RIDUZIONE STIPENDI PARLAMENTARI, PERCHÉ?

Alcuni l’hanno definita la battaglia principale della campagna elettorale in vista del referendum del 4 dicembre, anche se il tempo che manca non è poco. Altri si sono preparati ad un vero e proprio show ribattezzando la piazza “Teatro Montecitorio” ed auspicando un’affluenza da parte dei cittadini che alla fine non c’è stata. In entrambi i casi si è trattato di una delusione. Sto parlando del disegno di legge del Movimento 5 Stelle che prevede il dimezzamento degli stipendi e la riforma dei rimborsi dei parlamentari, discusso oggi in aula e rinviato alla Commissione Affari costituzionali.

Il DDL prevede la riduzione del 50 per cento della parte fissa dello stipendio dei parlamentari, la cosiddetta indennità, che da un lordo di 11 mila euro al mese scenderebbe a circa 5 mila euro (il netto quindi dovrebbe passare da poco più di 5 mila a circa 2.500 euro). Oltre a ciò, la proposta riguarda anche la diaria di 3.500 euro al mese che i parlamentari ricevono per affrontare le spese di soggiorno a Roma (che verrebbe in questo modo assegnata solo ai parlamentari che non risiedono nella capitale) ed i rimborsi spese (circa 2.500, che non sarebbero più pagati automaticamente senza una rendicontazione).

È evidente che i 5 Stelle vogliono giocarsela sul piano nel quale sono esperti e ricevono molti facili consensi, e sul quale è stata impostata la comunicazione del quesito referendario nonché l’intera riforma, ovvero il risparmio dei costi della politica. Non è un caso, infatti, se Renzi ha rincarato la dose sostenendo che se una riduzione dello stipendio dei parlamentari è auspicabile, lo è solo nella misura in cui si partecipa ai lavori dell’Aula. Un po’ come per i gettoni di presenza che vengono utilizzati nelle realtà parlamentari più piccole dei comuni e dei municipi, dove a seconda del numero di sedute alle quali si prende parte si viene retribuiti di conseguenza. Proprio da qui è nata la polemica tra l’attuale presidente del Consiglio e il suo possibile futuro sfidante, Luigi Di Maio, del quale ha detto: “Ha il 37% di presenze in Aula, diamogli il 37% dell’indennità. I 5 stelle giocano a fare i più puri ma sono come gli altri”.

Ma, a questo punto, al netto di ogni strumentalizzazione politica, la domanda viene spontanea. Come si fa a pensare di migliorare qualcosa pagandola meno? Se la condanna unanime nei confronti della classe politica è di non essere all’altezza e di non riuscire a garantire un “servizio” adeguato alle problematiche del Paese, cosa si pensa si riuscirebbe a migliorare se gli si togliessero gli strumenti, in questo caso economici, per svolgere il loro ruolo come dovrebbero? La prima obiezione che dalla pancia viene su è che 2.500 mila euro netti al mese non sono pochi se si guarda lo stipendio medio degli italiani che si attesta a circa mille euro di meno. Ma se ci si riflette un attimo, ci si è mai chiesti perché un neurochirurgo guadagna di più di un addetto alle pulizie? Perché probabilmente oltre ad aver fatto dei sacrifici maggiori per raggiungere quel ruolo, ha anche molte più competenze e soprattutto molte più responsabilità che, se non fossero retribuite da un adeguato stipendio, non riuscirebbe sicuramente a gestire.

Sicuramente non tutti i parlamentari possono vantare chissà quali meriti o sacrifici alle spalle (seppur si deve riconoscere che per arrivare ad essere eletti un qualche cosa dovranno pur averla fatta), ma non c’è dubbio che nella posizione che ricoprono hanno delle enormi responsabilità. Se si guarda, infatti, alla storia recente, si può notare come in alcuni casi anche soltanto un voto o due hanno decretato la fine di un governo (governo Prodi nel gennaio 2008) o la sopravvivenza di un altro (governo Berlusconi nel dicembre 2010), insieme alle sorti del Paese. L’intento dei padri costituenti, di cui tanto si difende l’operato quando si tratta di votare NO al referendum per non modificare la Costituzione, era quello di garantire una certa autonomia economica ai parlamentari che in questo modo non sarebbero stati vittime di possibili corruzioni o impedimenti di varia natura.

Inoltre, un altro quesito che bisognerebbe porsi è cosa cambierebbe da domani mattina se improvvisamente i parlamentari italiani guadagnassero la metà così come dai promotori di questo ddl è fortemente auspicato? Potrebbero i soldi risparmiati, che rispetto al bilancio dello Stato sono insignificanti, risanare in qualche modo l’economia del Paese, far scendere il tasso di disoccupazione, rivalorizzare il territorio, risolvere il problema dei migranti, farci avere un ruolo di leadership in Europa? Assolutamente no, tanto per fare alcuni esempi di quali sarebbero le vere priorità da affrontare.

Se l’idea di pagare meno per ottenere un “servizio” migliore può sembrare un paradosso, bisogna pensare ad un altro fatto odierno per oltrepassare definitivamente i confini dell’incredibile. A Roma la sindaca Raggi, insieme alla sua assessora Muraro, dichiara proprio oggi una certa stranezza nella quantità di frigoriferi ed altri rifiuti ingombranti riversati nelle strade, facendo intendere una sorta di complotto in atto nei confronti della propria amministrazione. Nel frattempo l’Ama (la società di raccolta rifiuti romana) tiene a precisare che il servizio di ritiro oggetti ingombranti è sospeso, questa volta sì non a caso, proprio da quando la Raggi è sindaco e fondamentalmente per responsabilità della stessa che non è ancora riuscita a dare una governance alla società e ad indire una gara pubblica per ripristinarlo. Surrealismo puro e stupore, che per fare un paragone ironico mi ricorda nei modi il mio cane quando emettendo inconsapevolmente delle flatulenze si meraviglia esso stesso di quanto stia succedendo e si guarda attorno in cerca di un possibile responsabile.

Filippo Piccini

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