In nome di mia figlia – Vincent Garenq

Il 10 luglio 1982, nella ridente cittadina bavarese di Lindau, si consuma un fatto a dir poco agghiacciante ai danni della quattordicenne Kalinka Bamberski. La ragazza in vacanza nella casa materna e del suo nuovo compagno, l’illustre medico Dieter Krombach, viene trovata morta in circostanze misteriose, dopo i vani tentativi di quest’ultimo di rianimarla.

L’inspiegabile morte, supportata da un’autopsia che invece di scoprire, tende in modo equivoco a mischiare le carte, diventa l’unica ragione di vita di Andrè Bamberski padre della ragazza. Guidato da un infallibile intuito, che lascia spazio a varie congetture, ma si concentra da subito sulla colpevolezza di Krombach, si convince che a far da scenario alla tragica vicenda sia una storia di violenza sfociata in stupro, che fa comodo a molti insabbiare.

L’odissea vissuta da Bamberski, ha dell’incredibile, lasciato solo contro tutti, in primis da una ex moglie, che lo tradisce e che poi si ostina con tutte le forze a negare l’evidenza, la sua parabola si trasforma in un incubo senza fine, che avrebbe messo alle corde chiunque. Ma c’è Kalinka, sopra ogni cosa, con la sua innocenza violata, la sua dolcezza che resterà per sempre un ricordo indelebile, immortalato in quell’ultimo saluto all’areoporto, prima di andare incontro al suo carnefice.

Kalinka, merita giustizia e non importa se Andrè impiegherà ventisette lunghissimi anni, prima di arrivare ad un risultato, che lascia ancora molte domande senza risposta. Una cosa è certa: senza la sua ostinazione, il suo coraggio, il sacrificio (in nome della sua causa, non esiterà a gettare al vento la possibile seconda vita insieme alla nuova compagna) Kalinka sarebbe l’ennesima vittima, uccisa due volte. La prima dal suo assassino e la seconda da una giustizia (in questo caso due, quella tedesca e quella francese), che nel corso degli anni, ha fatto di tutto per proteggere un criminale.

I fatti si svolgono in piena guerra fredda, la caduta del muro appare lontana e la Germania sembra una nazione che sembra aver imparato poco o nulla dalla caduta del nazismo. Krombach, con i suoi modi spavaldi e fintamente gentili, nasconde dentro di sè un mostro e nel corso della sua esistenza, non mostrerà mai il minimo segno di pentimento per i crimini commessi, proprio come certi suoi predecessori alle prese con una guerra assurda. Ma anche la giustizia francese non scherza e non tarderà a rendersene conto il nostro protagonista, che attraverso azioni tutt’altro che legali, non cercherà di farsi giustizia da solo, ma come enuncia all’inizio del film, cercherà di colmare le lacune di una giustizia che purtroppo lo è solo di nome.

Il regista Vincent Garenq, già autore di altre pellicole a sfondo giudiziario, mai arrivate in Italia, realizza un film a metà strada tra dramma e documentario. Limitandosi a mostrare i fatti, così come sono, evitando per quanto possibile giudizi o prese di posizioni, la sua storia seppur di breve durata (87 minuti), colpisce come un pugno nello stomaco. Ma ancor di più quello che lascia sconcertati è la totale indifferenza che un Daniel Auteil in stato di grazia, è costretto a vivere sulla sua pelle, senza poter fare affidamento su nessuno, al di fuori di se stesso.

Laura Pozzi

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