A girl walks home alone at night – Ana Lily Amirpour

Appena dieci giorni fa, in questo 2016 che sembra voler privare il firmamento cinematografico delle stelle più splendenti, ci ha lasciato Abbas Kiarostami, uno, se non il maggior esponente del cinema iraniano. La sua scomparsa, lascia un vuoto difficilmente colmabile, per un cinema, che il più delle volte, è rimasto ingiustamente confinato nella propria terra, o quando ha avuto la fortuna di varcare la frontiera, nei cinema d’essai, per un pubblico di raffinati amatori, o per persone interessate a capire cosa succede in quel lontano e controverso paese.

Kiarostami, a cui non mancheremo di rendere omaggio nelle prossime puntate, ha contributo in modo determinante, con la sua poetica visione della vita, a regalare autentici capolavori, riconosciuti universalmente in tutto il mondo. Proprio in virtù di questo, sembra opportuno segnalare la rassegna cinematografica, che si è svolta in questi giorni a Roma organizzata dall’Academy Two, che ha avuto il merito di portare in Italia, tre titoli della recentissima cinematografia iraniana e uno della diaspora, presentati nei più prestigiosi Festival internazionali.

Tra le opere presenti, abbiamo scelto di focalizzare la nostra attenzione su “A girl walks home alone at night”, film d’esordio della regista Ana Lily Amirpour. Nata a Londra, da genitori iraniani, si è poi trasferita in Florida, per completare gli studi di arte in California. Fin dalla più tenera età, mostra una spiccata attitudine per il genere horror, che la porterà a realizzare a soli dodici anni il suo primo film, coinvolgendo gli invitati di un pigiama party. “A girl walks home alone at night”, datato 2014, ma che da noi vede luce soltanto ora, dopo aver riscosso enorme successo nei più importanti festival indipendenti americani, tra cui il Sundance, è un curioso esperimento, che si pone a metà strada tra Sergio Leone e l’inquietante surrealismo di David Lynch.

Ambientato, nella città fantasma di Bad City, con lo stile di una grafic novel, permeato da un bianco e nero anamorfico, lo strano horror western, vede protagonista una ragazza vampira, che si aggira solitaria nella notte, abbigliata dal tradizionale chador nero. Il suo compito, è quello di ripulire l’oscura città, da tutta la feccia che la contraddistingue, per finire poi innamorata e ricambiata di Arash, un ingenuo ragazzo, mascherato da conte Dracula che ha lavorato 2791 giorni, per comprarsi una coupè, rubata poi dallo spacciatore di zona.

La trama, quasi inesistente, oltre che sulle splendide immagini, fa perno su una colonna sonora, che non teme la contaminazione dei generi e risulta essere un mix azzeccato di rock iraniano, techno e tracce musicali ispirate a Morricone. Nonostante un ritmo lento, a volte insostenibile, non possiamo però non riconoscere elementii tali, da candidare il film a futuro cult movie. Innanzitutto, i vari riferimenti cinematografici (già accennati in precedenza), che riguardano in primo luogo la sorprendente protagonista, che tolto lo chador non sfigurerebbe di certo in un film di Godard o di qualsiasi regista della Nouvelle Vague. E’ bene sottolineare questo, perchè il ruolo della donna, è notevolmente cambiato dopo la fine della lunga guerra con l’Iraq.

Dopo un decennio in cui le donne erano state emarginate sia come attrici, che come protagoniste delle storie raccontate per evitare di incappare nelle rigide norme della censura, che prevedevano addirittura il ricorso al velo anche nel privato delle case e nessun contatto fisico tra uomo e donna, i ruoli femminili riprendono quota e alcune donne si posizionano perfino dietro la macchina da presa, come registe, produttrici e scenografe. Quindi l’importanza del film, risiede anche nei suoi connotati politici, che non sono poi così scontati. Senza dimenticare, la strepitosa interpretazione di Masuka, l’irresistibile gattone, che osserva tutti, con aria stralunata, rubando più volte la scena ad ogni singolo personaggio.

Laura Pozzi

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