ODIO GLI INDIFFERENTI

E’ un po’ difficile in un solo articolo racchiudere la situazione palestinese, perché dura da quasi un secolo, ben più che da quando l’ONU nel 1948 decise di imporre lo Stato di Israele con la logica coloniale di “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Ripercorriamo in breve come siamo arrivati a vedere racchiusa una popolazione in una piccola striscia di terra, Gaza appunto, che somiglia più a una riserva indiana che a un territorio realmente indipendente e frutto di una trattativa tra pari.

Nei decenni a cavallo fra Ottocento e Novecento, periodo nel quale le potenze europee, in primis l’Inghilterra, decidevano le sorti della Palestina e incoraggiavano il movimento sionista ad occuparla, la Palestina non era un deserto. Era, al contrario, un paese dove viveva una comunità politica e civile composta di oltre seicentomila persone, che dava nome al territorio ed in cui viveva da millenni. I palestinesi parlavano l’arabo ed erano in gran parte mussulmani sunniti, con la presenza di minoranze cristiane, druse e sciite, che usavano anch’esse la lingua araba. Grazie al suo elevato grado di istruzione, la borghesia palestinese costituiva una élite della regione mediorientale: intellettuali, imprenditori e banchieri palestinesi occupavamo posti chiave nel mondo politico arabo, nella burocrazia e nelle industrie petrolifere del Golfo Persico. Questa era la situazione sociale e demografica della Palestina nei primi decenni del Novecento e tale sarebbe rimasta fino a qualche settimana prima della proclamazione dello Stato d’Israele nella primavera del 1948: in quel momento in Palestina era presente una popolazione autoctona di circa un milione e mezzo di persone (mentre gli ebrei, nonostante l’imponente flusso migratorio del dopoguerra, superavano di poco il mezzo milione).

La creazione a tavolino dello Stato di Israele nel dopoguerra, aveva un carattere puramente ideologico e se da un lato era sostenuta dal sionismo più convinto, dall’altro nascondeva una sorta di “missione civilizzatrice” dei valori occidentali nei confronti delle popolazioni locali che venivano volutamente e superficialmente descritte come barbare.

La prima battaglia che i palestinesi dovettero affrontare infatti fu innanzitutto il proprio diritto all’autodeterminazione e alla “non cancellazione” in quanto popolo; successivamente infatti, soltanto dopo il 1974, le Nazioni Unite prenderanno formalmente atto dell’esistenza di un soggetto internazionale chiamato Palestina e riconosceranno in Yasser Arafat il suo legittimo rappresentante. Nonostante questo, Israele, dalla prima guerra arabo-israeliana in poi, ha continuato con l’uso della forza ad annettersi altri territori, sottraendoli a quella divisione iniziale impostagli dallo stesso ONU del 56%, arrivando con l’occupazione militare e con gli avamposti dei coloni ad impossessarsi di circa il 78% del territorio dell’intera Palestina e continuando ancora adesso ad inviare i più spregiudicati ad occupare ulteriori territori del rimanente 22% che resta agli arabi, costringendo i palestinesi non con le buone ad emigrare.

Purtroppo è molto più semplice adottare il buonismo dell’equidistanza, condannando in egual misura la violenza e cercando di capire sia le ragioni dei palestinesi che degli israeliani, ma per quanto mi riguarda sarebbe criminale adottare questa linea. Ad oggi il bilancio di quest’ultima escalation di violenza in quasi due settimane è di 334 morti palestinesi e 2 israeliani, i primi per buona parte bambini. Non credo sia necessario aggiungere altro se non che bisogna sempre distinguere tra una violenza come azione e una violenza come reazione. La resistenza del popolo palestinese non è che una reazione al rifiuto negli anni da parte dei sionisti di convivere pacificamente e di non adottare metodi repressivi e razzisti, rispetto a un popolo, quello palestinese, che esisteva in Palestina prima della costituzione dello Stato di Israele, continua ad esistere nonostante lo Stato di Israele ed è fermamente intenzionato a sopravvivere allo Stato di Israele, nonostante le sconfitte, le umiliazioni, la sanguinosa distruzione dei suoi beni e dei suoi valori.

Filippo Piccini

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