AL GIRO DI BOA, ADDIO GLOBALIZZAZIONE

Ci siamo, mancano pochi giorni a venerdì 20 gennaio quando il più cruciale giro di boa degli ultimi decenni sarà compiuto. Donald Trump si insedierà a tutti gli effetti alla Casa Bianca e diventerà il nuovo “commander in chief” degli Stati Uniti sostituendo Barack Obama, primo presidente nero della storia americana e Premio Nobel per la Pace.

Non sarà un punto di svolta soltanto perché i due presidenti sono talmente diversi che messi a fianco sembrano il giorno e la notte (o il bianco e il nero), ma si concluderà in modo netto un’epoca, quella della Globalizzazione, cominciata nel 1989 con la caduta del muro di Berlino e terminata lo scorso novembre con la vittoria del tycoon newyorkese. Quest’epoca, che probabilmente nei libri di storia dei nostri figli verrà studiata in un capitolo a sé dopo la “Guerra Fredda (1945-1989)” ci ha portato l’apertura al mercato mondiale per la prima volta nella storia moderna di tutte quelle potenze un tempo definite “emergenti”, dalla Cina all’India, dal Brasile alla Russia, che, essendo competitive in quanto a costo delle materie prime e della manodopera, sono riuscite ad attrarre investimenti e tecnologie fino a crearsi un mercato interno nel quale rivendere ciò che riescono a produrre, senza più riservarlo all’export occidentale.

Un esempio ne sono i cellulari e l’informatica. Fino a pochi anni fa i principali marchi fabbricavano i propri modelli nel sud est asiatico per poi venderli principalmente in Europa e negli States. Ora il mercato del Sud Est asiatico è diventato talmente florido che i modelli che vengono prodotti sono pensati principalmente per loro e gli standard occidentali inseguono quei modelli per essere più attraenti e vendere quindi di più. Idem per le autovetture. Pensare che il “downsizing” (ovvero il rimpicciolire le dimensioni dei nuovi modelli) sia stato concepito negli anni recenti per venire incontro a chissà quali doti di guida dinamica e non per “rientrare” nelle affollate metropoli cinesi, è evidentemente errato. La Cina è il nuovo mercato dove le automobili vengono vendute in abbondanza e in quantità potenzialmente enormi ed è per quel mercato che vengono progettate e prodotte.

Tutto ciò ha reso l’Occidente più povero e più marginale nello scacchiere mondiale. Al punto che la classe media si è drasticamente impoverita. Non si crea più ricchezza e questo si traduce in mancanza di posti di lavoro, aumento della gente sulla soglia di povertà, minori entrate negli erari statali e di conseguenza servizi pubblici soggetti a tagli.

Cosa cambierà quindi con l’era Trump? Probabilmente, come prima conseguenza del protezionismo e della fine della globalizzazione, assisteremo ad un minore libero scambio di merci su scala mondiale, stando alle intenzioni già dichiarate del neo presidente di riportare tutta la produzione in America e di limitare gli spostamenti delle persone, non soltanto migranti, ma anche europei. Inoltre vedremo uno svuotamento di qualsiasi accordo di collaborazione internazionale esistente, dalla NAFTA alla NATO. Si ritornerà un po’ al provincialismo anni ’50, tanto caro ai conservatori americani che già con Reagan ne avevano fatto un modello a cui ispirarsi (emblematica l’analogia del film anni ’80 “Ritorno al Futuro” a cui rimando in questo articolo).

Successivamente, per quanto riguarda il trend sociale e culturale formato export degli USA, la parola “buonismo” tornerà ad essere una parolaccia in favore della più attuale e rappresentativa “populismo”. Poi, forse, ci dimenticheremo la moda hipster con le barbe lunghe e i vestiti rimediati per un ritorno al “cafonal” con il maschio bianco alpha sempre protagonista, ostentante ricchezza e con delle donne-oggetto al proprio fianco. Non è un caso che il mondo dello spettacolo e della cultura si mobiliti sempre massicciamente durante le campagne elettorali e che quello attuale si sia schierato tutto con la Clinton, perdendo. Film, musiche, mode, correnti artistiche di un periodo storico sono figlie degli anni in cui si vive e chi è al potere decide e influenza in qualche modo cosa “partorire”.

La speranza, sia che si valuti positiva la fine della globalizzazione o che si intraveda l’era Trump come il più grande passo indietro sociale e culturale dal dopoguerra ad oggi, è che, così come dopo 8 anni di presidenza Bush c’è stato un presidente di per sé rivoluzionario in quanto nero e outsider, pur con tutti i limiti dimostrati nonostante abbia ottenuto conquiste importanti come nozze gay, assistenza sanitaria e coscienza ecologica, i 4 anni di presidenza Trump possano tramutarsi nei passi indietro necessari per prendere la rincorsa verso conquiste future ben più progressiste.

Filippo Piccini

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