DAI CALL CENTER IN ALBANIA ALLE STARTUP DELLA SILICON VALLEY: ECCO IL MONDO DEGLOBALIZZATO

È di qualche giorno fa la notizia della chiusura delle sedi di Roma e Napoli di Almaviva Contact, il più grande operatore di call center italiano, col conseguente licenziamento di 2.511 lavoratori (1.666 a Roma e 845 a Napoli). I sindacati parlano di “bomba sociale” mentre il Ministero dello Sviluppo economico di “atti ricattatori” da parte dell’azienda, che dal canto suo si difende dando la colpa al calo delle commesse e alla delocalizzazione effettuata dalle aziende concorrenti.

Sempre qualche giorno fa è rimbalzata un po’ ovunque la notizia della proposta avanzata e poi ritirata dal Ministro degli Interni inglese del governo May, di obbligare tutte le aziende nazionali a pubblicare liste” di proscrizione” dei lavoratori stranieri al fine di proteggere i propri cittadini, dato che una concorrenza sleale sul mercato del lavoro fa preferire alle aziende l’assunzione di personale che richieda una più bassa retribuzione.

Lo stesso principio per cui il gestore italiano del settore informativo e della comunicazione ha deciso di delocalizzare all’estero e licenziare in Italia, così come altre aziende, è semplicemente che il mercato globale così come fino ad oggi lo abbiamo conosciuto tende sempre a cercare la formula che gli permette di produrre di più abbattendo i costi. Che siano rappresentati da efficienze produttive, energetiche o da persone alias “risorse umane”.

Una ventina di anni fa, dal movimento di Seattle ai più nostrani “No global”, erano molte le preoccupazioni circa un abbattimento dello spazio e dei tempi con cui le merci potevano viaggiare da un punto all’altro del globo, perché insieme a queste se ne stavano andando anche i lavoratori con i loro diritti. Questo iniziava a far prefigurare il mercato mondiale come un’unica piazza di vendita dove delocalizzare nei punti in cui le materie prime e la mano d’opera costavano meno, per poi rivenderli allo stesso prezzo nei più ricchi mercati occidentali, ricavandone un margine di guadagno maggiore. È evidente che questa non era una visione strategica, ma una soluzione dettata dal mero profitto nel breve-medio periodo e che, come qualcuno dai global forum alle piazze cercava di comunicare con metodi più o meno democratici, le conseguenze in ambito sociale sarebbero state disastrose.

Così come Antonio Negri in Impero, edito a conclusione della presa di coscienza di quegli anni, scriveva: “il mondo sorto dopo il crollo del blocco sovietico è il mondo del libero mercato che ha travolto le frontiere dei vecchi Stati-nazione. La sovranità è passata a una nuova entità, l’Impero, a cui partecipano i vertici degli Stati Uniti e il G8, agenzie militari come la Nato, gli organismi di controllo dei flussi finanziari come la Banca mondiale o il Fondo monetario, e infine le multinazionali che organizzano la produzione e la distribuzione dei beni”. Bisogna tener conto che ogni preoccupazione a riguardo è diventata a distanza di una dozzina di anni quanto mai concreta e reale al punto da essere arrivata già ad una sorta di epilogo.

Quello a cui stiamo, infatti, assistendo a maturazione di questo processo, che qualcuno ha già battezzato “deglobalizzazione“, è un reflusso delle delocalizzazioni e di quei principi iper liberisti secondo cui il mercato cercando egoisticamente ciò che è meglio per sé (ad es. lavoratori a basso costo) persegue inevitabilmente il meglio per la collettività, trasformando i “vizi privati” in “pubbliche virtù”. Concetto derivante dall’accademica “mano invisibile” di Adam Smith, che evidentemente oltre a non palesarsi, in quanto agisce per delle forze intangibili, si è rivelata nella storia un’applicazione decisamente fallimentare che ha condotto a delle cicliche crisi economiche più o meno profonde.

Mentre, dunque, i call center italiani ancora sulla scia della “globalizzazione della prima ora” per aumentare il profitto cercano di espatriare nella vicina Albania, sfruttando la vicinanza geografica per quanto riguarda la logistica, nonché la discreta conoscenza della lingua italiana da parte degli albanesi, pur di risparmiare sul costo del lavoro, dall’altra parte del mondo, nella Silicon Valley, hanno risolto il problema drasticamente iniziando ad intravedere un altro futuro possibile. Alcuni esponenti dell’ “ideologia californiana” ovvero un insieme di scrittori, hacker, capitalisti e artisti che vivono e lavorano in uno dei posti più innovativi della Terra nato con la new economy e arrivato ai giorni nostri ad ospitare aziende quali Google, Facebook, Apple, Amazon, Tesla si stanno interrogando sulla possibilità di non far lavorare più le persone e lasciare tutto all’automazione, i robot per l’appunto. In questo modo ogni individuo avrebbe garantito un reddito base che gli permetterebbe di non dedicare più la maggior parte del proprio tempo soltanto alla mera sopravvivenza.

La cosa che fa riflettere è che questa idea, che personalmente credo sarà la nuova conquista del secolo al pari del suffragio universale dello scorso, non viene dall’ambiente dei call center albanesi, dove potrebbe motivarsi come una necessità di emancipazione dal lavoro salariato e sottopagato a fronte di una mansione usurante, ma da uno dei luoghi più innovativi del globo dove si è intuito che investire sulla promozione della creatività individuale è molto più proficuo nel breve-medio periodo piuttosto che risparmiare continuamente sui costi di produzione per un prodotto che in poco tempo verrà sostituito dalle macchine. Leggasi gli stessi call center e tutti quei lavori, ormai non più soltanto manuali ma anche dei servizi, che da qui a pochi anni spariranno per via dei processi di automazione già in atto.

Filippo Piccini

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