Castelli di… sabbia

Molti di noi, per le vacanze, hanno soggiornato nei classici luoghi di villeggiatura che, spesso, si trovano nel sud della penisola. Soprattutto se siete degli habitué della zona e se, fra spiagge assolate e ristorantini tipici, avete avuto modo di guardarvi un po’ intorno forse avrete fatto caso che qualcosa nel panorama sta cambiando.

Siamo tutti più o meno cresciuti con l’idea che il nostro paese sia dominato dalla caratteristica macchia mediterranea. In effetti, se escludiamo la particolare vegetazione che troviamo in riva al mare, le foreste in altitudine e, ovviamente, quella antropizzata, quello che resta in molte zone è quel profumato insieme di arbusti che ci colpisce quando ci si ferma la macchina in qualche zona sperduta della Sardegna.
Vediamo meglio le caratteristiche degli ecosistemi che ci sono più familiari e cerchiamo di capire come e perché tutto questo stia cambiando.

Gli ecosistemi sono evidentemente strettamente legati al clima. I biomi mediterranei in particolare sono decisamente influenzati dall’azione del mare, mentre altre loro peculiarità sono l’alternanza delle stagioni e la concentrazione delle precipitazioni in una parte dell’anno.
Le piante che si trovano in questi climi sono adattate a sopportare la calura estiva e i lunghi periodi di siccità.

Forse non tutti sanno che tali caratteristiche climatiche e vegetazionali, anche se prendono il nome dal bacino del Mediterraneo, si riscontrano anche in altre zone del mondo, per di più in tutti i continenti.

Di seguito le zone e le rispettive formazioni vegetazionali (sempre simili fra loro per tipologia ma diverse per composizione specifica):

– il bacino del Mediterraneo (macchia mediterranea)

– la zona costiera della California (chaparral)

– una piccola regione del Cile (matorral)

– due zone nel sud dell’Australia (mallee)

– un breve tratto di costa del Sudafrica (fynbos)

Clima

Dalla carta si può notare come in molti casi, tali zone siano limitrofe ad aree desertiche. Facile, dal momento che tali aree ricoprono più del 40% della superficie terrestre…ed il deserto, com’è evidente, è uno degli ecosistemi più poveri dal punto di vista della produzione di materia organica. Per le comunità naturali la produttività è di fondamentale importanza, una misura della ricchezza in termini di “vita” dell’ecosistema.

Per esempio; in ambiente mediterraneo, la macchia è il tipo di formazione detta “climax”, uno stadio di equilibrio evolutivo. Quando un tratto di macchia mediterranea segue una degradazione progressiva perde produttività e attraversa gli stadi rispettivamente della gariga e della prateria mediterranea, una specie di steppa erbosa. Stadi che precedono quello di deserto.

Terreno arido

Tornando alla cartina, a ben vedere, spesso le aree desertiche oltreché dal punto di vista ecologico sono considerate povere anche dal punto di vista economico. Questa correlazione viene, infatti, esplicitata dal direttore dell’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio Nazionale delle Ricerche, mentre spiega l’entità del rischio desertificazione in Italia.

Il fenomeno interessa principalmente il sud della penisola essendo, evidentemente, la parte più arida del nostro paese. L’allarme arriva proprio dai ricercatori del C.N.R. che, durante una conferenza sull’argomento tenutasi due settimane fa all’interno dell’Expo – Milano, avvertono che l’area interessata copre quasi un quinto del territorio nazionale e che il 41% del quale si trova nel Mezzogiorno. Per quanto riguarda la Sicilia si parla del 70% della superficie (!!!).

Seguono Molise (58%), Puglia (57%), Basilicata (55%) Sardegna, Emilia Romagna, Umbria, Marche, Campania e Abruzzo con cifre comprese fra il 30 ed il 50%.

Le condizioni climatiche che portano ad una progressiva desertificazione sono facilmente intuibili anche per chi di ambiente e clima non sa molto: aumento delle temperature e diminuzione delle precipitazioni (soprattutto estive) sono, infatti, le principali cause dell’aridità. Le previsioni climatiche per il bacino del Mediterraneo durante questo secolo prevedono proprio questo.

Ma il clima non è l’unico fattore in gioco.

Il problema della desertificazione non riguarda solo l’Italia e, se esistono cose come la Convenzione contro la desertificazione ed il Piano d’Azione per Combattere la Desertificazione, significa che non solo la Comunità Internazionale riconosce il problema, ma che esistono delle strategie da attuare per tentare di arginarlo. Significa inoltre che, oltre alle motivazioni di carattere naturale, esistono anche delle responsabilità umane; la distruzione delle foreste e l’eccessivo pascolo sono le più importanti.

La gestione del territorio è sempre il primo aspetto da considerare, sia nell’individuare responsabilità ma, soprattutto, per cercare di porre rimedio, per quanto possibile, all’avanzata del deserto. Per fare ciò non bastano più singoli interventi, occorre tentare di ripristinare situazioni di equilibrio ecologico per allontanare sempre più nel tempo il raggiungimento del punto di non ritorno, una condizione che supera anche il concetto di deserto in quanto ancora più povero in biodiversità.

Come abbiamo detto in precedenza, la povertà del deserto e, a maggior ragione, di situazioni ancora più aride non si riferisce solo all’aspetto ecologico. Dal momento che argomenti come perdere ecosistemi e biodiversità non sono al primo posto nell’agenda dei governi, capirne la correlazione con le nostre attività e l’impatto economico è di primaria importanza.

Non mi piace la sabbia. È granulosa, ruvida, irrita la pelle e si infila dappertutto. (Anakin Skywalker, Star Wars: Episodio II – L’attacco dei cloni)

 

Serena Piccardi

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