Il complotto di Chernobyl (The Russian woodpecker) – Chad Gracia

26 aprile 1986, ore 1.23. Nella centrale nucleare di Chernobyl, a nord dell’Ucraina, il reattore n. 4 esplode, provocando il più grande disastro nucleare di sempre, paragonabile solo a quello di Fukushima, in Giappone, nel 2011. La violenta esplosione genera una nube radioattiva, che in pochi giorni sovrasta tutta l’Europa fino al Mediterraneo. Le autorità russe (allora Unione Sovietica), per contenere la gravità dell’incidente, comunicano l’accaduto solo 18 giorni dopo la catastrofe, costringendo ad evacuare tutta la zona e a trasformare Chernobyl in una città fantasma. Trent’anni dopo la zona è ancora inaccessibile.

Fedor Alexandrovich, artista poliedrico, con una vena folle nel dna, all’epoca aveva quattro anni, ma ricorda come fosse ieri il dramma vissuto, in seguito al suo allontanamento forzato dai genitori. La sua ferita, mai del tutto rimarginata, viene drammaticamente riaperta quando scopre un fatto poco noto, che getta una luce inquietante su tutta la vicenda fino ad allora conosciuta. La versione ufficiale, non totalmente comprovata e di cui sono inaccessibili i documenti, dice che a provocare l’immane tragedia fu la poca accortezza e la violazione di tutti i protocolli di sicurezza, durante un test sul reattore.

Ma forse quello che non è stato detto è che vicino la centrale, sorgeva il duga -3, un complesso sistema radar che emanava un segnale, simile ad un picchio (“Woodpecker”) in grado di interferire ed offuscare le comunicazioni verso l’Occidente. Prendendo spunto da ciò, Fedor, inizia una sua personalissima e pericolosa indagine su ciò che veramente avvenne in quel lontano giorno d’aprile e le sue conclusioni su un possibile complotto o meglio sull’aver provocato volontariamente l’incidente, risultano sconcertanti, perché incredibilmente plausibili.

Girato come un thriller fanta politico (viste le motivazioni possiamo parlare di fantascienza) e seguendo le orme fantasiose di Fedor, come in un vero caso di spionaggio, ci troviamo di fronte ad una realtà oscura e in grado di essere manipolata da chiunque detenga un potere talmente forte da decidere le sorti di tutto il mondo. Sembra esserci più di una relazione tra la centrale e la vicina antenna, (e come ricora Fedor le tragedie non sono mai frutto di coincidenze) costruita per una cifra inimmaginabile e poi rivelatasi del tutto inutile. E proprio per coprire questo fallimento, l’allora ministro delle telecomunicazioni Shamshin (nonché artefice della costruzione che avrebbe dovuto salvaguardare l’Unione Sovietica durante la guerra fredda) sotto il governo russo provocò l’incidente, rendendo la zona inaccessibile ed eliminando qualsiasi prova del fallimento da lui stesso ideato.

La tesi a cui arriva Fedor, lascia interdetti e abbiamo più di un motivo (come il documentario dimostra) di credere che sia vera. Con tutti i dubbi del caso, è abbastanza improbabile che una catastrofe di tale portata sia potuta accadere in modo del tutto imprevedibile. Lasciamo ognuno alle proprie conclusioni, ma visto l’approssimarsi del trentesimo anniversario, sarebbe bene ripensare a tutta questa fantomatica storia e non relegarla solo nei libri di storia. Anche perché, il “picchio” sembra essere ancora tra noi, più vigile che mai in qualche remota e sperduta zona della Russia.

Laura Pozzi

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