Repressione in America Latina, la procura di Roma chiede 30 ergastoli

Trenta condanne all’ergastolo. Sono le richieste avanzate dalla Procura di Roma nel processo davanti alla terza corte d’Assise a carico di ex alti militari, ex ministri ed ex capi di Stato di nazionalità boliviana, peruviana, cilena e uruguayana per omicidio e sequestro di persona in relazione alla scomparsa e all’uccisione di 23 cittadini italiani, avvenuta tra il 1973 e il 1978, nell’ambito del cosiddetto ‘Piano Condor’, l’accordo di cooperazione portato avanti dalle dittature di sette paesi sudamericani e finalizzato all’eliminazione di qualunque oppositore al regime (sindacalisti, intellettuali, studenti, operai e esponenti di sinistra).

La requisitoria, cominciata ieri dal pm Giancarlo Capaldo e completata oggi dal pm Tiziana Cugini, ha ripercorso, uno per uno, tutti i casi di tortura e di omicidio di oppositori e dissidenti. Nei confronti degli imputati si procede per omicidio plurimo aggravato e sequestro di persona.

L’unica richiesta di assoluzione è stata sollecitata nei confronti del tenente di vascello Ricardo Eliseo Chavez Dominguez, uruguayano oggi 72enne, già capo delle operazioni speciali del Fusna (il servizio segreto della Marina Militare).

Tra gli imputati per i quali è stata chiesta la condanna c’è anche l’unico tra i militari coinvolti nel ‘Piano Condor residente in Italia (a Battipaglia), l’uruguayano Jorge Nestor Troccoli Fernandez. Il processo proseguira’ il 21 ottobre prossimo quando prenderà la parola l’Avvocatura dello Stato.

“Non mi aspettavo nulla di diverso alla requisitoria dei pm – ha commentato l’avvocato Luca Milani – ma del resto è la conferma che in questo processo non si è tenuto minimamente conto della posizione di alcuni Paesi, come ad esempio il Perù, che io rappresento con la difesa di tre imputati, che non hanno avuto nulla a che fare con i fatti contestati”.

La chiusura dell’inchiesta risale a sei anni fa e riguardava 140 persone (tra le quali anche 59 argentini, 11 brasiliani e 6 paraguayani) ma problemi burocratici legati alla notifica e la morte di numerosi esponenti delle giunte militari hanno fatto scendere il numero delle persone a rischio processo. Le indagini sono durate circa dieci anni.

fonte: rainews.it

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