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Come un gatto in tangenziale // Riccardo Milani

Paola Cortellesi e Antonio Albanese hanno già sperimentato il loro sodalizio in un precedente film (Mamma o Papà?), anch’esso diretto dal regista Riccardo Milani, instaurando così un rapporto di complicità tale da riuscire a enfatizzare tutta la sceneggiatura di questa seconda commedia.

La trama è semplice e non originale, in sintesi tratta il confronto tra le diverse classi sociali, ma è il modo in cui viene raccontato a fare la differenza. Questa sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista insieme a Furio Andreotti, Giulia Calenda e la stessa Paola Cortellesi, ci espone in maniera leggera – ma non con superficialità  –  il rapporto tra la società agiata, intellettuale e benpensante del centro storico di Roma e quella disagiata, volgare e schietta della periferia, i cui rappresentanti sono qui Giovanni/Antonio Albanese, intellettuale borghese, consulente del Parlamento Europeo impegnato nella riqualificazione delle periferie, e Monica/Paola Cortellesi lavoratrice precaria, che in periferia ci vive. Più esattamente nel malfamato quartiere Bastogi, situato a Roma ovest. Ciò che accomuna i due è il ruolo di genitori separati dai rispettivi coniugi, di figli adolescenti (Agnese/Alice Maselli la figlia di Giovanni e Alessio/Simone De Bianchi il figlio di Monica) e proprio quando questi si innamorano, i loro mondi entrano in contatto. A questo punto in comune hanno anche la preoccupazione e la speranza che la relazione tra i due ragazzi sia di brevissima durata “come un gatto in tangenziale”, per dirla con le parole di Monica…

Questa commedia funziona grazie ai diversi punti di forza strettamente connessi tra loro: la forte intesa tra i due protagonisti; il ritmo sostenuto e l’assenza di tempi morti, così da conferire forza tanto alle gag tra la Cortellesi e Albanese con ritmi comici perfetti, quanto ai tempi lunghi, silenziosi e significativi in alcune scene tutt’altro che comiche; l’attenzione ai personaggi secondari, perfettamente in linea col contesto di provenienza ma senza diventare macchiette, come Luce/Sonia Bergamasco la ex moglie di Giovanni, radical chic trasferitasi in Provenza a coltivare lavanda per produrre essenze, che sembra vivere in una realtà parallela finché non entra in contatto con la vita reale della figlia e della periferia romana. Forse l’unica eccezione è incarnata dalle due sorelle di Monica, ladre recidive, e ancor di più da Claudio Amendola, nel ruolo del marito di Monica, che risulta un po’ troppo sopra le righe… ma questo non disturba in un contesto così equilibrato.

E’ proprio l’equilibrio, infatti, a rendere questa commedia vincente. Non solo nell’interazione tra i vari personaggi, non solo nel renderli credibili (a mio avviso Paola Cortellesi dovrebbe partecipare più spesso alle sceneggiature dei film che interpreta) ma anche nel trattare un tema così controverso; Milani non risparmia frecciate a nessuno: non di certo all’ipocrita società borghese che predica bene, sponsorizzando la contaminazione sociale (vedi Giovanni e Luce) senza però alcuna consapevolezza reale, e neanche ai meno abbienti che si adagiano nella loro condizione senza nemmeno provare a migliorarla (vedi Monica), a volte per disincanto, altre per indolenza. Anche qui, il regista non esagera, perché il suo non vuole essere un tono accusatorio ma anzi, l’intento è quello di offrire una visione distaccata e quindi obiettiva, equilibrata, di due condizioni diverse a confronto. Obiettivo raggiunto, a mio avviso.

Francesca Micci

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