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Pericle il nero // Stefano Mordini

Titolo oscuro ed enigmatico, come il suo protagonista a cui Riccardo Scamarcio presta volto, ma sopratutto fisico con sorprendente verosomiglianza “Pericle il nero”, tratto dal romanzo di Giuseppe Ferrandino, rappresenta la terza opera di Stefano Mordini.

Il regista, rispetto al libro, pubblicato nel 1993, ma passato del tutto inosservato almeno in Italia, si concede delle variazioni (complice forse la coproduzione belga, con i fratelli Dardenne), che nulla o quasi tolgono al mordente dell’originale. L’azione da Napoli, emigra nella fredda e algida Bruxelles, dove Pericle Scalzone, di professione “fa il culo alla gente”, (come recita l’implacabile incipit) e arrotonda girando film pornografici. Un lavoro il suo, che rappresenta anche la corazza che lo protegge da un mondo che l’ha escluso da sempre, costringendolo attraverso violenza ed oppressione a ricercare un’identità che oltre ad essere violata è sempre stata negata. Le sue spedizioni punitive , prive di scrupoli, ordinate dal boss Don Luigi continuano indisturbate e vincenti, fino a quando Pericle, sbaglia irrimediabilmente la mossa che non tarda a tramutarsi nella sua condanna a morte.

Da qui inizierà una fuga , che lo condurrà nella pumblea Calais, braccato dai suoi stessi protettori. L’unico spiraglio di luce, in una storia cupa e dal finale quasi scontato, arriva da Anastasia, una commessa che incontra nella cittadina francese e che si rifiuta di ipotizzare qualsiasi giudizio su di lui. Anche Anastasia è una donna profondamente sola, che deve badare ai suoi due figli e forse proprio in virtù di questo, riesce a creare un’empatia, con un uomo offeso dalla vita, a cui non resta che fuggire, in primis da se stesso.

Pensato e girato come un noir americano, il film, deve la sua efficacia sopratutto al romanzo di Ferrandino, che sembra scritto apposta per il cinema. Mordini è molto abile nella regia e la decisione di lasciare poco spazio alla spettacolarizzazione della violenza, per far emergere l’interiorizzazione del suo disperato personaggio, che riesce ad esprimersi solo attraverso monologhi interiori, che nessuno (tranne noi spettatori), può ascoltare si rivela una mossa vincente.

La trama, almeno sulla carta, non risultava tra le più originali, ma proprio grazie a questo fine lavoro di regia ed a un’attenta e sensibile direzione attoriale, il film prende una direzione decisamente poco battuta dal cinema nostrano. Ecco perchè, ribadiamo che le varianti operate dal regista, rappresentano un valore aggiunto.

Si respira aria di cinema europeo, lo stesso che c’ha fatto scoprire ed apprezzare tanti autori, premiati poi a festival importanti come Cannes. E visto che il film, rappresenta l’unico italiano selezionato nella sezione Un Certain Règard, ci auguriamo proprio, che per Mordini rappresenti un bel trampolino di lancio.

Laura Pozzi

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