Stop ai barconi di migranti. L’Italia cerca l’accordo in Libia

La settimana prossima il ministro dell’Interno Marco Minniti volerà a Tripoli. E’ lì, in Libia, nel Paese a un braccio di mare dalla Sicilia, la chiave individuata dal governo per cercare una soluzione alla crisi dei migranti. Ieri «ci sono stati contatti fra il governo di accordo nazionale libico e il governo italiano su temi della sicurezza di comune interesse», recita un comunicato stampa del Viminale. Ma tra pochi giorni, quando dovrebbe anche riaprire la nostra ambasciata, quello di cui parlerà il nostro responsabile dell’Interno con esponenti del governo Serraj sarà soprattutto la bozza di un accordo per bloccare le partenze dei migranti.

Intese simili il governo italiano le sta negoziando anche col Niger e altri Paesi (nei giorni scorsi il ministro Minniti è stato in Tunisia e a Malta): «Ma circa il 90 per cento degli arrivi in Italia parte dalla Libia», ricordano fonti del Viminale. Motivo per cui il patto chiave, che potrebbe veramente dare una svolta alla crisi, è quello con Tripoli. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi, considerata la delicata situazione del Paese. Ma le trattative sono in corso, e Minniti a breve andrà di persona a cercare di dare concretezza alle ipotesi, che nelle intenzioni libiche consisterebbero nel fermare i migranti non sulle coste, ma lungo il confine meridionale del Paese, alla frontiera con Niger e Ciad.

Un tentativo di trovare soluzione ai flussi che continuano ad arrivare in Italia e abbassare la tensione che in questi giorni è esplosa con la rivolta al centro di Cona, dove «non c’è nessuna condizione di umanità», denuncia il deputato di Sinistra italiana Nicola Fratoianni. Da una parte, accordi per evitare partenze e assicurarsi la possibilità di rimpatri; dall’altra, accoglienza diffusa e Centri di identificazione ed espulsione (Cie) in ogni regione: così il governo Gentiloni pensa di affrontare il problema.

Da Regioni e Comuni arriva la proposta di mettere nelle condizioni «di obbligare a lavori utili le persone che arrivano nel nostro Paese»: la avanza il governatore toscano Enrico Rossi, e come lui sindaci come quello di Prato, Biffoni, e di Verona, Tosi. Mentre la moltiplicazione dei Cie rischia di non andare a genio proprio al Pd di Minniti e del premier: dalla sinistra del partito, dopo la deputata Sandra Zampa interviene il senatore Sergio Lo Giudice per definirli «luoghi disumani di reclusione». Anche l’annunciata stretta, al grido di «via tutti gli irregolari», lascia perplesso qualcuno: «Non mi convince l’idea di risolvere una questione complessa con appelli volitivi: si rischia solo l’effetto annuncio», sospira Gianni Cuperlo. La prima a dichiararsi contraria ai Cie «come li abbiamo conosciuti finora» è stata la vicesegretaria del Pd e presidente del Friuli, Debora Serracchiani: ieri però ha fatto sapere che le Regioni incontreranno Minniti, «le strutture a cui fa riferimento il ministro credo possano essere altra cosa», concede. «Ci vorrà un confronto con chi guida gli Enti locali, i Cie vanno gestiti meglio, ma l’identificazione è un’idea democratica e non vedo quale altra soluzione si possa trovare», valuta Emanuele Fiano, responsabile sicurezza Pd.

Non la pensa così il M5s: «Aprire un Cie per regione rallenterebbe solo le espulsioni degli immigrati irregolari e non farebbe altro che alimentare sprechi, illegalità e mafie», attacca dal blog di Grillo. Ribadisce Di Maio: «Nuovi Cie servono solo ad ingrassare cooperative amiche del governo».

fonte: LASTAMPA.it

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