibilità del lavoro introdotta da Shroder tra il 2003 e 2005 con il pacchetto di riforme Hartz, costituito da una serie di interventi strutturali sul mercato del lavoro.

Le principali caratteristiche individuate nel Rapporto CNEL da REF Ricerche che hanno decretato il successo di questo sistema sono diverse. Primo, un meccanismo di fissazione dei salari a doppio binario, ossia attraverso la contrattazione collettiva tra sindacati e le associazioni delle imprese e la contrattazione decentrata tra rappresentanze aziendali e management. È stato questo lo strumento che ha permesso di mantenere un assetto di regole valide in ambito generale assecondando nel contempo le esigenze di rafforzamento della posizione competitiva che emergevano dalle singole realtà aziendali.

Secondo, un sistema di formazione e contratti di apprendistato bene organizzato e finanziato da una tela complessa formata da imprese e governo. Terzo, sistemi di welfare sociale che aiutano i lavoratori disoccupati a trovare un nuovo impiego, ma allo stesso tempo che sanzionano chi smette di cercarlo. Quarto, un sistema di sussidi di breve periodo, tipo la cassa integrazione italiana, che ha permesso alle imprese di sopravvivere, superare la recessione e salvaguardare prezioso capitale umano.

Un altro elemento che ha contribuito ad ampliare l’occupazione tedesca è stata l’istituzione dei cosiddetti mini-job, ovvero posti di lavoro molto sottopagati, 3-4 euro all’ora (450 euro mensili), esenti da contributi per i datori (e quindi con scarso accumulo pensionistico per i lavoratori), e non soggetti, peraltro, a un livello di salario minimo. Negli ultimi anni questa tipologia di lavoro si è molto diffusa in Germania (oggi questi lavoratori sono circa 7.5 milioni, il 30% degli occupati), e in parte ha permesso di contrastare la disoccupazione anche in periodo di crisi, ma dall’altra ha però escluso dal benessere intere e consistenti categorie sociali, come ad esempio i lavoratori immigrati, che sono i primi ad essere interessati da questa particolare tipologia di lavoro.

…E L’ITALIA

Anche in Italia negli ultimi decenni sono state adottate riforme importanti del mercato del lavoro, che ne hanno sostanzialmente accresciuto il grado di flessibilità eliminando i vincoli all’uso dei lavori temporanei. Ci si aspettava che questo consentisse ai giovani di accumulare l’esperienza lavorativa che il sistema di istruzione e di formazione professionale non è in grado di generare. Nonostante ciò, il problema giovanile nel mercato del lavoro italiano è rimasto, tanto che i giovani sono oggi tra le categorie di lavoratori più colpite dalla segmentazione del mercato del lavoro italiano, insieme a donne e immigrati.

Come illustrato da P. Ghinetti, il mercato del lavoro italiano è caratterizzato da “profonde segmentazioni, sia dal punto di vista territoriale e per genere, sia per effetto di alcuni fattori istituzionali, quali le differenze nei livelli di protezione dell’impiego”. Si crea così un duplice mercato del lavoro: da una parte i lavoratori con contratti di lavoro stabili e meglio remunerati, come i dipendenti a tempo e indeterminato; e dall’altra i lavoratori “atipici”, con contratti a tempo determinato, parziale e temporaneo (come i contratto di collaborazione e a progetto) e con salari generalmente più bassi.

Per rendere più efficiente il mercato del lavoro è dunque necessario superare prima di tutto tale segmentazione, che protegge gli “insiders”, ovvero i lavoratori a tempo indeterminato (difficilmente licenziabili, nonostante i recenti interventi della riforma Fornero sull’articolo 18), a scapito degli “outsiders”, coloro che sono disoccupati o in lavori “atipici” e soffrono invece di forte precarietà. E seguendo il modello tedesco, si potrebbe inoltre avvicinare il percorso accademico al mercato del lavoro, così da rendere più facile la transizione da studente a lavoratore.

di Giacomo Vaciago da FIRSTonline.info

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