IRLANDA: LA RINASCITA DOPO LA CRISI E IL SALVATAGGIO DRAMMATICO

irish crisis outTre anni fa il Paese fu costretto a lanciare un «Sos» per fronteggiare il crollo del sistema bancario. Oggi un vecchio ricordo. Anche grazie alla corporate tax.

«Proteste e manifestazioni? Si contano sulle dita di una mano, in questi tre anni gli irlandesi hanno capito che i sacrifici erano essenziali per recuperare la fiducia dei mercati». La sintesi è di Gaia Narciso, italiana, 37 anni da sei docente di economia al Trinity College di Dublino, l’università più antica d’Irlanda. Il 29 novembre 2010 la vecchia tigre celtica diventava all’improvviso una “nazione assistita”: l’Irlanda passava alla storia infatti come il secondo Paese dopo la Grecia ad essere messo sotto tutela dalla Troika.

Oggi l’inversione di marcia irlandese sta tutta nei dati: Pil a +0,4% (-1,2% alla vigilia del salvataggio a fine 2010), tasso di disoccupazione tornato ai livelli pre-crisi (13%), spread abbattuto dal record di oltre 1.000 punti base (2011) ai 178 attuali, inferiori ai livelli di Italia e Spagna. Sono trascorsi tre anni da allora, da quando Dublino fu costretta a lanciare un «Sos» per fronteggiare il crollo del sistema bancario che stava trascinando le finanze pubbliche. Fu necessario l’intervento dell’Europa con un pacchetto di 85 miliardi di euro e l’obbligo di restare con un deficit sotto il tetto del 10,5% del Pil. Non era semplice: la crisi finanziaria e la bolla immobiliare avevano trasformato la tigre celtica in un Paese a rischio crac. Il tasso di disoccupazione era passato dal 4,5% del 2007 al 14% e il debito pubblico era salito fino al 117%.

Non era sempre stato così: da un Paese povero e di migranti, l’Irlanda negli anni Novanta era diventato un modello, con un Pil in salita oltre il 10 per cento. Poi l’euforia aveva cominciato a vacillare, la crisi dei mutui, del mercato immobiliare e del sistema bancario hanno fatto il resto. «All’apice del boom — disse nei giorni caldi Colm Tóibín, giornalista scrittore nato a Enniscorthy, nella contea di Wexford, nel Sudest dell’ Irlanda — in questo strano, piccolo Paese, i prezzi si alzarono quasi fossero Icaro, che ignorò l’ avvertimento del padre e le cui ali furono sciolte dal calore del sole splendente».

Fu proprio così. Qualche mese dopo l’ingresso nel programma di aiuti della Troika, Dublino mandò in pensione, dopo 85 anni, i moderati di Fianna Fail e diede avvio all’austherity. Il 31esimo parlamento fu affidato al centrodestra di Enda Kenny. «La mia gente sa quando è il caso di ribellarsi — disse il neopremier —. Oggi gli irlandesi sanno qual è il problema, sanno come risolverlo e sanno anche che non sarà facile». «Il piano del governo è stato una combinazione di riduzione della spesa pubblica e aumento delle tasse — spiega oggi Gaia Narciso —. Sono stati ridotti gli stipendi dei dipendenti pubblici e introdotte nuove tasse come quella sulla casa e sull’acqua. Invariata invece la tassazione per le imprese».

La strategia per attrarre capitali stranieri in Irlanda sta tutta in una percentuale: 12,5% è quanto pagano le aziende sugli utili. In Italia, tanto per avere un temine di paragone, si sale al 31,4%. Non è un caso che molti colossi della tecnologia (come Google, Facebook e Apple) abbiano scelto proprio l’Irlanda come sede europea. E non è un caso che il governo, tra nuove tasse e imposte, abbia deciso di lasciare invariata la pressione fiscale per le imprese. Grazie alle multinazionali straniere il Pil irlandese ha registrato un aumento di 1,4 punti nel 2011 e di circa un punto nel 2012. Numeri che nel 2012, appena un anno dopo il piano di aiuti della Troika, fecero complimentare gli ispettori del Fondo monetario, della Commissione Ue e della Banca centrale europea con il governo di Dublino. Kenny stava rispettando gli obiettivi fiscali e confermava il tetto di deficit del 7,5 per cento del Pil per il 2013.

Stessa scena quando il premier, qualche giorno fa, ha annunciato che a dicembre l’Irlanda uscirà definitamente dal piano della Troika senza affidarsi alla linea di credito precauzionale che alcuni partner europei avrebbero voluto imporle. Niente “scudo” Bce, ha annunciato Dublino, che godrà invece del sostegno finanziario dell’agenzia tedesca Kfw, una specie di cassa depositi e prestiti già attiva in Spagna e Portogallo. «Usciremo dal salvataggio più forti» ha detto Kenny che ha convinto la Troika con un’inversione di rotta innegabile. Resta ancora il nodo delle banche, che proprio per l’uscita dal salvataggio dovranno essere sottoposte a un monitoraggio speciale.

Tra le note positive il fenomeno del baby boom: l’Irlanda ha ormai il più alto tasso di fertilità di tutti gli Stati europei. Nel 2009, l’anno peggiore dal punto di vista economico, la tigre celtica ha toccato il record di nascite da 118anni a questa parte (75,554). Gli irlandesi sperano di compensare così il ritorno del fenomeno migratorio: sebbene infatti la rivincita di Dublino sia stato elogiata da tutta l’Eurozona a partire da Mario Draghi («Merita le congratulazioni»), la gente di Dublino assiste impotente a un’emorragia di residenti. Lontani i tempi in cui a Grafton Street arrivavano immigrati da tutto il mondo: oggi ogni giorno circa 250 irlandesi vanno via e cercano fortuna altrove.

da WALLSTREETITALIA.com

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