LA DEMOCRAZIA, IN CRISI ANCHE SUI SOCIAL

Il progresso non avanza in modo lineare. Nel corso della storia dell’uomo ci sono stati “anni bui” e altri di “rinascita” o “illuminanti” e, il più delle volte, il benessere si è raggiunto nelle “pagine bianche”, durante le quali non si sono verificate guerre, rivolte o eventi sconvolgenti che abbiano lasciato traccia. Di fatto, se si disegna una linea del progresso nel divenire storico, questa è crescente, seppur non continua.

In questi giorni, dopo la vittoria di Trump negli Stati Uniti, si è parlato molto di cosa circola in rete, di quali notizie siano le più visualizzate e in che modo gli algoritmi che ne garantiscono la diffusione funzionino. C’è stato, infatti, il caso dell’intelligenza artificiale che avrebbe predetto la vittoria del magnate americano semplicemente analizzando il trend delle ricerche incrociato con le interazioni delle pagine social che facevano riferimento al candidato repubblicano, scoprendo in anticipo che la Clinton avrebbe perso.

Ciò che tutti i media hanno fatto dopo lo shock dell’elezione più insolita e inaspettata della storia degli Stati Uniti è stato una sorta di mea culpa per aver sottovalutato il fenomeno Trump e non aver dato la giusta importanza al pericolo che rappresentava. Stessa cosa e con ben più responsabilità è stata fatta dai vari social, Facebook in primis, resosi conto di quanto la logica completamente incontrollata quanto ad indicizzazione delle notizie più rilevanti a seconda dei trend più utilizzati possa essere, in un’ottica oggettiva, controproducente. Ancora di più quando a trovare più facile diffusione sono le notizie bufala che, proprio perché eclatanti, vengono ricondivise più in fretta e da più persone che ovviamente le leggono come vere. A macchia d’olio si sono sparse le notizie degli endorsement del Papa a Trump o addirittura di un discorso di Kurt Cobain che ne auspicava l’elezione, ovviamente assolutamente inventate.

Se non si applicasse nessun filtro sulle ricerche in internet, infatti, i post e i siti che avremmo più in vista sarebbero quelli più visualizzati e, come è risaputo ormai da un po’, si tratta di siti pornografici seguiti da altri con contenuti violenti o socialmente pericolosi. Questo avviene perché purtroppo la natura umana, nella maggioranza dei casi, tende a soddisfare gli istinti più primitivi e beceri, soprattutto quando è nascosta dietro ad uno schermo; una maggiore diffusione o visualizzazione, seppur in un’ottica democratica possa apparire positiva, non sempre lo è. Il meccanismo è ben visibile nei molti commenti offensivi e denigratori, di cattiverie a volte impensabili, che tutti i giorni si possono leggere nelle varie pagine social di informazione e non, spesso rivolte nei confronti dei politici o dei personaggi più in vista. Penso al caso dei commenti avvelenati nei confronti della splendida ed esemplare campionessa italiana Bebe Vio che si era recata alla cena di Stato con Obama in rappresentanza delle eccellenze del nostro Paese; nonostante il sincero entusiasmo della ragazza che è riuscita anche a strappare un selfie col Presidente USA, si è riusciti a strumentalizzare la cosa, insultandola e attaccandosi a polemiche superflue e insignificanti come le spese sostenute per portarla fino a lì.

Alexis De Tocqueville fu autore e pensatore che più di altri ha lasciato delle interessanti considerazioni sulla democrazia. In particolare studiò proprio gli Stati Uniti in quanto adottavano una forma di governo non a seguito di una monarchia o di altre preesistenti, ma “ex novo”. L’analisi del pensatore liberale, soprattutto antropologica, si focalizzò sul concetto di passione per l’eguaglianza. Il problema sta nella passione poiché l’individuo non si sazia mai dell’eguaglianza, non siamo disposti ad accettare le differenze come un bene per la democrazia, come inestinguibile risorsa. Tocqueville vede nell’uomo un inappagabile desiderio, che si sviluppa attraverso la consapevolezza intrinseca di non sopportare che nessuno abbia di più di noi stessi. L’invidia è una passione liberamente democratica. L’eguaglianza delle condizioni tende a tradursi nel conformismo, la massificazione sociale, poiché la grave patologia della democrazia è quella di non accettare le differenze.

Non si sa se Facebook (e a seguire gli altri social) diventerà una media company che filtrerà o in qualche modo vaglierà i contenuti dei suoi utenti o se, come lo stesso Zuckerberg disse alla Luiss di Roma rispondendo alle domande degli studenti: “Non produciamo e non modifichiamo contenuti. Mettiamo a disposizione gli strumenti per connettervi”. Si spera che almeno riesca ad adottare qualche misura contro le notizie false, così come con Google già sembra abbia iniziato a fare. Per quanto riguarda i “topic trend”, invece, sicuramente le “dittature delle maggioranze” fino a qui non ci hanno portato a nulla di buono e, se non vogliamo fare i soliti esempi di Mussolini o Hitler eletti democraticamente, così come di Berlusconi o Trump, sarà anche una predisposizione soggettiva, ma per dirla con le parole di qualcuno, anche in una società migliore di questa, nonostante si abbia fiducia nelle singole persone, viene più spontaneo non credere mai alla loro maggioranza e sentirsi più a proprio agio e d’accordo soltanto con la minoranza di queste.

Filippo Piccini

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