I cancelli del cielo – Omaggio a Michael Cimino

Michael Cimino, l’uomo che fece fallire la United Artist, il ragazzo viziato, megalomane e saccente, che ha umiliato quella compagnia d’artisti, è morto il 2 luglio scorso, nella quasi indifferenza generale. L’immagine, che da sempre ha caratterizzato, la sua atipica e sfortunata carriera, non è mai riuscita a cambiar pelle e la sua filmografia, che conta solo sette pellicole in trent’anni di carriera, viene ricordata e menzionata, sopratutto per due film “Il cacciatore” e “I cancelli del cielo”. La sua attività, sembra assurdo a credersi, è subordinata a queste due opere, che rappresentano la sua divinizzazione e la sua dannazione.

Grazie alla cineteca di Bologna, che ha rieditato e restaurato la versione integrale, o comunque l’unica ufficialmente riconosciuta dal regista (che dura all’incirca 3 ore e 40′), possiamo tornare nelle sale e apprezzare una pellicola maledetta e controversa, vera e propria pietra miliare della storia del cinema. E’ il 1978, quando Cimino, dopo lo strepitoso successo de “Il cacciatore”, viene riconosciuto a unanimità, uno degli autori più prolifici, su cui puntare senza mezze sicure. Sfruttando il grande successo commerciale del film, coronato da cinque premi Oscar, riesce a farsi produrre dalla United Artists un progetto che risale a molto tempo prima: “I cancelli del cielo”, un grande affresco dell’America appena uscita dalla guerra civile, racconto di scontri da tempo cancellati dalla memoria della gente.

Partito come un film a medio-basso costo, fin da subito comincia a rivelarsi un’opera cara e di lunga lavorazione: su questo si andranno ad accumulare una serie di leggende e disavventure. Si arriverà al costo finale di 44 milioni di dollari, per quasi due anni di lavorazione e a vari tentativi di siluramento, fino a giungere alla disastrosa prima americana, stroncata senza appello dalla critica. Dopodichè Cimino, nel tentativo disperato di salvare il salvabile, torna in sala di montaggio per rielaborare la pellicola, riducendone la durata di quasi un’ora, deteriorando però in maniera irreversibile la qualità del suo lavoro.

Dopo aver raccontato il difficile passaggio alla maturità da parte di un gruppo di emigrati di origine russa negli anni del Vietnam, Cimino risale quell’accidentato percorso storico che ha portato l’America a essere così come ora è. Un affresco storico, dunque e nel caso degli Stati Uniti, tornare all’epoca dei pionieri, della conquista dell’Ovest selvaggio, della lotta contro gli indiani nativi e sopratutto il ritorno al genere western. Cimino vuole ri raccontare il genere americano per eccellenza e lo fa scardinandone tutti i principi. Al centro della storia non c’è più l’eroe tutto di un pezzo, l’uomo virile che  determina il corso degli eventi. I suoi personaggi sono indecisi e irrisolti le cui azioni non determinano il senso del tragitto e anzi questo gli si ritorce contro: violenza esplosiva incontrollabile e indiscriminata, in poche parole fine del sogno americano.

Soltanto facendo de “I cancelli del cielo” un’opera sulla memoria, è possibile dare un senso a una struttura certamente sballata se tarata con i parametri classici. La rappresentazione non è più realistico-analogica, ma soggettiva, l’esperienza di chi vede il film non è oggettiva e compiuta, ma personale e frammentaria. Il tragitto esperienziale intrapreso non riguarda soltanto il protagonista, ma anche lo spettatore e noi non cogliamo tutto ciò che avviene in quel posto, ma soltanto una serie di eventi. Il tempo del racconto non è più esterno all’opera, come nella forma epica del western classico, ma interno allo sviluppo del racconto stesso. Così si può restar perplessi di fronte a questa storia che vede contrapposte due fazioni che si fronteggiano dichiaratamente sin dalla fine del prologo per la ricerca della propria libertà, ma è innegabile che si tratta di grande cinema, che vola alto sulle vette innevate del Wyoming.

Laura Pozzi

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