I protagonisti raccontano: la tregua di Natale del 1914

Troppo di frequente lo studio della Storia ci porta a perdere di vista la dimensione umana che sottende ed accompagna il dipanarsi dei grandi avvenimenti del nostro passato. Spesso, infatti, la necessaria tendenza a ricercare le dinamiche “oggettive” che hanno determinato l’evolversi delle vicende trascorse induce a non considerare con adeguata attenzione che dietro alle cifre analizzate, ai nessi ricostruiti ed ai fatti raccontati si celano i vissuti di persone in carne ed ossa, con i loro sentimenti, i loro pensieri ed i loro progetti, i loro timori ed il loro sogni. Alle volte, tuttavia, questa “carica di umanità” emerge con tale forza ed evidenza da oltrepassare i limiti della soggettività e divenire concreta protagonista di episodi speciali in grado di veicolare messaggi dal valore metastorico.

Fra siffatti episodi va annoverata senza dubbio la tregua di Natale del 1914: la guerra che avrebbe insanguinato l’Europa per quasi cinque anni era iniziata da pochi mesi, quanti bastavano per annichilire le illusioni di un conflitto dalla rapida risoluzione. Sul fronte occidentale, in particolar modo, lo scontro fra tedeschi da un lato e francesi ed inglesi dall’altro si era impantanato in chilometri e chilometri di trincee dalle quali moltissimi uomini non avrebbero fatto ritorno. A poche decine di metri gli uni dagli altri, separati dalla così detta “terra di nessuno”, i soldati conducevano su fronti contrapposti la stessa esistenza: medesime le pessime condizioni di vita, analoghe le possibilità di perire sotto il fuoco nemico o durante un assalto, in tutto e per tutto simile il dolore per la perdita di un commilitone o per la lontananza da casa; differenti solo le uniformi ed i governi che li avevano mandati a perire sui campi di battaglia. In tale situazione, nonostante l’opera di convincimento della propaganda e la dura repressione voluta dai comandi, la percezione della natura intimamente fratricida della guerra, intesa come scontro fra esseri umani condannati per interessi altrui ad un destino di morte, si diffuse rapidamente fra le truppe e fu alla base dei molteplici casi di affratellamento al fronte che si registrarono durante tutto il conflitto. In questo senso la antesignana tregua “dal basso” che si verificò in ampi settori del fronte occidentale durante il Natale del 1914 ci racconta molto di più di un semplice “cessate il fuoco” e ci consegna un significato profondo la cui memoria andrebbe valorizzata. A raccontarci gli straordinari e per molti versi commoventi avvenimenti di quella notte è uno dei suoi protagonisti, un soldato inglese che ricostruì l’accaduto in una lettera indirizzata alla sorella:

«Janet, sorella cara, sono le due del mattino e la maggior parte degli uomini dormono nelle loro buche, ma io non posso addormentarmi se prima non ti scrivo dei meravigliosi avvenimenti della vigilia di Natale. In verità, ciò che è avvenuto è quasi una fiaba, e se non l’avessi visto coi miei occhi non ci crederei. Prova a immaginare: mentre tu e la famiglia cantavate gli inni davanti al focolare a Londra, io ho fatto lo stesso con i soldati nemici qui nei campi di battaglia di Francia! Le prime battaglie hanno fatto tanti morti che entrambe le parti si sono trincerate, in attesa dei rincalzi. Sicché per lo più siamo rimasti nelle trincee ad aspettare. Ma che attesa tremenda! Ci aspettiamo ogni momento che un obice d’artiglieria ci cada addosso, ammazzando e mutilando uomini. E di giorno non osiamo alzare la testa fuori dalla terra, per paura del cecchino. E poi la pioggia: cade quasi ogni giorno. Naturalmente si raccoglie proprio nelle trincee, da cui dobbiamo aggottarla con pentole e padelle. E con la pioggia è venuto il fango, profondo un piede e più. S’appiccica e sporca tutto, e ci risucchia gli scarponi. Una recluta ha avuto i piedi bloccati nel fango, e poi anche le mani quando ha cercato di liberarsi […].

Con tutto questo, non potevamo fare a meno di provare curiosità per i soldati tedeschi di fronte noi. Dopo tutto affrontano gli stessi nostri pericoli, e anche loro sciaguattano nello stesso fango. E la loro trincea è solo cinquanta metri davanti a noi. Tra noi c’è la terra di nessuno, orlata da entrambe le parti di filo spinato, ma sono così vicini che ne sentiamo le voci. Ovviamente li odiamo quando uccidono i nostri compagni. Ma altre volte scherziamo su di loro e sentiamo di avere qualcosa in comune. E ora risulta che loro hanno gli stessi sentimenti. Ieri mattina, la vigilia, abbiamo avuto la nostra prima gelata. Benché infreddoliti l’abbiamo salutata con gioia, perché almeno ha indurito il fango.

Durante la giornata ci sono stati scambi di fucileria. Ma quando la sera è scesa sulla vigilia, la sparatoria ha smesso interamente. Il nostro primo silenzio totale da mesi! Speravamo che promettesse una festa tranquilla, ma non ci contavamo. Di colpo un camerata mi scuote e mi grida: “Vieni a vedere! Vieni a vedere cosa fanno i tedeschi!”. Ho preso il fucile, sono andato alla trincea e, con cautela, ho alzato la testa sopra i sacchetti di sabbia. Non ho mai creduto di poter vedere una cosa più strana e più commovente. Grappoli di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra, a perdita d’occhio. “Che cos’è?”, ho chiesto al compagno, e John ha risposto: “Alberi di Natale!”. Era vero. I tedeschi avevano disposto degli alberi di Natale di fronte alla loro trincea, illuminati con candele e lumini. E poi abbiamo sentito le loro voci che si levavano in una canzone: “Stille nacht, heilige nacht…”. Il canto in Inghilterra non lo conosciamo, ma John lo conosce e l’ha tradotto: “Notte silente, notte santa”.

Non ho mai sentito un canto più bello e più significativo in quella notte chiara e silenziosa. Quando il canto è finito, gli uomini nella nostra trincea hanno applaudito. Sì, soldati inglesi che applaudivano i tedeschi! Poi uno di noi ha cominciato a cantare, e ci siamo tutti uniti a lui: “The first nowell the angel did say”. Per la verità non eravamo bravi a cantare come i tedeschi, con le loro belle armonie. Ma hanno risposto con applausi entusiasti, e poi ne hanno attaccato un’altra: “O tannenbaum, o tannenbaum…” a cui noi abbiamo risposto: “O come all ye faithful…”. E questa volta si sono uniti al nostro coro, cantando la stessa canzone, ma in latino: “Adeste fideles…”. Inglesi e tedeschi che s’intonano in coro attraverso la terra di nessuno! Non potevo pensare niente di più stupefacente, ma quello che è avvenuto dopo lo è stato di più. “Inglesi, uscite fuori!”, li abbiamo sentiti gridare, “voi no sparate, noi no spariamo!”.

Nella trincea ci siamo guardati non sapendo che fare. Poi uno ha gridato per scherzo: “Venite fuori voi!”. Con nostro stupore, abbiamo visto due figure levarsi dalla trincea di fronte, scavalcare il filo spinato e avanzare allo scoperto. Uno di loro ha detto: “Manda ufficiale per parlamentare”. Ho visto uno dei nostri con il fucile puntato, e senza dubbio anche altri l’hanno fatto – ma il capitano ha gridato “non sparate!”. Poi s’è arrampicato fuori dalla trincea ed è andato incontro ai tedeschi a mezza strada. Li abbiamo sentiti parlare e pochi minuti dopo il capitano è tornato, con un sigaro tedesco in bocca! Nel frattempo gruppi di due o tre uomini uscivano dalle trincee e venivano verso di noi.

Alcuni di noi sono usciti anch’essi e in pochi minuti eravamo nella terra di nessuno, stringendo le mani a uomini che avevamo cercato di ammazzare poche ore prima. Abbiamo acceso un gran falò, e noi tutti attorno, inglesi in kaki e tedeschi in grigio. Devo dire che i tedeschi erano vestiti meglio, con le divise pulite per la festa. Solo un paio di noi parlano il tedesco, ma molti tedeschi sapevano l’inglese. Ad uno di loro ho chiesto come mai. “Molti di noi hanno lavorato in Inghilterra”, ha risposto,“prima di questo sono stato cameriere all’Hotel Cecil. Forse ho servito alla tua tavola!’ . “Forse!”, ho risposto ridendo. Mi ha raccontato che aveva la ragazza a Londra e che la guerra ha interrotto il loro progetto di matrimonio. E io gli ho detto: “Non ti preoccupare, prima di Pasqua vi avremo battuti e tu puoi tornare a sposarla’” Si è messo a ridere, poi mi ha chiesto se potevo mandare una cartolina alla ragazza, ed io ho promesso. Un altro tedesco è stato portabagagli alla Victoria Station. Mi ha fatto vedere le foto della sua famiglia che sta a Monaco. Anche quelli che non riuscivano a parlare si scambiavano doni, i loro sigari con le nostre sigarette, noi il tè e loro il caffè, noi la carne in scatola e loro le salsicce. Ci siamo scambiati mostrine e bottoni, e uno dei nostri se n’è uscito con il tremendo elmetto col chiodo! Anch’io ho cambiato un coltello pieghevole con un cinturone di cuoio, un bel ricordo che ti mostrerò quando torno a casa. Ci hanno dato per certo che la Francia è alle corde e la Russia quasi disfatta. Noi gli abbiamo ribattuto che non era vero, e loro. “Va bene, voi credete ai vostri giornali e noi ai nostri”. È chiaro che gli raccontano delle balle, ma dopo averli incontrati anch’io mi chiedo fino a che punto i nostri giornali dicano la verità. Questi non sono i “barbari selvaggi” di cui abbiamo tanto letto. Sono uomini con case e famiglie, paure e speranze e, sì, amor di patria. Insomma sono uomini come noi. Come hanno potuto indurci a credere altrimenti? Siccome si faceva tardi abbiamo cantato insieme qualche altra canzone attorno al falò, e abbiamo finito per intonare insieme – non ti dico una bugia – ‘Auld Lang Syne’. Poi ci siamo separati con la promessa di rincontraci l’indomani, e magari organizzare una partita di calcio.

E insomma, sorella mia, c’è mai stata una vigilia di Natale come questa nella storia? Per i combattimenti qui, naturalmente, significa poco purtroppo. Questi soldati sono simpatici, ma eseguono gli ordini e noi facciamo lo stesso. A parte che siamo qui per fermare il loro esercito e rimandarlo a casa, e non verremo meno a questo compito. Eppure non si può fare a meno di immaginare cosa accadrebbe se lo spirito che si è rivelato qui fosse colto dalle nazioni del mondo. Ovviamente, conflitti devono sempre sorgere. Ma che succederebbe se i nostri governanti si scambiassero auguri invece di ultimatum? Canzoni invece di insulti? Doni al posto di rappresaglie? Non finirebbero tutte le guerre?

Il tuo caro fratello Tom.»

Ed invece la “Grande guerra” sarebbe durata ancora a lungo ed altri più atroci e sanguinosi conflitti sarebbero venuti. Molte testimonianze documentano che il 25 dicembre 1914 scene analoghe a quelle sopra narrate si ripeterono in varie zone del fronte e che, effettivamente, furono organizzate partite di calcio – lo sport nazionale tanto in Inghilterra quanto in Germania – nei campi squassati dai colpi di cannone: in assenza di palloni fu utilizzata qualsiasi cosa potesse essere calciata. Tacitati dai quotidiani europei, i fatti di quel Natale vennero conosciuti dall’opinione pubblica solo tramite la stampa USA non ancora impegnata nella campagna bellica.

Negli anni successivi, come detto, vari furono i casi analoghi: la notte della Natività tornò a suscitare uno spirito di fratellanza che, con il protrarsi del conflitto, prese a manifestarsi con sempre maggiore frequenza svincolandosi da specifiche ricorrenze. Memori di quanto avvenuto nel ’14 e coscienti dei pericoli che episodi analoghi avrebbero potuto rappresentare per la prosecuzione dei combattimenti gli Stati Maggiori diedero ordine di punire draconianamente ogni insubordinazione dei soldati spezzando sul nascere la diffusione di sentimenti antimilitaristi. Ciò, tuttavia, non impedì il diffondersi di un odio sempre più accesso nei confronti di una guerra non voluta, celebrata da una propaganda nazionalistica che nelle trincee appariva per quello che era: l’eco lontano di un racconto fittizio ed inventato da chi a morire  in battaglia non sarebbe mai andato. Al di là di quelle che furono le conseguenze specifiche di tale contesto, dunque, gli episodi di affratellamento e solidarietà fra truppe di eserciti nemici verificatisi in quegli anni ci raccontano di una umanità profonda che, sebbene immersa nella drammatica realtà del primo conflitto mondiale, ebbe la forza spontanea, istintuale ma non per questo meno ferma, di levare la propria voce contro la barbarie della guerra.

Andrea Fermi

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