Fame chimica: spiegazione neuroscientifica

“e stavo troppo bene, sebbene
m’era venuta una fame immane da pescecane,
mi sono fatto 8 panini col salame
ed un tegame di pasta al pesto”
(Ohi Maria – Articolo 31)

Per chi non avesse dimestichezza con il termine (magari qualche vecchia zia, non so), per fame chimica si intende l’incontrollabile appetito che insorge dopo il consumo di cannabis. Detta “chimica” in quanto dovuta all’azione del Thc, il principio attivo contenuto nella marijuana.

Iniziamo con qualche nozione di base.

Nel corpo umano è presente il sistema endocannabinoide che regola alcuni processi importanti per il nostro metabolismo fra cui l’assunzione di energia e il trasporto dei nutrienti. Esistono pertanto cannabinoidi (sostanze lipidiche che si legano ai recettori cannabinoidi) prodotti naturalmente dal nostro organismo, detti endocannabinoidi. Nelle piante come la cannabis troviamo i fitocannabinoidi, mentre quelli creati artificialmente vengono detti cannabinoidi sintetici.

marijuana

In un recente articolo pubblicato su Nature i ricercatori della Yale School of Medicine spiegano il particolare meccanismo che sta alla base della fame che attanaglia i consumatori di cannabis. Sembra, infatti, che i cannabinoidi in essa contenuti agiscano su un gruppo neuroni solitamente responsabili dell’inibizione dell’appetito.

Si distinguono nell’ipotalamo i neuroni coinvolti nella sensazione di desiderio di cibo e quelli nella sua soppressione. Secondo questo studio sarebbero proprio questi ultimi i responsabili del rilascio di beta-endorfine (che stimolano l’appetito) in seguito all’assunzione di fitocannabinoidi.

Si innesca, quindi, una specie di inversione del meccanismo che porta questi neuroni, solitamente così attenti alle diete, a contribuire a grandi abbuffate.

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Un paio d’anni fa, ricercatori della Yale University, della California University e dell’Università Politecnica delle Marche avevano scoperto che inibendo la produzione di un particolare endocannabinoide si stimolava l’assunzione di grassi da parte dei topi. Detto così non sembra vantaggioso, ma notarono che le cavie sottoposte a questo trattamento non ingrassavano, bensì “producevano più calore”. Il tessuto adiposo bruno che ha la funzione di mantenere caldo il mammifero diventava iperattivo.

L’anno scorso uno studio pubblicato su Nature Neuroscience aveva documentato un potenziato senso dell’olfatto sotto effetto del Thc. Il tetraidrocannabinolo agirebbe, quindi, come gli endocannabinoidi nei momenti di fame, ossia aumentando il senso dell’olfatto e stimolando ulteriormente l’appetito.

La morale, parafrasando un noto detto, è: se la dieta ti affanna, non farti una canna.

Scherzi a parte, comprendere i meccanismi che regolano l’appetito è importante per fare passi in avanti nel trattamento di patologie quali obesità ed anoressia, nonché per coadiuvare l’utilizzo della chemioterapia che, com’è noto, inibendo lo stimolo della fame, spesso spinge i pazienti al consumo di marijuana proprio per ottenerne l’effetto stimolante.

Il “New England Journal of Medicine” rivela che la marijuana è utilissima in alcune terapie, ad esempio per alleviare il dolore dei malati di cancro. Santo cielo! I miei compagni al liceo erano in fin di vita, e io non lo sapevo!
(Daniele Luttazzi)

 

Serena Piccardi 

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