L’insurrezione di Nika

Fra le risposte più semplici ma dense di significato che si usa fornire a quanti chiedano il perché dell’importanza dello studio della storia c’è senza dubbio la rilevanza dell’analisi delle dinamiche sociali, economiche e politiche che hanno determinato l’evolversi del nostro passato anche e soprattutto per comprendere il presente ed interpretare il futuro. Evidentemente non si tratta, in questo senso, di divenire dei Nostradamus né di assumere delle capacità divinatorie di sorta ma, se è vero che il percorso storico non procede in linea retta bensì secondo vie tortuose che portano sovente l’umanità a ripercorrere esperienze già vissute, di conoscere le relazioni di causalità che hanno determinato i fatti dei secoli scorsi e di leggere sulla base di tale conoscenza la contemporaneità. Corsi e ricorsi della storia si direbbe, insomma. A volte, tuttavia, certi episodi evidenziano contesti e situazioni il cui parallelismo con il nostro presente si dimostra affatto inaspettato e tale da suscitare una legittima curiosità. È il caso dell’insurrezione di Nika della cui conclusione ricorre l’anniversario il 18 gennaio.

Per ricordare tale avvenimento occorre tornare nientemeno che nella Costantinopoli del VI secolo dopo Cristo. All’epoca la capitale dell’Impero Romano d’Oriente era un centro di grande importanza, connotato da una vivace vita economica, politica, culturale e, non da ultimo, sportiva. Quei famosi circenses tanto funzionali per gli imperatori di Roma ad accattivarsi le simpatie del popolo continuavano a rivestire un ruolo fondamentale nella vita sociale degli abitanti bizantini, così appassionati, in particolar modo, alle corse delle bighe da dividersi in gruppi contrapposti sulla base delle simpatie per questa o quella parte sportiva. Secondo modalità che non possono non ricordare le questioni oggi gravitanti attorno al mondo degli stadi, dunque, tali gruppi presero ad accapigliarsi sempre più animosamente durante i giochi che si svolgevano nell’ippodromo cittadino.

A ciò si aggiunse in breve una forte radicalizzazione politica e religiosa che, nelle prime decadi del 500 D.C., contribuì alla polarizzazione del tifo nelle fazioni dei Verdi e degli Azzurri: i primi, favorevoli alla dottrina eretica del Monofisismo affermatasi nel V secolo e negante la duplice natura umana e divina di Cristo, supportavano la frangia legittimista a capo della quale erano due nipoti dell’ex- imperatore monofisita Anastasio I rappresentando, in un certo qual modo, il partito aristocratico detto anche dei “Contribuenti”; i secondi, in quel momento largamente predominanti, rappresentavano invece il partito popolare, anche detto dei “Miserabili”, ed appoggiavano  l’imperatore in carica Giustiniano. Questi, d’altra parte, era salito al potere proprio sfruttando e persino incoraggiando le turbolenze di cui si erano resi protagonisti gli “Azzurri” cui, in cambio, era stata lungamente riconosciuta una sorta di impunità per le loro azioni.

Tale situazione era divenuta così conclamata che i “Miserabili” presero a far sfoggio della loro adesione alla fazione senza timore alcuno di essere perseguiti per i loro crimini: come ci racconta lo storico Procopio di Cesarea nel suo testo Historia Arcana, costoro erano soliti portare i capelli tagliati “alla Unna”, con la frangia sulla fronte, le tempie rasate e la chioma lunga sulla nuca, o altrimenti tenevano barba e baffi alla maniera persiana. Parimenti gli abiti non erano quelli che si potevano considerare appartenenti alla consuetudine bizantina: le camicie, infatti, avevano le maniche serrate sul polso e rigonfie sulle spalle. Nel tempo questi “ultras” ante litteram formarono dei veri e propri gruppi che oggi diremmo “paramilitari” e, armati di stili a doppio taglio legati alla gamba ed altre armi occultate nei mantelli, presero a percorrere nelle ore notturne le strade cittadine, rapinando chi incontravano e talora uccidendo chi temevano li potesse denunciare.

Il moltiplicarsi delle azioni criminali e delle uccisioni soprattutto a danno dei Verdi, tuttavia, obbligarono Giustiniano ad intervenire: quello stesso imperatore che poco tempo prima era stato disposto a chiudere entrambi gli occhi sull’assassinio in pieno giorno all’interno della basilica di Santa Sofia dell’illustre personaggio bizantino Ipazio e, perfino, a far condannare per stregoneria il prefetto Teodoto che, approfittando di una sua momentanea malattia, aveva disposto l’arresto e la condanna a morte di vari “Azzurri”, ora conveniva sulla necessità di porre un freno alla dilagante criminalità. I primi di gennaio del 532, dunque, fu dato mandato al nuovo prefetto Eudemone di procedere all’arresto di alcuni tifosi di ambo le fazioni, sette dei quali furono riconosciuti colpevoli di omicidio e destinati all’impiccagione. Il 10 del medesimo mese, nel quartiere periferico di Sika, pertanto, ebbe luogo l’esecuzione: cinque dei condannati subirono come previsto la pena capitale ma l’improvvisa rottura del patibolo permise agli ultimi due, uno per parte, di fuggire e riparare anche grazie all’aiuto dei monaci di San Conone nella vicina chiesa di San Lorenzo.

Il pervicace rifiuto di Giustiniano di concedere la grazia, come richiesto in modo unitario dai “Verdi” e dagli “Azzurri”, fu il detonatore di una breve ma sanguinosa ribellione che ebbe inizio proprio all’interno dell’Ippodromo di Bisanzio il giorno successivo, data della penultima delle 24 gare previste: durante l’inaugurazione dei giochi, infatti, l’imperatore fu accolto al suo ingresso nel circo da una bordata di fischi e proteste coordinate dalle fazioni del “tifo organizzato” alleatesi per l’occasione. Le urla, gli improperi e gli slogan di rivolta si trasformarono infine in un unico potente ruggito che da tutti gli spalti prese a scandire la parola “Nika”, vinci, con cui abitualmente si incitavano gli aurighi. In breve l’insurrezione dilagò nelle piazze e nelle strade ove furono erette barricate e si registrarono scontri, saccheggi e incendi che distrussero, fra l’altro, anche la basilica di Santa Sofia. Alla motivazione che aveva acceso la miccia della rivolta si aggiunsero ben presto ragioni più profonde: il diffuso malcontento nei confronti delle politiche fiscali e dell’autocrazia imperiali, infatti, ampliarono notevolmente il respiro e la partecipazione alla sollevazione che in breve divenne autenticamente popolare.

Trovato rifugio nel suo palazzo, dopo tre giorni di reclusione forzata Giustiniano tentò di placare gli animi degli insorti promettendo un abbassamento delle tasse e soddisfacendo le richieste di rimozione di Eudemone, del prefetto pretoriano per l’Oriente Giovanni di Cappadocia e del funzionario imperiale Triboniano ai quali erano contestate le principali responsabilità nella mala gestione fiscale. Tali concessioni il cui valore investiva direttamente un piano politico di massimo livello visto il ruolo avuto dai personaggi allontanati nella redazione del nuovo codice giustinianeo, tuttavia, arrivarono troppo tardi e, soprattutto, diedero un’impressione di debolezza di cui i rivoltosi approfittarono chiedendo la destituzione dell’imperatore ed annunciando l’elezione del nipote Ipazio. Quando il quinto giorno dall’inizio dell’insurrezione i cancelli del palazzo imperiale furono abbattuti, Giustiniano si sentì perduto e progettò di abbandonare Costantinopoli facendo caricare tutto il suo tesoro su una nave pronta a salpare. Fu solo l’intervento della moglie Teodora, donna di popolo, ex cortigiana figlia del guardiano degli orsi dei giochi, che convinse l’imperatore a tornare sui suoi passi e a guadagnare tempo tramite la distribuzione del tesoro stesso ai rivoltosi. Fu proprio con tale stratagemma che Narsete, capo della difesa del palazzo imperiale, si guadagnò il favore di alcuni leaders “Azzurri” e li convinse a far convergere sull’ippodromo tutti i rivoltosi: qui gli uomini rimasti fedeli a Giustiniano e, soprattutto, l’esercito guidato da Belisario di ritorno dalla guerra persiana nel frattempo giunto alle porte della città entrarono da diversi ingressi del circo facendo strage degli insorti – 35000 persone, secondo le fonti – ed arrestando Ipazio ed il cugino Pompeo, più tardi messi a morte.

Dopo sei giorni, il 18 gennaio 532, terminava così nel sangue l’insurrezione di Nika, un’insurrezione sviluppatasi nel contesto delle tifoserie sportive bizantine che, con le dovute ed ovvie distinzioni, ci rimanda a questioni ancora aperte: nella basilica di Santa Sofia ricostruita per volere di Teodora tutt’oggi è conservata la cosiddetta “colonna piangente”, una colonna di marmo da cui l’acqua assorbita dalla pietra porosa trasuda in gocce che nella tradizione popolare sono state credute le lacrime miracolose dei rivoltosi uccisi proprio dove sorse la basilica.

Andrea Fermi

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