Assassinio sull’Orient Express // Kenneth Branagh

Kenneth Branagh, amante del teatro e di William Shakespeare in particolare, propone al pubblico la rappresentazione cinematografica di un giallo scritto da Agatha Christie – la cui ispirazione venne da un tragico evento di cronaca nera avvenuto negli Stati Uniti nel 1932 – nonché il remake dell’opera cui Sidney Lumet diede vita nel 1974.

Ecco dunque uno dei migliori detective al mondo, Hercule Poirot, alle prese con un nuovo caso: sul lussuoso treno Orient Express nel quale trova sistemazione, in partenza da Gerusalemme per dirigersi a Londra, avviene un omicidio avvolto da un fitto mistero. L’indagine ha inizio e, contemporaneamente, il treno deraglia a causa di una valanga.

La sceneggiatura impeccabile di Michael Green costituisce il set perfetto per Branagh che, permeato com’è dall’amore per la recitazione e il teatro, non può fare a meno di scegliere il ruolo del protagonista (Poirot) interpretandolo come fosse su un palcoscenico, e del resto gli spazi stretti di un treno si prestano pienamente ad un’impostazione del genere.
Ho avuto così l’impressione di assistere ad un’interpretazione teatrale ma con le movenze e i tempi cinematografici. Naturalmente il regista si avvale dei moderni strumenti della tecnologia per enfatizzare lo spettacolo, facendo un ottimo uso delle telecamere con piani sequenza audaci e inquadrature ad arte (sia sui singoli componenti del cast, che sulla scenografia).

Eppure a mio avviso il connubio con l’impostazione teatrale proprio non funziona. Sembra togliere forza alla storia, anziché avvalorarla, e rende tutto poco credibile… che già di cose poco credibili ce ne sarebbero (come un Poirot alto e piuttosto dinamico, differente dal personaggio descritto da Agatha Christie, basso e in carne, e da quelli più fedelmente interpretati da Albert Finney per Lumet e David Suchet per una serie del piccolo schermo).
Non sono credibili neanche le relazioni tra i vari personaggi, nonostante Branagh si sia avvalso della collaborazione di un cast eccezionale: Judi Dench/Principessa Natalia, Willem Dafoe/ Prof. Gerhard, Michelle Pfeiffer/Caroline, Johnny Depp/Ratchett-Cassetti, Penélope Cruz/Pilar e Daisy Ridley/Mary Debenham. Ognuno credibile e centrato nel proprio ruolo, ma totalmente slegato dagli altri dall’inizio alla fine.
Sappiamo che non dovremmo fare paragoni ma, avendo in passato visto quel capolavoro, mi è stato impossibile non ricordare quanto invece fosse stato abile Lumet a creare un’atmosfera completamente diversa, collaborando anch’egli con un cast straordinario.

In conclusione, mi sono domandata se questo regista non avesse ceduto ad un peccato di vanità, scegliendo intanto il ruolo di protagonista ma anche volendo dare a tutti i costi un’impronta nuova, molto personale, ad un classico della letteratura che invece proprio da quella vena nostalgica trae grande forza.
Forse potrebbe funzionare per chi non conosce il romanzo, o magari anche per chi lo ha letto, ma non ha visto il film di Lumet. A me il ricordo di quel primo film, visto tanti anni fa, continua a offuscare in modo potente la memoria di questa recente visione ammodernata.

Francesca Micci

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