Le meraviglie – Alice Rohrwacher

Alice (Rohrwacher) e il paese delle sue meraviglie. Un’epoca senza tempo, ma dai chiari rimandi televisivi un luogo selvaggio quasi primordiale, culla di una civiltà misteriosa quali gli Etruschi e al centro di tutto una famiglia di stampo matriarcale, ma con un padre tiranno che tiene le fila o meglio che difende con tutte le  forze il suo mondo lontano quasi fosse una questione d’onore.

Una madre e quattro figlie tra cui Gelsomina, adolescente inquieta e sognatrice che cercherà di rompere gli schemi, e traghettare la sua famiglia verso la modernità. E poi le api, le vere protagoniste della pellicola che la regista valorizza come piccole eroine e che hanno un rapporto esclusivo con Gelsomina quasi che il suo nome la tramutasse automaticamente in un magico fiore capace di produrre miele. Si dice che le api abbiano un ruolo chiave nel nostro ecosistema per il mantenimento dell’ equilibrio biologico e la loro estinzione sarebbe indice di un evento catastrofico. In questo caso la vera minaccia è rappresentata dalla televisione che irrompe con fragili promesse e facili soluzioni attraverso le sembianze di una conduttrice (Monica Bellucci) che appare e scompare come la fata turchina. Di fronte al suo potere niente può resistere, persino il rude genitore che costretto dai colpi avversi del destino dovrà cedere alla sua supremazia.

La Rohrwacher è una regista con un talento fuori dal comune che già nel 2011 con il suo film d’esordio “Corpo celeste” aveva giustamente riscontrato innumerevoli consensi. Il suo stile riconoscibilissimo s’imprime presto nella mente e questo fa di lei un’autrice dal forte potenziale espressivo. Qui come nella pellicola precedente non nasconde la predilezione per gli adolescenti o meglio un’empatia con il loro punto di vista. Il suo sguardo è puro e ci viene quasi il dubbio che quello che vediamo non sia altro cha la visione della piccola protagonista, come l’arrivo improvviso di uno stralunato ragazzino che sceglie il silenzio come forma di comunicazione e che rappresenterà per lei una sorta di rifugio o un’ancora di salvezza nel momento in cui il mondo reale non lascerà più spazio ai sogni.

Il film è stato premiato all’ultimo festival di Cannes con il gran premio della giuria e non è un caso che a capo di quest’ultima ci fosse Jane Campion. La regista neozelandese nel corso della sua lunga carriera ci ha regalato ritratti femminili controversi ed emotivamente instabili difficili da dimenticare e Gelsomina con la sua selvaggia semplicità deve averla colpita molto. Un po’ come ci colpì il suo “Sweetie” nel lontano 1989 e che è quasi obbligatorio recuperare.

Dopo questo premio, siamo molto curiosi di sapere quale direzione prenderà la Rohrwacher per avere maggiore consapevolezza del suo talento, ma nel frattempo godiamoci il suo film, una piccola meraviglia coraggiosamente fuori tempo.

Laura Pozzi

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