Il Grande Cretto di Alberto Burri: elegia della Gibellina che fu

Alberto Burri, Grande Cretto (1984-89, cemento, Gibellina Vecchia)

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Alberto Burri (1915-1995), uno degli artisti italiani più versatili che abbia operato a partire dal Dopoguerra. Si dibatte ancora se considerare Burri un esponente dello stile informale o meno. L’arte Informale desume la sua definizione dal termine francese informel nell’accezione che il critico Michel Tapié volle dare alla tendenza artistica (assai variegata nella sua produzione) volta al dissolvimento di ogni schema che avesse una forma precostituita, a favore della libera espressione di pulsioni ed emozioni individuali.

La preparazione artistica di Burri e le sue ricerche condotte sui materiali che compongono la sua produzione sono state decisamente inusuali. Fu un autodidatta: dopo aver conseguito la laurea in medicina ed aver prestato servizio come ufficiale medico nelle spedizioni in Africa, fu fatto prigioniero dagli anglo-americani nel 1943 e condotto nel campo di concentramento per non cooperatori di Hereford, in Texas. In quella quotidianità fatta di ristrettezze estreme, iniziò a dar sfogo alle sue pulsioni artistiche sperimentando con i materiali poveri e comuni che potevano capitargli fra le mani; questa esperienza determinò la scelta permanente di esprimersi con quelli. Durante la reclusione maturò la decisione di abbandonare la professione medica. Rientrò in Italia nel 1946 e si stabilì a Roma dove iniziò ad esporre in piccole gallerie. In un primo momento venne incuriosito dagli esiti della produzione tarda del futurista Enrico Prampolini, che comprendeva opere polimateriche tese ad investigare sul “divenire della materia”. E da Prampolini desunse il pensiero che l’arte polimaterica era un mezzo di espressione artistica, il cui potere evocativo è affidato all’orchestrazione della materia. Ma Burri, a differenza delle sperimentazioni di Prampolini che sembrano svolte ancora all’interno dell’ottica della ricerca futurista e si fermavano all’assemblage dei materiali usati, impiegò fin dall’inizio materiali prelevati dalla realtà come elementi costitutivi che andassero ad integrarsi con quelli usuali. Alcuni di questi materiali avevano una storia interessante, come il sacco di juta che conteneva zucchero portato con sé dal campo di prigionia e impiegato per la sua opera, SZ (sta per Sacco di Zucchero) del 1949.

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Alberto Burri, SZ1 (1949, juta, Città di Castello, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri)

Negli anni, l’indagine artistica di Burri si sviluppò attorno a dei temi, dei “filoni” chiamati in base al materiale che costituisce l’opera o all’effetto visivo che queste sperimentazioni avevano regalato. Così troviamo la serie dei Neri, dei Gobbi, delle Muffe (1950-52), dei Sacchi (1949-55) delle Combustioni, dei Legni (1957), dei Ferri (1958), accomunati dall’utilizzo di materiali naturali. Degli anni Sessanta è la produzione di opere caratterizzata dalla manipolazione di materiali artificiali, le Plastiche. La ricerca degli anni Settanta si divide invece tra le creazioni dei Cellotex e dei Cretti. Questi ultimi sembrano essere stati ispirati da una visita alla Death Valley. Le crepe del terreno, ora più superficiali, ora più profonde, suggerirono quella che egli stesso definì “l’energia di una superficie”.

Img. 3- Cretto G2

Alberto Burri, Cretto G2 (1975, Città di Castello, FondazionePalazzo Albizzini Collezione Burri)

Così cominciò a sperimentare miscelando colle viniliche con composti a base di caolino, zinco e pigmenti colorati, tendenzialmente bianchi o neri, stesi sulla superficie e lasciati essiccare al sole. La superficie lentamente, disidratando, si crepava in maniera non uniforme, raggiungendo ogni volta un effetto diverso dovuto all’interazione con i mutevoli fenomeni atmosferici. Dopo la fase di essiccamento, la superficie dell’opera veniva ricoperta con vari strati di colla vinilica, per proteggerla dal deperimento cui sarebbe andata incontro con il tempo. All’inizio Burri eseguì cretti di piccole e medie dimensioni, fino ad approdare a esecuzioni sempre più grandi, che però necessitarono di un medium differente per poter riproporre l’effetto della screpolatura. Così troviamo il Grande Cretto Nero (1976-77) in ceramica, lungo quindici metri e conservato nell’Università di Los Angeles. E infine il più notevole e probabilmente il più ispirato: il Grande Cretto di Gibellina, in provincia di Trapani, opera nata per celebrare una tragedia.

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Gibellina distrutta dopo il terremoto del Belìce  nel 1968 (photo credits: Leonardo Mistretta)

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 ci fu una violenta scossa di terremoto che colpì la zona nord-ovest della Sicilia, interessando vari comuni della provincia di Trapani, Palermo e Agrigento. Il paese di Gibellina venne praticamente raso al suolo. Il sindaco di allora, Ludovico Corrao, fresco della nomina a senatore, scelse di riedificare il paese per intero, giacché riteneva che i danni fossero talmente ingenti da non poter recuperare nessun edificio. E in questo obiettivo di rinascita vide la possibilità di attuare un progetto utopico, sicuramente ispirato alla ricostruzione in epoca barocca della città di Noto. Così si adoperò in tutti i modi possibili affinché affluissero fondi e artisti per la rifondazione della nuova Gibellina. Alla chiamata risposero favorevolmente artisti e architetti cui fu permesso di sperimentare i propri linguaggi in piena libertà, creando una sorta di museo di arte contemporanea a cielo aperto. Ma venne meno proprio l’utilità sociale dell’intervento: la new town Gibellina, sorta a una ventina di chilometri dal vecchio sito, non aveva veri spazi di aggregazione per la comunità, i nuovi edifici si dimostrarono astratti e autoreferenziali, gli abitanti non riuscirono mai ad ambientarsi in quei nuovi spazi, algidi e inospitali. Così la scommessa di Corrao di creare un nuovo polo che attirasse turismo in quella zona depressa fu persa. Di più: ci fu un rapido abbandono del progetto, e l’impiego di materiali scadenti fece il resto, determinando in tempi rapidi i crolli delle nuove strutture.

Alberto Burri, rispose anche egli alla chiamata di Corrao, ma durante il  sopralluogo decise di non esprimersi all’interno della costruenda cittadina. Fu colpito invece dalle macerie del vecchio paese. Lo snodarsi tortuoso dei vicoli doveva avergli evocato il lavoro compiuto con i Cretti e riuscì a visualizzare e ad eseguire un’opera di dimensioni colossali, che inglobasse tutti i ruderi rendendoli indistinguibili sotto la gabbia di cemento che li ha sepolti. Mantenne in gran parte la memoria delle originali viuzze, impiegate come reticolo dal quale emergono le isole di cemento imbiancate a calce, alte fino a un metro e mezzo. Quest’opera, non ancora completata (rispetto al progetto originale, costituito da 94000 mq circa, è stata lavorata una superficie di 65000 mq), ha occupato Burri dal 1985 al 1989. Il visitatore, nel camminare lungo questo labirinto, si ritrova ad essere partecipe del dramma avvenuto.

Img.5 panoramica

Visione panoramica del Grande Cretto di Gibellina

Recentemente si è parlato di utilizzare fondi europei per terminare l’opera, ma questa volontà sembra interprete di quel sistema sbagliato che affligge gran parte della tutela del Patrimonio artistico italiano: trascurare la sana pratica di  manutenzione di ciò che già esiste a favore del proclama di costruire qualcosa di nuovo.

Fortunatamente, la direzione del Museo Riso, che ha creduto veramente al valore di questo monumento, sta per avviare il progetto di restauro del Cretto, dopo un lungo lavoro di confronto con istituzioni che fossero specializzate nel trattamento di restauro del contemporaneo. E per completezza filologica, ospita nei suoi locali, in collaborazione con la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, di esporre i Cretti ospitati nel museo di Città di Castello per offrire una comparazione volta a una migliore comprensione di queste opere.

Come di consueto, lascio i riferimenti per una visita:

Burri e i Cretti, Palermo, Museo Riso, dal 25 luglio al 15 settembre 2015:

http://www.katarte.it/2015/08/le-profonde-ferite-nei-cretti-di-burri/

Per una visita antologica sull’operato di Burri:

http://www.fondazioneburri.org

 

Pamela D’Andrea

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