Fake news, gli Usa lavorano con la Nato per respingere l’offensiva del Cremlino

Gli Usa hanno sondato gli alleati Nato, Italia compresa, chiedendo di elaborare ed eseguire una strategia comune, per contrastare l’offensiva Russia finalizzata a destabilizzare le democrazie occidentali. L’iniziativa, confermata a La Stampa da varie fonti autorevoli, era stata avviata dall’amministrazione Obama, e proseguita da quella di Trump, a dimostrazione del fatto che si tratta di una preoccupazione bipartisan.

Nell’intervista pubblicata ieri, l’ex vice assistente segretario alla Difesa Michael Carpenter ci ha detto che «parlavamo regolarmente con i nostri interlocutori tra gli alleati Nato, inclusa l’Italia, per discutere le operazione di influenza maligna condotte da Mosca». Carpenter ha dichiarato di non sapere se il tema era stato trattato durante la vista alla Casa Bianca dell’allora premier Matteo Renzi, nell’ottobre del 2016, ma ha aggiunto che lo ritiene probabile. Una fonte presente a quell’incontro conferma che in effetti il problema fu sollevato, come peraltro accadeva durante tutti colloqui con i leader europei. L’intelligence americana infatti era arrivata alla conclusione che il Cremlino aveva lanciato un’offensiva a tappeto per destabilizzare l’Occidente e le sue alleanze, come Nato e Ue, allo scopo di promuovere i propri interessi geopolitici. L’operazione sfruttava le caratteristiche dei sistemi democratici, come il voto e la libertà di parola, per influenzare il dibattito con fake news diffuse dai social media, ma comprendeva anche rapporti politici diretti e corruzione. Quindi tutti i leader europei in visita venivano avvertiti del pericolo, e invitati a fare proposte in sede Nato per una strategia comune di difesa. Lo stesso era avvenuto con Renzi, due mesi prima del referendum.

Alcuni elementi di questa strategia sono ripresi nell’articolo pubblicato su Foreign Affairs da Carpenter, insieme all’ex vice presidente Biden. Il primo punto è rafforzare gli investimenti nella difesa collettiva, per lanciare alla Russia il chiaro segnale che qualunque intervento sul modello di quello in Ucraina non sarebbe più tollerato. Poi si suggerisce di ridurre la vulnerabilità dei sistemi politici, digitali, dell’informazione e della finanza, coordinando le intelligence, rafforzando le difese cyber, e monitorando col settore privato le fake news distribuite attraverso i social per bloccarle. Quindi si consigliava di sorvegliare tanto i contatti politici diretti fra il Cremlino e i vari partiti occidentali, quanto i possibili casi di corruzione.

Questa linea non è cambiata, con la nuova amministrazione, come ha confermato il segretario di Stato Tillerson, quando due giorni fa ha ribadito che i rapporti tra Washington e Mosca non torneranno mai alla normalità, fino a quando la questione ucraina non sarà risolta. Si tratta di un punto dirimente non solo perché rappresenta la prima conquista territoriale fatta in Europa con le armi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma anche perché è stata la manifestazione finora più violenta della strategia russa volta ad avversare e destabilizzare l’Occidente. Il presidente Trump non ama che si discuta dell’ingerenza di Mosca nelle presidenziali americane, perché minaccia di delegittimare il suo successo, e lo espone ai rischi dell’inchiesta sulla collusione condotta dal procuratore Mueller. Però i consiglieri intorno a lui, a partire dal direttore della Cia Pompeo, sono convinti che l’offensiva russa è reale e va contrastata, e non vogliono passare alla storia come quelli che si sono arresi al Cremlino.

Fonti autorevoli confermano che anche l’Italia è stata sollecitata a collaborare con questa strategia comune, negli ultimi mesi, e dunque in continuità con quanto era avvenuto durante l’amministrazione Obama. Le preoccupazioni che ci riguardano in particolare sono due: la propensione dimostrata da alcuni partiti a sostenere il messaggio di Mosca, e la storica frammentazione del nostro popolo. Questo elemento sotto certi aspetti può rappresentare un vantaggio, perché nei paesi dove il sistema statale è più rigido è anche più facile influenzare i cambiamenti di linea, una volta infiltrato l’elettorato e condizionato il dibattito. Dove invece c’è più autonomia, come in Italia, conquistare una regione o un partito non garantisce il successo complessivo dell’ingerenza. La strategia comune Nato però non è stata ancora varata nei dettagli, e questo ci lascia esposti.

fonte: LASTAMPA.it

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