The Woman Who Left // Lav Diaz

Un cinema non facile, quello del filippino Lav Diaz, che grazie ad una giuria attenta e coraggiosa capitanata da Sam Mendes, è riuscito ad accaparrarsi l’ambito Leone d’oro come miglior film, all’ultima mostra di Venezia conclusasi meno di due settimane fa. Il premio, rappresenta una vera e propria svolta, per la carriera di questo cinquantasettenne, sconosciuto ai più e apprezzato solo, nel ristretto ambito degli addetti ai lavori.

Nessun distributore italiano, almeno fino ad ora, ha osato proporlo nelle sale, vuoi per la durata delle sue opere, (siamo intorno alle sei ore e più) vuoi per una visione cinematografica forte e vigorosa, fuori da ogni logica commerciale e per questo poco accessibile. Ma la classe non è acqua e Diaz con questa pellicola solenne, è proprio lì a dimostrarlo. Quindi lasciamo da parte ogni pregiudizio, oltrepassiamo i limiti mentali, dovuti ad una durata fuori dal comune (226′ minuti) e abbandoniamoci ad una visione diversa, distante dai canoni abituali di spettatore comune, ma talmente affascinante da restare dentro come poche.

La trama è semplice: Horacia è un’insegnante ingiustamente accusata di omicidio, che sta scontando la sua pena in carcere. Improvvisamente dopo 30 anni, si trova libera grazie alla confessione della vera colpevole, che da lì a poco si suiciderà. Intenzionata a scovare e vendicarsi di chi ha ordito quel complotto a sue spese, si ritroverà a ripercorrere il suo passato, entrando in contatto con un’umanità alla deriva, capace di permeare la propria fragile esistenza su sentimenti quali la solidarietà, l’altruismo e la riconoscenza. Partendo dal desiderio di ritrovare suo figlio, Horacia costruisce intorno ad esso un sogno, alimentato da una profonda ossessione, che la chiuderà in se stessa, lasciandola girare a vuoto, come mostra la splendida ed enigmatica sequenza finale.

Il cinema di Diaz, si caratterizza per  lunghe inquadrature fisse, campi totali con quasi assenza di montaggio, per lasciar fluire senza interruzioni, il normale divenire delle cose. Il tutto fotografato da una luce abbagliante, che conferisce un’aurea sacrale ai suoi personaggi, figli di nessuno. Folgorante.

Laura Pozzi

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