Carol – Todd Haynes

Il contesto storico sociale è da sempre elemento portante e imprescindibile dell’eccentrico regista Todd Haynes, che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare in opere come “Velvet Goldmine”, “Lontano dal paradiso” e “Io non sono qui”.

I personaggi che animano le sue storie, sembrano plasmati da una realtà invadente eppur necessaria a rompere determinati schemi imposti dalle convenzioni sociali. Come se la presenza di quel reale apparentemente perfetto, ma fittizio, rappresentasse un invito non a sottomettersi e a conformarsi, ma a liberarsi da tutti i pregiudizi esistenti per imporre la propria identità a dispetto di tutto e tutti.

E’ quel che succede a Carol (interpretata da un’immensa Cate Blanchett), donna fuori dal tempo (siamo nell’America anni 50), alle prese con un difficile divorzio, che proprio non ce la fa a reprimere i suoi istinti, che trovano nella giovane Therese (Rooney Mara, premiata a Cannes come migliore attrice) la strada giusta per uscire finalmente allo scoperto. Carol, ama le donne (e questa scelta di vita, oggi vissuta apertamente, ma per alcuni ancora non del tutto comprensibile), nell’ America bigotta di quegli anni, doveva apparire una condanna a morte per l’intera società.

Lo sapeva bene Patricia Highsmith, che proprio in relazione a questo scrisse “The Price of Salt”, da cui è tratta la pellicola. Ma non aspettatevi il solito film femminista, improntato sulle varie lotte per la partità dei diritti, Haynes si colloca sapientemente all’opposto di tutto questo. A lui non interessa in alcun modo essere trendy o peggio ancora sottilmente accattivante o consolatorio, chi conosce la sua filmografia sa benissimo, che il suo marchio di fabbrica è proprio l’essere “vintage”.

Ispirandosi ai melodrammi di Douglas Sirk, che visti i tempi, poteva solo vagamente accennare a certe “scomode” tematiche,il regista americano, comprime le sue protagoniste in ambienti chiusi e claustrofobici, in gesti timidi e controllati, che non tolgono nulla alla loro vibrante vitalità. Quel mondo, che superficialmente le giudica e condanna, viene chiuso fuori da quella passione incontrollata che rappresenta libertà, ma anche isolamento.

Ed è proprio questo, a creare quel conflitto identitario che caratterizza quasi tutti i suoi personaggi. Il non sentirsi dove realmente si è, è il grande interrogativo, che tutti (anche i più socialmente integrati), prima o poi si pongono ed è quasi certo che nessuna formula matematica, potrà mai risolvere il quesito.

Laura Pozzi

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