Felice Orsini e l’attentato a Napoleone III

Nella storiografia del processo unitario italiano molteplici sono le figure che con le loro “gesta” si sono ritagliate uno spazio in quella rilettura – come è già stato fatto notare in altre occasioni – sovente connotata da caratteri epicizzanti che va sotto il nome di Risorgimento. Fra di esse va annoverato senza dubbio Felice Orsini, patriota e scrittore romagnolo passato alla storia per aver attentato alla vita di Napoleone III.

Nato a Meldola nel 1819, figlio di un ex ufficiale napoleonico, carbonaro ma anche collaboratore della polizia pontificia, Felice si trasferì in tenera età ad Imola ove fu affidato alle cure del facoltoso zio Orso Orsini, uomo profondamente conservatore dedito al commercio della canapa. Fin dall’adolescenza dimostrò un carattere irrequieto tanto da essere coinvolto a soli 16 anni nella morte del cuoco di famiglia Domenico Spada, ucciso, in circostanze mai del tutto chiarite, da un colpo di pistola partito proprio dalla sua pistola. Evitata l’accusa di omicidio volontario grazie alle pressioni esercitate dallo zio stesso nei confronti del vescovo di Imola Mastai Ferretti – futuro Papa Gregorio XVI –, Felice fu condannato a soli sei mesi di carcere per omicidio colposo, evitando peraltro la detenzione con l’ammissione in seminario presso il Convento degli Agostiniani di Ravenna. Ben presto tornato sui suoi passi profani, tuttavia, fece ritorno da suo padre a Bologna e quindi nuovamente dallo zio che lo accolse convincendolo a proseguire gli studi.

Fu proprio nel periodo universitario, cui seguì la laurea in giurisprudenza e l’inizio della carriera di avvocato, che Felice cominciò ad avvicinarsi agli ambienti mazziniani entrando nella Carboneria e maturando sempre più fortemente posizioni repubblicane ed anticlericali. Sulla base di tali convinzioni Orsini prese parte ai moti romagnoli dell’estate 1843 e, poi, fondò la società segreta denominata “Congiura Italiana dei Figli della Morte”, azione questa che gli costò l’arresto e la condanna all’ergastolo da scontare presso la prigione pontificia di Civita Castellana. Amnistiato nel 1846 si trasferì a Firenze, città natale della madre, ove si unì alle fila del corpo Cacciatori dell’Alto Reno prendendo con essi parte ai moti della Prima Guerra d’Indipendenza. Il matrimonio contratto in quello stesso 1848 con Assunta Laurenzi non lo distolse dalla sua attività rivoluzionaria: l’anno successivo, infatti, Felice fu eletto a deputato nell’Assemblea costituente della neonata Repubblica romana e venne inviato in qualità di commissario prima ad Ancona, per affrontare il problema rappresentato dal gruppo estremista della “Lega Sanguinaria”, quindi ad Ascoli e Terracina. La sconfitta della Repubblica nel volgere di pochi mesi, tuttavia, lo costrinse a fuggire e a riparare a Nizza ove, assieme alla moglie da cui ebbe proprio in quel periodo le due figlie Ernestina e Ida, aprì una ditta di commercio della canapa.

La stanziale e pacifica vita dell’imprenditore, ad ogni modo, non gli si poteva addire a lungo e già nel 1853 Orsini partì di nuovo per guidare un’insurrezione promossa da Mazzini nella Lunigiana. Il fallimento riportato e la fuga a Londra ove il suo mentore era riparato non gli impedirono di avviare due ulteriori tentativi l’anno successivo sempre in Lunigiana e quindi in Valtellina, entrambi ancora una volta senza fortuna. Durante il successivo viaggio clandestino nell’impero austroungarico in qualità di agente mazziniano, Felice fu arrestato e imprigionato nelle carceri austriache del Castello di San Giorgio a Mantova da cui, tuttavia, poco più di due anni dopo, nella notte fra il 29 ed il 30 marzo 1856, riuscì a fuggire e riparare nuovamente a Londra.

L’evasione da una delle più sicure prigioni austriache, avvenuta grazie alla corruzione dei carcerieri da parte della facoltosa amica dell’Orsini Emma Siegmund e favorita dagli stessi soldati asburgici di stanza a Pizzighettone che, inconsapevoli dell’identità dei fuggitivi, li aiutarono a sostituire il timone della carrozza rottosi durante il viaggio verso Genova, diedero all’esule italiano una grande notorietà, ulteriormente amplificata dalla stesura di due libri di memorie pubblicati nel 1856 e nel 1857. Ciò, ancora una volta, non indusse Felice a venir meno all’impegno cospirativo che anzi,  dopo un infruttuoso tentativo di contatto con un Cavour attento a non intessere relazioni con quanti erano ritenuti estremisti, trovò nuova linfa nell’incontro con il chirurgo francese Simon Francois Bernard, espatriato anch’egli in Inghilterra per scampare all’arresto nel suo Paese. Fu, infatti, quest’ultimo a suggerirgli la possibilità di un attentato contro Napoleone III la cui morte, secondo la sua lettura, avrebbe implicato il venir meno del supporto francese allo Stato Pontificio e, quindi, l’affermarsi di una prospettiva unitaria per l’Italia. Convinto delle posizioni del transalpino, il patriota romagnolo ruppe con le strategie mazziniane, considerate perdenti, e avviò con energia i preparativi per l’attentato da cui, fin troppo ottimisticamente, sperava che sarebbe derivata una rivoluzione in Francia e, quindi, in Italia. Forti motivi di risentimento nei confronti del monarca francese, peraltro scampato ad un altro attentao organizzato nel 1855 dall’italiano Giovanni Pianori, risiedevano anche nel ruolo fondamentale che quest’ultimo aveva recitato nella sconfitta della Repubblica romana cui era seguita la restaurazione del potere temporale dei Papi nonché nel tradimento degli ideali carbonari cui in gioventù egli stesso aveva aderito.

Attorno alle 20.30 del 14 gennaio 1858, dunque, Orsini assieme ad altri due congiurati precedentemente reclutati, il nobile bellunese Carlo di Rudio ed il napoletano Antonio Gomez – un quarto componente del gruppo, il lucchese Giovanni Andrea Pieri fu fermato dalla polizia e imprigionato come clandestino poco prima dell’azione – si mischiarono alla folla che in rue Le Peletier attendeva l’arrivo della carrozza imperiale per la presentazione all’Operà del Guglielmo Tell di Gioachino Rossini. Non appena il mezzo fu a portata di tiro, i tre lanciarono altrettante bombe a mano progettate e costruite dall’Orsini stesso con un innesco al fulminato di Mercurio in grado di esplodere all’impatto. I chiodi e i pezzi di ferro con cui gli ordigni erano stati riempiti causarono una vera e propria carneficina – 12 i morti e 156 i feriti – ma Napoleone III e la consorte, protetti dalla blindatura opportunamente predisposta dal costruttore della carrozza, rimasero illesi nonostante la seconda fosse stata sbalzata dal mezzo finendo coperta dal sangue delle vittime. Approfittando del trambusto gli attentatori riuscirono a fuggire ma vennero tutti arrestati nelle ore successive nei rispettivi alberghi. A tradirli fu la gioventù e l’inesperienza del Gomez che, rifugiatosi nella vicina trattoria italiana Brogi, fu raggiunto da alcuni gendarmi e, condotto in commissariato per gli evidenti segni di nervosismo mostrati, non resistette alle pressioni dell’interrogatorio confessando i nomi dei componenti del gruppo ed i relativi alloggi.

Il breve processo che seguì fu fortemente condizionato da una opinione pubblica , in larga parte, favorevole al sovrano e nonostante la difesa del celebre avvocato Jules Favre, il quale riuscì a far apparire i congiurati non già come terroristi ma come patrioti che lottavano per liberare dall’oppressione il loro paese, Orsini e Pieri furono condannati a morte mentre di Rudio e Gomez all’ergastolo. Fu proprio allora, tuttavia, nel chiuso della sua cella alla Roquette e quando, ormai, poche ore lo separavano dalla fine del suo viaggio terreno, che Felice Orsini compì l’azione che più di ogni sua altra iniziativa avrebbe avuto la capacità di incidere sul processo unitario italiano: senza chiedere la grazia, infatti, egli redasse una lettera/testamento indirizzandola direttamente a Napoleone III e concludendola con la frase rimasta celebre: “Sino a che l’Italia non sarà indipendente, la tranquillità dell’Europa e quella Vostra non saranno che una chimera. Vostra Maestà non respinga il voto supremo d’un patriota sulla via del patibolo: liberi la mia patria e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno dovunque e per sempre”. Forse memore del suo passato rivoluzionario, l’imperatore fu tanto favorevolmente colpito da quelle parole che ne autorizzò la pubblicazione sancendo, di fatto, l’elevazione del condannato a morte ad eroe patriottico. Cavour, sempre molto attento alle dinamiche che potevano risolversi a favore delle sue intenzioni, colse la palla al balzo e tornò a far pressioni su Napoleone III per la stipula di accordi che togliessero agli estremisti la guida del movimento unitario italiano e la riponessero nelle mani della corona sabauda: tali accordi sarebbero stati effettivamente sanciti a Plombières il 21 luglio 1858.

Alle sette di mattina del 13 marzo 1858 nella piazza della Roquette e subito dopo Pieri, Orsini venne ghigliottinato dal boia Jean-Francois Heidenreich gridando con fierezza: “Viva l’Italia, viva la Francia”. Le sue richieste di essere sepolto nel cimitero di Chiswick, a Londra, ove allora riposava l’ammirato compatriota Foscolo, vennero disattese e tutt’oggi la sua salma giace in una fossa comune vicino al cimitero di Montparnasse a Parigi.

Andrea Fermi

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