fbpx

IL COLPO DI FUCILE CHE UCCISE IL ROCK

kurt cobain courtney loveIl 5 aprile 1994 la morte di Kurt Cobain Complotto o suicidio per l’ultima star.

Come sia andata lo sa solo lui. E chissà se Kurt vide un lampo partire dalla canna del fucile Remington che si era puntato alla testa, prima che il buio lo avvolgesse. Di certo, l’eco di quello sparo lo sentirono tutti: perché il 5 aprile 1994 fu il giorno in cui, assieme al leader dei Nirvana, morì per sempre l’anima più profonda del rock. Sì, certo, c’erano stati altri momenti in cui si era detto che l’epos della musica ribelle veniva seppellito con una star: quando Buddy Holly era precipitato con l’aereo nel ’59; o quando avevano trovato il cadavere di Re Elvis, nel ’77; per non dire di quei cari fantasmi del “club dei 27”, Janis Joplin, Brian Jones, Jimi Hendrix, Jim Morrison, tutti scomparsi alla stessa età di Cobain, prima di lui (e prima di Amy Winehouse). Ma quando, tre giorni dopo il presunto suicidio, un elettricista entrò nella casa al 171 Lake Washington Boulevard e vide il corpo di Kurt sfigurato sul pavimento, beh, fu in quel momento che si capì che oltre a una tragedia personale, lo sparo avrebbe reso sordi quanti credevano al potere salvifico del rock. Che è il potere di rendere più vitali una o centomila esistenze: questo, a prescindere dalle contraddizioni di un sistema industrial-mediatico che genera miliardi e straniamento, se è vero che i Nirvana erano una miniera d’oro da 70 milioni di copie di dischi venduti, mentre Cobain era un accorto manager del proprio vendibile talento, più multinazionale che davvero alternativo.

Certo, per tutti gli anni Novanta e i Duemila, prima dell’Era del Pop-Soul patinato, ottime band avrebbero inondato il pianeta di musica vitriolica e incarognita: i R.E.M. del suo amico Michael Stipe, i Red Hot Chili Peppers, i Radiohead, gli Oasis, i Blur: o gli immarcescibili Pearl Jam, eroi popolari della stagione “grunge”. Una stagione che però, nella sua genuinità, si spegneva di colpo proprio nella casa di Seattle dove il proiettile del Remington aveva impattato contro il cranio di un Cobain perso nella sua solitudine, stritolato da quei tormenti che si portava dentro da bambino, da quel divorzio dei genitori che tentavano di fargli dimenticare con dosi massicce di Ritalin, con il risultato di fargli venire un mal di stomaco a vita. Se suicidio è stato, Kurt ha condiviso la sorte di un altro magnifico disadattato, il genio della letteratura Usa David Foster Wallace, che pure lui pareva (ed era) un’icona grunge. E per togliere la patina oscura dalla fine del cantante, basta decifrare certi titoli dei Nirvana: come il primo album “Bleach”, quel “candeggiare” che era un invito ai tossici per ripulire gli aghi senza diffondere l’Aids; o la canzone “Tourette” che faceva riferimento ai disordini neurologici dei ragazzini; o l’inno generazionale “Smells like teen spirit”, rivolto ai giovani apatici alle prese con l’insofferenza, senza una rivoluzione in vista.

Si era sparato, Cobain? Quasi certamente sì: lo avevano già fatto, con successo, e con il medesimo rituale, altri due membri della sua famiglia. Un terzo, il nonno, era sopravvissuto a se stesso. Ma perché sulla “crime scene” c’era così poco sangue (come dimostrano anche le nuove immagini esposte nella mostra parigina “Last shooting”) attorno al corpo? E perché l’autopsia rilevò così tanta eroina nelle sue vene da rendere improbabile che lui avesse avuto la forza e la lucidità di spararsi? Perché le lettere d’addio, lasciate in bella vista sul terriccio di un vaso, indirizzate alla moglie Courtney Love, alla figlioletta Frances Bean e all’immaginario amico d’infanzia “Boddah” sembravano scritte da due mani diverse? Chi usò le sue carte di credito dopo il fatale 5 aprile? Investigatori e giornalisti hanno ricamato mille volte gli orli della tesi del complotto, al centro della quale c’è sempre Courtney, la “Yoko Ono dei Nirvana”, che potrebbe aver commissionato l’omicidio del marito, come giurano i dietrologi e un oscuro musicista californiano detto “El Duce”, che ha “rivelato” di essere stato per 50mila dollari l’esecutore del delitto, mandante la Love, preoccupata di perdere il patrimonio del cantante superstar dopo un possibile divorzio per “colpa”. Di certo, lei trescava – come avrebbe fatto per i dieci anni successivi – con Billy Corgan degli Smashing Pumpkins, e Kurt ne soffriva in modo intollerabile. Da morire, si direbbe col senno di poi.

Courtney, la dark lady del grunge, che poi sarebbe diventata una mezza diva hollywoodiana semiripulita. Cobain non sopportava una nuova separazione, dopo quella dei genitori. E l’aveva fatto capire in tutti i modi alla sua donna: come in quella miseranda “vacanza romana” che non somigliava per niente a quella di Gregory e Audrey. Lui aspettò all’Excelsior l’arrivo di lei da Londra, alla fine del tour europeo dei Nirvana: andò in Vaticano a rubare candele per Courtney, gironzolò per il Colosseo, si chiuse nella suite finché lei non lo raggiunse; fecero l’amore stancamente, Kurt si imbottì di Roipnol e champagne, e all’alba del 4 marzo 1994 la sua signora lo trovò in coma sul pavimento. Al Policlinico riuscirono a salvarlo dall’overdose, prima di trasferirlo all’American Hospital. Stavolta in Vaticano ci andò Courtney, e per pregare. Erano passate meno di due settimane dal turbolento concerto dei Nirvana al Palaghiaccio di Marino, dove Kurt era apparso svagato, infastidito al punto di tirare una Telecaster addosso agli amplificatori, prima di sparire dietro le quinte. Il giorno dopo lo show lo trascinarono in tv, al “Tunnel” della Dandini, e dieci giorni più tardi faceva le prove generali della sua fine. Riuscirono a riportarlo a casa, a Seattle, Courtney le impose un ricovero a Los Angeles per disintossicarsi dall’eroina, ma dopo 24 ore lui scavalcò il cancello della clinica e sparì nella notte.

La serra dove risuonò lo sparo del Remington è diventata un semplice giardino: nel punto in cui giaceva Kurt crescono i girasoli più alti. Forse ci vorrebbe uno di quei fiori per simboleggiarne la presenza sul palco, quando i superstiti Nirvana verranno ammessi, giovedì 10, alla Rock’N’Roll Hall of Fame, il pantheon che celebra i miti della musica ribelle. La band di “Nevermind” si era già ricomposta il 12 dicembre 2012 per un benefit dopo l’uragano Sandy. Le veci di Cobain le aveva fatte Paul McCartney, uno che incarna l’illusione dell’eterna giovinezza rock. Quella che Kurt aveva negato premendo il grilletto.

da ILTEMPO.it

Condividi:
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

© 2012-2020 virgoletteblog.it creato da Filippo Piccini

Log in with your credentials

Forgot your details?