La strage di Acca Larentia

Le vicende che ci apprestiamo a ricordare, sulla base dell’anniversario della settimana, ci riportano ad un contesto che abbiamo già avuto modo di considerare non più tardi di tre mesi fa in un altro dei nostri appuntamenti relativo all’omicidio del militante di estrema sinistra Walter Rossi avvenuto a Roma il 30 settembre 1977. Tale assassinio, d’altronde, precedette del medesimo lasso di tempo gli avvenimenti che qui prendiamo in considerazione ed anzi ne rappresentò, in un certo qual modo, un importante prologo: esso, infatti, fu tutt’altro che secondario nel determinare quell’escalation di violenza nell’ambito della quale operò la mano omicida della così detta strage di Acca Larentia.

Negli anni ’70 a Roma il nome di via Acca Larentia non poteva non essere associato alla sezione del Movimento Sociale Italiano che lì aveva sede. In un quartiere, l’appio-tuscolano, “di frontiera” nella divisione politica cittadina, l’attivismo neofascista si era sempre mostrato assai vivace distinguendosi, peraltro, per una particolare virulenza. La Capitale, d’altra parte, fin dal decennio precedente, era stata il teatro principale per quell’anima squadrista che continuava a connotare l’estremismo nero, resosi protagonista di numerose aggressioni, agguati ed attentati ai danni di militanti e sedi di sinistra. Se fino al ’72-73 tali azioni trovarono una risposta scarsamente organizzata e sostanzialmente sporadica nella condotta della controparte, a partire da quel biennio il progressivo affermarsi del così detto “antifascismo militante” e la sempre più convinta assunzione dell’“uso della forza” nella prassi della sinistra extraparlamentare cambiarono significativamente il quadro in questione: la convinzione di dover garantire attivamente la propria agibilità politica dalla repressione poliziesca nelle piazze così come dallo squadrismo nero nei quartieri, infatti, si tradusse nella notevole proliferazione degli episodi di violenza attribuibili all’estremismo rosso, episodi presto divenuti largamente maggioritari. Si alimentava così una spirale di conflittualità che per tutto il decennio avrebbe bagnato con il sangue dei giovani di ambo gli schieramenti i selciati di molte città italiane.

Quanto avvenne di fronte alla suddetta sede missina il 7 gennaio 1978, dunque, si inserisce in tale drammatico contesto. Erano le 18.20 quando cinque militanti del partito di Almirante, riunitisi ad Acca Larentia per organizzare un volantinaggio in favore di un concerto del gruppo di musica alternativa di destra “Amici del Vento”, si apprestavano a lasciare la sezione per raggiungere, come previsto, piazza Risorgimento. Era buio e la luce artificiale dei lampioni lasciava ampie zone d’ombra attorno ai piloni che separavano la via dalla parallela. Lì un commando di cinque o sei persone con il volto coperto e dotati di armi automatiche seguivano attentamente i dettami di un piano omicida, attendendo, nascosti alla vista, le loro vittime: i proiettili erano destinati proprio a quei giovani missini che, uno ad uno, andavano uscendo dalla sezione ignari della condanna pendente sul loro capo. Non appena questi ultimi si ritrovarono allo scoperto, infatti, diverse raffiche furono esplose nella loro direzione: Franco Bigonzetti, ventenne iscritto al primo anno di medicina e chirurgia, rimase ucciso sul colpo mentre il meccanico Vincenzo Segneri, pur ferito ad un braccio, riuscì a rientrare nella sede e serrare la porta blindata assieme agli illesi Maurizio Lupini, responsabile dei comitati di quartiere, e Giuseppe D’Audino, studente. L’ultimo del gruppo, Francesco Ciavatta, anch’egli ferito, tentò di salvarsi dirigendosi verso le scale che separavano lo spazio antistante la sede dall’attigua via Cave ma, inseguito, fu raggiunto alla schiena da un’ulteriore raffica che si sarebbe rivelata mortale.

La notizia dell’agguato si diffuse rapidamente negli ambienti di estrema destra ed, in breve, una folla si raccolse di fronte alla sezione per inscenare un sit-in di protesta. L’agitazione degli animi, esasperati, secondo alcune ricostruzioni, dal distratto gesto di un giornalista che gettò un mozzicone di sigaretta sul sangue rappreso delle vittime, si risolse presto nell’esplosione di tafferugli e scontri con le forze dell’ordine confluite sul luogo. Alle cariche ed al lancio di candelotti lacrimogeni – uno dei quali colpì l’allora segretario del Fronte della Gioventù Gianfranco Fini –, si aggiunsero presto i colpi di pistola sparati in aria da alcuni carabinieri ma anche ad altezza d’uomo dal capitano Edoardo Sivori la cui arma si inceppò: richiesta la pistola di ordinanza ad un suo sottoposto, l’ufficiale tornò a premere il grilletto colpendo in piena fronte il giovane missino Stefano Recchioni, militante della sede di Colle Oppio e chitarrista del gruppo di musica alternativa Janus. Il diciannovenne morì in ospedale dopo due giorni d’agonia.

L’agguato di Acca Larentia fu rivendicato pochi giorni dopo tramite una cassetta audio fatta ritrovare nei pressi di una pompa di benzina dalla sigla dei “Nuclei armati per il contropotere territoriale”. In tale cassetta una voce contraffatta comunicava: “Un nucleo armato, dopo un’accurata opera di controinformazione e controllo alla fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l’ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga. Da troppo tempo lo squadrismo insanguina le strade d’Italia coperto dalla magistratura e dai partiti dell’accordo a sei. Questa connivenza garantisce i fascisti dalle carceri borghesi, ma non dalla giustizia proletaria, che non darà mai tregua. Abbiamo colpito duro e non certo a caso, le carogne nere sono picchiatori ben conosciuti e addestrati all’uso delle armi.” Chi si nascondesse dietro a quella voce o a quella sigla non è mai stato scoperto; le prime indagini, infatti, non diedero esiti di rilievo e fu solo nel 1988 che, grazie alle confessioni di una pentita, Livia Todini, si arrivò all’arresto di alcuni militanti dell’ormai disciolta Lotta Continua: Mario Scrocca, Fulvio Turrini, Cesare Cavallari e Francesco de Martiis. Il primo, dopo essere stato interrogato dai giudici, fu ritrovato morto impiccato in cella in circostanze mai del tutto chiarite mentre gli altri tre, al pari di un’ulteriore imputata latitante, Daniela Dolce, furono assolti in primo grado per mancanza di prove. L’unico indizio di un certo rilievo che, tuttavia, non portò a significativi avanzamenti nelle indagini, fu il rinvenimento in quel medesimo 1988 all’interno del covo BR di via Dogali a Milano di una mitraglietta Skorpion che fu utilizzata nell’agguato e, come certificarono ulteriori esami balistici, negli omicidi dell’economista Ezio Tarantelli (1985), dell’ex sindaco di Firenze Lando Conti (1986) e del senatore democristiano Roberto Ruffilli (1988). Nel 2013, a seguito di un’interrogazione parlamentare, si è ricostruita la provenienza dell’arma che era stata acquistata nel 1971 dal cantante Jimmy Fontana e da questi venduta nel 1977 ad un ispettore di polizia lasciando però ignoto il modo con cui essa giunse nelle mani dei brigatisti.

La strage di Acca Larentia ebbe un ruolo certamente rilevante nell’acuire quella corsa all’armatismo che, anche a destra, connotò gli ultimi anni ’70. Come ricostruito da alcuni militanti missini che sarebbero di lì a poco confluiti nel gruppo terroristico nero dei Nuclei Armati Rivoluzionari per molti giovani essa fu importante non solo nel determinare il clima di scontro con l’estrema sinistra ma anche nel sancire la frattura definitiva con il partito di Almirante. L’ambiguità e la mancata denuncia nei confronti della morte del giovane Recchioni in sostanza dovuta alla volontà di non rompere con il bacino di voti tradizionalmente rappresentato dalle forze dell’ordine, infatti, mostrò un volto “da Palazzo” del MSI che venne rifiutato da quanti erano intenzionati a perseguire una strada di rottura radicale con il “sistema”. Nel neofascismo italiano si apriva così un percorso di ulteriore radicalizzazione che si sarebbe rivelato affatto rilevante nella definizione della stagione passata alla storia con la perifrasi di “anni di piombo”.

Andrea Fermi

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