Il presidente della Colombia, regista dell’accordo con le FARC, è il nuovo Premio Nobel per la Pace

Il presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, si é aggiudicato il premio Nobel per la Pace 2016. Il Comitato per il Nobel norvegese afferma di averlo voluto premiare per «il suo sforzo risoluto nel mettere fine al conflitto durato 52 anni» con le FARC e aggiunge che il riconoscimento deve essere considerato «come un tributo al popolo colombiano ed un omaggio alle vittime».

Santos, in carica dal 7 agosto 2010, è nato a Bogotà il 10 agosto 1951 da una delle famiglie più potenti e influenti della capitale colombiana. Nipote del giornalista Enrique Santos Montejo «Caliban» e del di lui fratello, l’ex presidente Eduardo Santos Montejo, Juan Manuel Santos ha studiato economia negli Usa e, tornato in patria, è stato vicedirettore del periodico di famiglia El Tiempo prima di gettarsi in politica, nel 1991, e cominciare la lunga carriera che l’avrebbe visto ministro del commercio, ministro dell’economia, fondatore del Partito sociale di unità nazionale, ministro della Difesa e infine presidente.

Mentre Santos si commuove, dicendosi «sorpreso e sopraffatto», si sentono però già in sottofondo le prime critiche alla decisione di Oslo perché il 2 ottobre scorso 61.000 colombiani avevano assestato un duro colpo alle speranze di pace votando no al referendum sui negoziati condotti durante gli ultimi 4 anni all’Avana e siglati pochi giorni prima (quelli per cui oggi Santos viene premiato). Sebbene sia andata alle urne solo il 37,5% della popolazione l’esito della consultazione popolare è stato talmente sorprendente che l’accordo non prevedeva un piano B (tra l’altro l’alto grado di astensionismo suggerisce quanto poco gli abitanti della Colombia credano nella soluzione alla guerra-guerriglia che è uno degli ultimi epigoni della guerra fredda).

La Giuria di Oslo non è nuova alle contestazioni. E risponde già alle attese critiche sul «Nobel dimezzato» spiegando nelle motivazioni dell’assegnazione come «il fatto che la maggioranza abbia votato no al referendum non significa che il processo di pace sia morto: il referendum non ha bocciato il desiderio di pace, ma uno specifico accordo». Un premio d’incoraggiamento insomma, come già in altri casi nel passato, a cominciare dal presidente americano Obama insignito nel 2009: «Il Comitato spera che il premio dia la forza a Santos per continuare i suoi sforzi e auspica che tutte le parti partecipino in modo costruttivo ai negoziati».

Ad essere scontenti sono anche quanti nelle settimane scorse avevano sponsorizzato i cosiddetti White Helmets, i caschi bianchi, alias i volontari siriani che nell’inferno di morte a due ore di volo dall’Unione Europea (altro “discusso” premio Nobel per la pace nel 2012) accorrono ogni volta che un bombardamento colpisce le abitazioni civili. I White Helmets, attivi dal 2013, sono panettieri, sarti, ingegneri, studenti, uomini e donne indipendenti che rispondono unicamente ai principi di «umanità, solidarietà e imparzialità». A loro, comunque, era andato qualche giorno fa il Right Livelihood Award (87 mila dollari), il Premio Nobel Alternativo ideato nel 1980 dallo scrittore Jakob von Uexkull e assegnato ogni anno di fronte al parlamento svedese alla vigilia dell’assegnazione del Nobel per la Pace.

Luci e ombre dunque, come quasi sempre nella storia del Nobel per la pace. I White Helmet si sono congratulati immediatamente con il popolo e il presidente della Colombia con un tweet della Syria Civil Defence ma anche Ingrid Betancourt, l’ex ostaggio franco-colombiano delle FARC (liberata quando Santos era ministro della difesa e picchiava durissimo sulla guerriglia), ha espresso soddisfazione. «Sono ottimista per il futuro» ha detto la Betancourt a I-Télé e alla domanda del tv sull’opportunità di considerare anche le FARC per il Nobel ha risposto, «Si credo che anche loro lo meriterebbero».

fonte: LASTAMPA.it

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