La moda sostenibile

Ad oggi nella moda stiamo assistendo ad una vera diatriba tra passato e presente, nostalgia e innovazione e sembrerebbe che la grande rivoluzione sia quella di tornare indietro e recuperare identità e qualità.

Lo stile si sta globalizzando sempre più grazie ai colossi della moda come Zara l’originalità culturale purtroppo tenderà a scomparire a breve, l’unico fenomeno che al momento si registra in netta contrapposizione a tutto questo è il cosiddetto fenomeno chiamato Fashion with roots, moda con radici e la moda slow/green, un modello che non comporta compromessi di natura etica, sociale o ambientale e si allontana dal fast fashion e dal consumo eccessivo di capi d’abbigliamento che hanno un impatto ambientale non sostenibile. Questi progetti puntano su capi di qualità di cui si conosce la filiera di produzione, sono realizzati secondo le tradizioni locali e stanno avendo sempre più successo in tutto il mondo in quanto autentici e impregnati di verità e trasparenza verso il consumatore.
La società in cui viviamo ci impone infatti dei canoni d’abbigliamento ben precisi, ad adeguarci velocemente agli standard richiesti, ma ci siamo mai chiesti quale sia il prezzo reale degli abiti che indossiamo? Al di là del famoso marchio stampato sull’etichetta, chi li ha materialmente prodotti? Che impatto ha l’industria della moda sul mondo in cui viviamo? Il settore della moda a livello mondiale è, ad oggi, pervaso dal fenomeno della cosiddetta “moda veloce”, che si riferisce al modo di operare delle grandi imprese tessili che mirano a sostenere il minor costo di produzione possibile, in tempi rapidissimi. Anche il consumatore ha certamente qualche responsabilità nel rendere questa filiera la seconda più inquinante al mondo. Negli ultimi vent’anni nel fashion system si sono registrati alcuni dati allarmanti, fra i quali l’incremento del consumo di abbigliamento, a livello mondiale del 500%, con il successivo aumento a basso costo di produzioni gestite nei paesi in via di sviluppo e appena ci si documenta un minimo si scopre una realtà terribile.

Rana Plaza Collapse Documentary: The Deadly Cost of Fashion | Op-Docs | The New York Times

La moda green eco-solidale e sostenibile è rivolta, oltre che al rispetto dell’ambiente, al miglioramento delle condizioni di lavoro, sociali ed economiche dei lavoratori del settore operanti nei paesi in via di sviluppo. Si è diffusa in Italia e nel mondo grazie alle organizzazioni del commercio equo e solidale. L’Agices, Associazione generale italiana del commercio equo e solidale a mondiale World Fair Trade Organization non rilasciano marchi di certificazione di prodotto, ma attestano che l’intera organizzazione agisce nel rispetto dei criteri del fair trade. Sono presenti sul mercato italiano prodotti di abbigliamento certificati da Fairtrade Italia marchio utilizzabile da imprese e distributori che garantisce che i prodotti con il suo simbolo siano stati lavorati senza causare sfruttamento e povertà nel Sud del mondo e siano stati acquistati secondo i criteri del commercio equo e solidale. Un esempio italiano viene dalla grande distribuzione: la linea di abbigliamento Solidal della Coop. Nata nel 2007, comprende polo, T-shirt, jeans, camicie, tutti capi realizzati secondo le regole che caratterizzano il Fair Trade. Ai lavoratori e ai piccoli produttori dei Paesi in via di sviluppo vengono garantiti condizioni di lavoro dignitose, salari sicuri e consistenti e contributi aggiuntivi per la realizzazione di opere sociali nelle comunità. Sono assicurati inoltre processi di lavorazione esenti da sostanze tossiche. Nella fase di tintura, non sono impiegati coloranti cancerogeni e/o allergizzanti e non sono utilizzati sbiancanti a base di cloro. Tra le iniziative nate invece grazie alla collaborazione di gruppi di imprese del settore va menzionato il Piano di azione per l’abbigliamento sostenibile (Sustainable Clothing Action Plan – SCAP), messo in atto in Gran Bretagna da circa 300 tra distributori e griffe della moda tra cui Marks & Spencer, Tesco, Sainsbury’s, Nike, Continental Clothing ed Oxfam. Le loro prime azioni concrete sono state il lancio di un programma di restituzione degli abiti usati in negozio (M&S e Oxfam), la messa al bando del cotone proveniente da Paesi che utilizzano manodopera infantile (Tesco), l’applicazione per la prima volta su prodotti tessili di un’etichetta che mostra la loro impronta carbonica (Continental Clothing) e l’apertura di negozi che propongono abiti di seconda mano di buona qualità. Le iniziative e le proposte della moda ecologica sono molte e diversificate anche se in alcuni casi presentate o percepite come episodiche e occasionali piuttosto che come elementi di una strategia globale e di lungo termine volta alla riduzione dell’impatto ambientale dell’industria nel suo complesso. Ed anche in questo settore la tentazione del greenwashing è forte: mettere in evidenza un solo aspetto “verde” del prodotto non basta per etichettarlo come eco-friendly, ecosostenibile, eco-solidale. Per essere effettivamente sostenibile, un indumento dovrebbe aver percorso il minor numero di chilometri possibile, essere durevole, essere realizzato con materiali organici e riciclabili, con processi produttivi rispettosi dell’ambiente e dei lavoratori e dovrebbe essere rimesso con facilità nella filiera produttiva al momento della dismissione per rientrare nella stessa come materia prima secondaria. Si sono individuati produttori di tessuti certificati coltivati con metodi che hanno un basso impatto sull’ambiente. Per la produzione vengono utilizzati sistemi di produzione biologica certificata da organismi terzi che si occupano di verificare che i produttori utilizzino solo metodi permessi nella produzione biologica.
La certificazione ICEA (Istituto per la certificazione Etica e Ambiente) è l’ente autorizzato che rilascia tale certificazione in accordo allo standard internazionale Global Organic Textile Standard (GOTS).
Per quanto riguarda la dimensione del settore BIO in Italia, cresce, il numero delle imprese certificate che producono una ampia gamma di prodotti tessili come filati, tessuti a maglia e denim destinati all’abbigliamento. A questi si aggiungono anche imprese che producono prodotti destinati al settore sanitario o a cura della persona (idrofilo, tessuto non tessuto).
La tipologia e la dimensione delle imprese che richiedono e raggiungono la certificazione, oltre allo stesso dato della crescita, testimoniano la fase positiva che sta vivendo il settore ed offrono una interessante prospettiva per il prossimo futuro.

Fashion with roots

Una tra le idee più interessanti nel panorama del fashion with roots è l’idea della berlinese Katharina Koppenwallner, che viaggia negli angoli più remoti del mondo alla ricerca di costumi, tessuti locali, accessori folk, senza guide e senza interpreti. Sul suo sito (internationalwardrobe.com) spiega l’origine e provenienza dei manufatti, mostra i capi fotografati nei loro contesti originali, e li vende.
Acquistare on-line questi prodotti è davvero necessario dato che stessi articoli o simili articoli si possono trovare facilmente in ogni angolo delle nostre città? In effetti sì, non solo per la comodità di acquisto, ma anche perché il prodotto in questo modo ha una sua tracciabilità.
Katharina Koppelwallner lavorava per l’appunto per Zara, producendo gilet ungheresi con applicazioni floreali, seriali, anonimi e senz’anima“. Quello che oggi presenta nel suo International Wardrobe sono capi che di anima trasudano come ad esempio; i grembiuli plissettati della Transilvania, fatti a mano, ovviamente, nelle antiche botteghe dei Carpazi.

Per le donne che desiderano evitare produzioni di massa ci sono marchi come Suno, dell’americano Kenyota di adozione Max Osterweis. Da due anni la sua linea di abiti tradizionali Kanga viene venduta nella boutique omonima di Downtown New York. Le collezioni sono realizzate con stoffe tradizionali del Kenya, e delle regioni del Nord dove c’è una tradizione tessile ricchissima“. Intanto il marchio conta tra le clienti-amiche Michelle Obama, e produce a condizioni di mercato fair nei remoti villaggi del Kenya. Che i tempi siano maturi per la moda con radici lo dimostra anche un altro fenomeno di questi giorni. La label Cobra Society della stilista Alex Davis, produce a mano stivali di ogni forma e misura sul solco della tradizione castigliana. La particolarità è l’inserto di Kilim pregiati e antichi sulla gamba degli stivali. In breve tempo gli stivali Cobra Society sono diventati oggetto di culto indossati da celebrities come Jessica Alba e pubblicati da riviste come Vogue, L’Officiel, Women’s wear Daily.
Tra gli apripista della rivoluzione ci sono anche a New York i fondatori della boutique Opening Ceremony, Humberto Leon e Carol Lim, quando dieci anni fa infatti, hanno aperto un minuscolo negozio con pezzi rarissimi che fanno letteralmente sognare. A Los Angeles e Tokyo, Hollie Rogers, buyer di Net-a-Porter, ha creato da poco il marchio One Vintage, con quartier generale a Londra. Afferma la Rogers: “Non mi interessano pezzi di lusso perché sono costosi, mi interessano pezzi di lusso perché sono unici”. Con l’aiuto di un team di sarte specializzate One Vintage, trasforma tradizionali tessuti pregiati in qualcosa di nuovo. Taglio e forme di oggi, tessuti antichi da chissà quale angolo del mondo divengono capi alla moda.
Le Muzungu Sisters invece sono diventate celebrità senza (ancora) avere alle spalle un’azienda in proprio, ma non senza l’appoggio del prestigio Vogue UK e di una ricca fetta di amici ricchi e famosi. Due anni fa Dana Alikhanie Tatiana Santo Domingo (fidanzata di Andrea Casiraghi), hanno fondato la loro label. Muzungu in Suaheli (lingua bantu dell’Africa orientale) significa “viaggiatrice”. Proprio quello che sono queste due amiche. Tatiana è figlia del jet Set europeo (è figlia del secondo uomo più ricco della Colombia), Dana è nata in Iran, è cresciuta a Cipro, ha studiato diritto internazionale e diritti umani a Londra e New York. Il marchio Muzungu si sta facendo strada soprattutto con l’eccellente offerta di kaftani tradizionali. Ma anche accessori che provengono da Marrakesch alle Ande peruviane. “Il nostro obiettivo, dicono le due ragazze, “è conservare le tradizioni tessili e le tecniche di produzione artigianale più antiche del mondo“. Il segreto della riuscita del progetto? Comprare solo nei luoghi dove gli abitanti indossano le cose che producono. Così non si crea solo un trend occidentale, ma si tutelano metodi tradizionali per le generazioni future, a condizioni di lavoro ottimali.

Ce la farà la moda a sopravvivere fuori dalle passerelle?
La strada da percorrere verso l’eco-sostenibilità della moda è ancora lunga, ma la direzione imboccata è sicuramente quella giusta.

Eleonora Riccio

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