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PINO MANIACI, IL PALADINO DECADUTO DELL’ANTIMAFIA

È passata quasi una settimana da quando la notizia dell’indagine nei confronti di Pino Maniaci, direttore e padrone di Telejato, ha sconquassato la maggior parte dei mezzi di informazione, con segnali per lo più di indignazione, salvo qualche (suo amico) giornalista, showman o magistrato che si è mostrato solidale.

Sono iscritto ai canali di Telejato da qualche tempo e saltuariamente ho seguito il loro operato. Mi ha spesso incuriosito la figura di questo signore, Pino Maniaci, che a primo impatto può sembrare un personaggio da trasmissione “La Corrida” e che ha una conduzione televisiva sul modello dei telegiornali che si vedono nei film, ma che mi è sempre parso tutto sommato innocuo e soprattutto utile ai fini della lotta antimafia alla quale si è dedicato negli ultimi anni.

Proprio due settimane fa mi è capitato di guardare uno speciale di una televisione australiana (ABC TV) su di lui. Uno dei tanti, visto che è stato inserito tra i “100 eroi dell’informazione” da Reporters senza frontiere. La cosa che più mi ha colpito nel vedere questo documentario era la sua insofferenza, che andava oltre la spocchia e la testardaggine che lui stesso si riconosce e che è, forse, tipica di una società in cui anche gli inimmaginabili si sentono onnipotenti.

La cosa comunque che più indigna è la faccenda dei cani assassinati che, come giustamente lo stesso Maniaci ha voluto precisare nella conferenza stampa tenuta con i suoi legali lo scorso venerdì, riguarda una questione morale e non penale (perciò a suo dire meno rilevante). Premesso che, per quanto mi riguarda, proprio perché è una “questione morale” ha una sua rilevanza, se ricapitoliamo, all’amante ha detto che l’assassino era stato suo marito, per farsi bello; alla stampa ha invece dichiarato che erano stati i boss per intimidirlo a seguito dei suoi servizi; infine, nel corso della conferenza stampa ha affermato di non sapere chi fosse stato. Strumentalizzare la morte brutale di due animali ai quali dice di essere stato particolarmente affezionato è qualcosa di spregevole e questo credo sia un elemento che la dice lunga sull’indagato.

Per quanto riguarda, invece, l’accusa di estorsione, la difesa fondata sull’aver trasmesso dei servizi denigratori sul sindaco di Partinico non regge perché, a mio parere, non dimostra una condotta intransigente, piuttosto proprio il segnale di come l’amministratore locale veniva tenuto in pugno per poi essere ricattato ed estorto in vista di servizi ben più nocivi (nelle intercettazioni Maniaci accusa in qualche modo il sindaco di Partinico di avere avuto dei rapporti con Totò Riina).

Ricorreva ieri l’anniversario della morte di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia e non soltanto pseudo-minacciato dai boss. In quest’epoca di fine delle ideologie, credo che anche l’antimafia possa essere vissuta come tale, non solo perché è la mafia stessa ad essersi oggettivamente indebolita, ma perché se una società è corrotta in modo diffuso come la nostra, sempre più difficilmente si potrà trovare un’eccezione che viva all’interno di essa, e le poche che resistono non possono che essere soggette a portare con sé gli stessi vizi e difetti che spesso dicono di combattere.

Per concludere, riprenderei una frase dello stesso Pino Maniaci, che sembra essere ad oggi quasi profetica: “L’antimafia non deve diventare un business, anzi dovrebbe essere nel cuore di tutti, altrimenti si rischia di diventare come i mafiosi.”

Filippo Piccini

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