Jersey boys – Clint Eastwood

Chi di noi, almeno una volta nella vita non si è trovato a canticchiare la famosa “Can’t take my eyes off you” con il celebre ritornello “I love you baby, and if it’s quite alright, I need you baby to warm the lonely nights, I love you baby…”? Penso nessuno, ma forse non tutti sanno a chi appartiene realmente questa canzone, oggetto di cover da parte di illustri personaggi del mondo dello spettacolo.

Il buon, vecchio Clint Eastwood, ci porta alla scoperta di tutto questo e ci racconta la storia dei Four Season, gruppo culto degli anni ’60 che ebbe un clamoroso successo grazie a questo pezzo ed ad altre indimenticabili hit del momento. I quattro ragazzi, provenienti dalla parte sbagliata del New Jersey, nell’arco di pochi anni con molta determinazione e qualche reato di troppo, riuscirono a scalare le classifiche di tutto il mondo e guadagnarsi un posto importante nel mondo della musica. Molto del merito va senza dubbio a Frankie Valli, che parte come garzone di barbiere per poi diventare cantante del gruppo su cui il regista basa la narrazione del film, dotato di un talento canoro fuori dal comune, in grado con la sua voce di commuovere fino alle lacrime il boss del quartiere (il leggendario e divertente Christopher Walken) Gyp De Carlo. Frankie è l’unico a credere veramente nel gruppo, anche nei momenti di maggiore difficoltà e anche a costo di sacrificare la sua vita privata in nome della musica.

Il film, a differenza di quanto si possa pensare, non è un musical né tantomeno un film musicale, visto che le vicende dei protagonisti accadono essenzialmente al di fuori del palcoscenico. E questo è un tipo di narrazione, particolarmente efficace per una storia che cade inevitabilmente in un genere, ma Clint è molto bravo a trovare delle soluzioni registiche che lo rendono in qualche modo originale, come il dialogare dei personaggi direttamente in macchina, creando così un rapporto di complicità con lo spettatore e rendendolo parte integrante della storia. Non mancano ovviamente i temi cari al regista, come il valore dell’amicizia più volte sancito da una stretta di mano o i conflitti famigliari che determinano nella maggior parte dei casi il destino dei protagonisti.

Questa volta Clint, non affonda il dito nella piaga come in alcuni film precedenti dove le vicende dei personaggi erano un vero e proprio pugno nello stomaco, ma resta abbastanza in disparte rispetto alla tragedia familiare che colpirà Frankie. Ecco perché, forse si è parlato di questo come un film minore, ma onestamente ci troviamo d’accordo solo in parte. Certo non sarà il suo capolavoro, ma Eastwood è cinema allo stato puro, e ci regala comunque 134’ minuti di spettacolo, che sono sempre un nutrimento essenziale per mente e cuore.

Laura Pozzi

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