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White God // Kornèl Mondruczò

Una ragazzina dall’aria smarrita e confusa, in sella alla sua bici, si aggira per una città fantasma (che poi scopriremo essere Budapest), in una sorta di coprifuoco post atomico. Improvvisamente, dietro di lei compaiono circa 250 cani dall’aspetto selvaggio, che corrono in branco verso una meta prestabilita.

Questa è la dirompente immagine iniziale di White God, film del regista ungherese Kornèl Mondruczò, vincitore a Cannes nella sezione a certain regarde. E’ quasi impossibile restare indifferenti a questa parabola che vede protagonisti Lili, e il suo adorato Hagen, un meticcio di rara intensità, che da un giorno all’altro viene sbattuto sulla strada dal padre, che si rifiuta di pagare una tassa decisa dal governo.

Da qui comincia una vera odissea, per entrambi, che nel caso di Hagen si trasforma in una via crucis, che inizia con l’abbandono, e termina dopo essere stato venduto e sfruttato nei combattimenti, in un canile, dove prepara la vendetta ai danni dei suoi carnefici, seguito da altrettanti sfortunati come lui. Lili dal canto suo non si arrende e non smette mai di cercare il suo amico, a costo di rischiare la vita.

La metafora raccontata dal regista magiaro è chiara e appassionante, facendo leva su più di duecento randagi, costretti a sopravvivere in una società che non accetta il diverso e fa della sua persecuzione un nobile scopo, assistiamo al grido di sofferenza dei più deboli, degli sfruttati e dei dimenticati senza distinzione di razza o specie. Solo che a volte (come in questo caso) la dignità è più forte di qualsiasi soppruso ed apre la strada ad un riscatto sociale inaspettato. La rivincita di Hagen, privato drasticamente della sua identità è spietata e cruenta, ma è sopratutto il risultato dell’assurdo comportamento di uomini accecati e schiavi del potere.

Il film è interessante anche per la contaminazione di generi che lo caratterizza. Ad un certo punto la pellicola, vira verso l’horror con scene splatter molto efficaci, che non indeboliscono la storia, ma rendono il tutto ancora più coinvolgente. Questa fiaba horror, tutta da scoprire emoziona e commuove, indigna e fa riflettere. Così come la sinfonia che Lili suonando con la tromba dedica ad Hagen, ed ai suoi amici, rappresenta un momento di altissima poesia, così struggente e scenicamente ineccepibile che colpisce dritto. Al cuore.

Laura Pozzi

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