Fiore – Claudio Giovannesi

Daphne, è un fiore selvaggio cresciuto ai margini della strada. Senza fissa dimora, in perenne lotta con un mondo che sembra fare a meno di lei, dopo l’ennesimo furto, entra in un carcere minorile, che ha come scopo la sua rieducazione. Chiusa nelle quattro mura dell’istituto, che la imprigionano, ma nello stesso tempo la proteggono da una realtà troppo dura per la sua sensibilità celata, conosce Josh, ragazzo disorientato quanto lei, con il quale inizia un tenero e appassionato rapporto, fatto di sguardi, lettere segrete e poche parole che riescono a scambiarsi dietro le sbarre che li separano.

La storia di “Fiore”, terzo lungometraggio di Claudio Giovannesi, è tutta qui. Ma questo, non rappresenta un fattore negativo, perchè il regista sa imprimere alla pellicola un’autenticità davvero sorprendente. La macchina da presa, non molla, mai i suoi personaggi, seguendo ogni loro movimento nel tentativo di comprendere fino in fondo la loro tormentata esistenza, che sembra trovare il giusto ritmo nei momenti musicali, che risultano particolarmente efficaci.

Daphne e Josh, sono due adolescenti, che non s’incontrano molto spesso nel cinema italiano, e sarebbe più naturale scovarli in qualche film della Nouvelle Vague. Rendere credibili due personaggi così estremi, senza cadere nel patetismo o peggio ancora enfatizzando le loro mancanze, non è da tutti, ecco perchè l’opera di Giovannesi, che sulle prime può sembrare simile a tante altre, nasconde qualcosa di più.

L’esile trama, che si regge sul carisma e fisicità, della promettente Daphne Scoccia, potrebbe facilmente vacillare se a dirigerla non ci fosse un talentuoso regista, che incanala la storia su un percorso che non prevede nessun sussulto, a parte la fuga finale. Che tra entusiasmo iniziale e mancate certezze ci ha fatto tornare alla mente il celebre finale de “Il Laureato”. Non sappiamo, se il regista abbia pensato la stessa cosa, ma sarebbe comunque un bell’omaggio all’indimenticato cult di Mike Nichols.

Questo per dire, che se il film appare a tratti lento e poco coinvolgente, è perchè Giovannesi, più che alla storia è interessato alle emozioni e ai rapporti umani che intercorrono tra i suoi protagonisti. Basta pensare ai tentativi, quasi surreali di Daphne, di farsi accettare da un padre assente e molto più sbandato di lei, al quale Valerio Mastandrea, regala un’ingenuità che ce lo fa quasi amare. Sentimenti forti, contrastanti che aspettano solo la giusta occasione per dare espressione e colore ad un mondo molto più chiuso e freddo di un riformatorio.

Laura Pozzi

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