Xi Jinping apre il Congresso del Rinascimento cinese

«Voi avete il vostro modello, noi abbiamo il nostro». Chi vive in Cina si sente spesso ripetere questa frase. Dopo l’ultima crisi finanziaria globale e le contraddizioni delle democrazie occidentali, il senso di queste parole ha preso nuove sfumature. Oggi, per molti cinesi, il messaggio è che – in fondo – il modello politico ed economico della Repubblica popolare sia migliore.

Il 19° Congresso del Partito comunista – che si apre questa mattina nella Grande Sala del Popolo nel cuore di Pechino – sarà l’occasione per il presidente Xi Jinping di rilanciare questa visione, oltre che per consolidare il proprio potere al vertice della Repubblica popolare. Salito al potere nel 2012, da allora il presidente cinese è riuscito ad accentrare nelle sue mani tanto potere come non si vedeva da decenni a Pechino. In questi anni, Xi ha stravolto alcune dinamiche e tradizioni con cui è stata governata la Cina nell’ultimo quarto di secolo, facendo della sua carismatica presidenza l’inizio di una nuova fase politica che si propone di cambiare il volto del Paese per i prossimi trent’anni. Fin da subito, Xi Jinping ha chiarito che il suo ambizioso progetto prevede il «grande rinascimento della nazione cinese» entro il 2049. Al di là del linguaggio paludato, il traguardo è proprio quello di rendere i cinesi più sicuri del proprio sistema economico, politico e culturale.

Quando questa mattina Xi Jinping prenderà la parola davanti ai 2287 delegati, rappresentanti di oltre 89 milioni di iscritti, nella sua relazione risuoneranno gli slogan che hanno caratterizzato la retorica della leadership cinese di questi ultimi anni. Forte enfasi sarà posta sulla trasformazione della Cina in una «società moderatamente prospera» entro il 2020: il che significa portare fuori dalla povertà altri 30 milioni di persone. «La sfida più difficile di tutte», l’ha definita Xi alla vigilia del Congresso. Nei prossimi cinque anni la Repubblica popolare dovrà anche muovere i primi passi nella costruzione di un nuovo modello economico – riassunto nel piano Made in China 2025 – che punti su innovazione, produzioni ad alto valore aggiunto e tutela dell’ambiente. Il primo mandato di Xi Jinping è stato anche quello della «nuova normalità» e del rallentamento della crescita economica: passata dal 7,9% del 2012 al 6,7% dello scorso anno. È anche probabile che Xi Jinping torni a sottolineare l’importanza della riforma delle imprese di Stato. Difficile però che le riforme economiche saranno quelle che ci si aspetta in Occidente. Pechino è consapevole del «ruolo decisivo» svolto dalle forze del mercato nel portare la Cina fuori dal sottosviluppo: il 60% della crescita economica e l’80% dei posti di lavoro viene dal settore privato. Allo stesso tempo, la leadership cinese è anche convinta che debba essere la politica a governare l’economia, per far così fronte ai rischi legati al debito, alle incertezze sui mercati finanziarie e alla massiccia fuga di capitali.

Insomma, controllo sulla società e stabilità nelle scelte di politica economica, non saranno sacrificati sull’altare delle liberalizzazioni. Xi tornerà anche a rivendicare i successi nella campagna contro la corruzione che ha punito centinaia di migliaia di funzionari, ma che è stata usata anche per metter fine alla carriera di alcuni astri nascenti sulla scena politica di Pechino che rischiavano di fare ombra al «nucleo» del Partito. Sul fronte interno restano aperte le sfide rappresentate dalla turbolenta periferia della Repubblica Popolare: Tibet, Xinjiang, Taiwan e il movimento democratico di Hong Kong. Il grande rinascimento della Cina passa anche dalla svolta che Xi ha imposto al ruolo internazionale del colosso asiatico. In Cina non si era mai visto un presidente così globetrotter – in questi anni è volato in America Latina e in Medioriente, in Africa e in Asia centrale – oltre che così attivo sui principali dossier della politica estera. Pilastro della politica estera di Pechino rimane però la Belt and Road: l’iniziativa economica e strategica promosso da Xi Jinping nel 2013 e che si propone di collegare il continente Euroasiatico attraverso una capillare rete di infrastrutture. Un piano Marshall con caratteristiche cinesi, secondo alcuni. Un’iniziativa che ha consentito a Pechino di rafforzare le relazioni con alcuni Paesi della regione, compresi alcuni dei principali alleati degli Stati Uniti in Asia.

fonte: LASTAMPA.it

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