Alle origini della giornata della memoria: la liberazione di Auschwitz

Come di certo è noto ai più questa settimana e, precisamente, il 27 gennaio cade la ricorrenza di una data che a partire dal 1° novembre 2005, da quando cioè l’Assemblea generale delle Nazioni Unite tramite la risoluzione 60/7 ne ha stabilito la celebrazione ufficiale su scala internazionale, è divenuta assai rilevante nella valorizzazione del ricordo di una delle pagine più drammatiche dello scorso secolo: la giornata della memoria. In tale occasione, infatti, come il nome stesso suggerisce, viene celebrata la memoria dell’Olocausto e di quanti morirono nei Lager nazisti durante la seconda guerra mondiale.

La scelta di questa data, ovviamente, non è casuale: secondo una sorta di “litote storica”, le delegazioni dei vari Stati all’ONU stabilirono di riconoscere nel giorno della liberazione di Auschwitz, il più grande e tristemente noto campo di concentramento nazista, il simbolico riferimento all’intero fenomeno concentrazionario. Nel nostro Paese, in verità tale decisione era stata operata già qualche anno prima quando, dopo una lunga discussione, il Parlamento aveva scelto il medesimo episodio storico per istituire una ricorrenza dedicata alla memoria di quegli italiani che furono deportati ed uccisi per ragioni razziali, belliche o politiche. In tal senso la medesima opzione riguardante il campo di Auschwitz ben ci dimostra come quest’ultimo avesse assunto nell’immaginario collettivo un valore fortemente rappresentativo della tragedia dell’Olocausto. Esso, d’altra parte, condensava su scala macroscopica tutta la barbarie che il pensiero nazista era stato in grado di produrre.

Il primo nucleo di quella che nel volgere di pochi mesi sarebbe divenuta la più grande fabbrica di morte che la mente umana abbia mai concepito, fu fondato già il 20 maggio 1940 e divenne operativo il 14 del mese successivo dopo che circa trenta detenuti tedeschi ed alcune centinaia di detenuti politici polacchi furono deportati in loco per riconvertire delle caserme parzialmente distrutte dai bombardamenti in luoghi di detenzione. Quello che più tardi sarebbe stato conosciuto come “Auschwitz 1” fu concepito come campo di concentramento destinato, in un primo momento, ai membri della resistenza polacca cui, successivamente, si aggiunsero prigionieri politici, criminali comuni e i così detti “asociali”, termine con cui si designavano genericamente mendicanti, prostitute, omosessuali, Rom, testimoni di Geova ed ebrei. Il campo, sul cui ingresso campeggiava la tristemente nota scritta “Arbeit macht frei” voluta da Rudolf  Höss, primo comandante di Auschwitz, ospitò mediamente fra i 13.000 e i 16.000 internati sebbene nel 1942 si arrivò alla cifra di 20.000. Le loro condizioni di vita erano atroci: il sovraffollamento delle baracche (block) che costringeva molti detenuti a condividere i già miserevoli letti a castello fatti di assi di legno e paglia, le precarie condizioni igieniche, la rigidità delle temperature invernali, l’insufficiente nutrimento e i ritmi di lavoro che superavano le 10 ore giornaliere con due sole domeniche di riposo al mese – riposo peraltro destinato alla pulizia personale e a quella del campo –, contribuirono a far si che i tassi di mortalità si mantenessero altissimi fin dai primi mesi di funzionamento. Drammatica riprova ne fu la costruzione di un crematorio dotato di tre forni, ciascuno dei quali a doppia muffola commissionato alla ditta J. A. Topf und Söhne il 10 giugno e installato entro il 23 settembre 1941, data della prima cremazione conosciuta. Al forno si sarebbe presto aggiunta la prima ed unica camera a gas di Auschwitz 1.

Eppure ancora fino agli ultimi mesi del 1941 il campo non era ancora automaticamente luogo di morte: come appare evidente da quanto riportato, infatti, il campo svolgeva la funzione di luogo di concentramento di detenuti che venivano sfruttati come manodopera. Le intenzioni di invadere l’Unione Sovietica con l’“Operazione Barbarossa” e, più ancora, gli esiti dell’invasione stessa, tuttavia, cambiarono radicalmente le direttive del partito hitleriano che, in poco tempo, vide aumentare a dismisura il numero di prigionieri e persone da destinarsi ai campi. Non a caso, secondo quelle che erano state le disposizioni del gerarca nazista Himmler divenute operative già dal marzo ’41, a tre chilometri da Auschwitz, nella cittadina di Birkenau, furono avviate le procedura per l’allestimento di un nuovo campo la cui iniziale funzione di concentramento dei prigionieri sovietici si sarebbe tramutata ben presto nell’eliminazione sistematica dei detenuti anche e soprattutto ebrei. L’orrenda necessità di “fare spazio” ad una massa di internati in costante crescita, infatti, contribuì a far sì che il partito nazionalsocialista abbandonasse definitivamente le ipotesi “antieconomiche” di deportazione in un paese extraeuropeo – il Madagascar in particolare – delle popolazioni di religione giudaica catturate durante le operazioni belliche optando, come già era stato sostenuto anni prima nel Mein kampf di Hitler, per una “soluzione finale” che ne avrebbe significato lo sterminio fisico. Sebbene non vi siano documenti scritti che certifichino tale decisione con tutta probabilità questa venne presa negli ultimi mesi del ’41 e concretamente pianificata durante la conferenza di Wansee svoltasi il 20 gennaio 1942.

Tutto ciò avveniva, dunque, poco dopo il 7 ottobre 1941, data in cui il nuovo campo di Birkneau fu reso operativo. Le dimensioni del complesso erano enormi: circa 2 per 2,5 chilometri circondati da filo spinato elettrificato ed in grado di contenere in vari settori rigidamente compartimentati fino a 100.000 internati. Il sito era stato selezionato poiché servito da uno scalo ferroviario, aspetto questo rivelatosi affatto funzionale all’industrializzazione dello sterminio che ebbe inizio in modo organico nella primavera del ’42: i convogli di deportati che fino ad allora erano stati costretti a fermarsi nei pressi del sito di Auschwitz 1, potevano in tal modo giungere direttamente ad una piccola banchina, tristemente nota come “rampa degli ebrei”, nei pressi dello scalo merci della cittadina di Oświęcim ed a soli 800 metri dal campo; qui i detenuti venivano rapidamente smistati da alcuni medici delle SS e divisi fra coloro che erano ritenuti idonei al lavoro e, quindi, sfruttabili come manodopera, e quanti, invece, erano da destinarsi direttamente alle  camere a gas.

I primi venivano spogliati di tutti i loro averi, vestiti e documenti di identità, rasati, lavati nelle docce e quindi rivestiti con zoccoli, pantaloni ed una semplice casacca con il simbolo di riconoscimento relativo alle ragioni del loro internamento; infine, come massima espressione di spersonalizzazione, venivano tatuati con un numero che diveniva il loro identificativo. A quel punto la loro destinazione poteva essere Auschwitz 1, un ulteriore campo di lavoro sorto a circa sette chilometri dal primo, nella vicina cittadina di Monowitz ove era in costruzione l’enorme impianto chimico Buna Werke di proprietà della IG Farben o qualcuno dei 45 sottocampi in cui i detenuti erano impiegati in attività agricole e di allevamento. Coloro i quali non erano considerati abili ad alcun impiego, invece, venivano condotti a piedi o in grossi camion all’altra parte del campo ove erano collocate le camere a gas. Introdotti in uno stanzone camuffato da spogliatoio con tanto di targhette multilingue relative al successivo recupero degli abiti, i deportati si spogliavano delle loro vesti per poi accedere a dei locali apparentemente adibiti a docce: spente le luci, tuttavia, dai rubinetti non usciva l’acqua ma il letale gas Zyklon-B che, a partire dal 3 settembre 1941, data in cui fu sperimentato per la prima volta proprio ad Auschwitz su un gruppo di 600 prigionieri sovietici e 300 ebrei, avrebbe causato la morte di milioni di persone.

Il rapporto medio fra quanti furono ritenuti idonei al lavoro e quanti no cambiò continuamente durante tutto il corso del conflitto in stretta connessione con le necessità dell’industria bellica tedesca. Si pensi che nella primavera/estate del ’44, quando i convogli provenienti dall’Ungheria divennero tanto numerosi da giustificare il prolungamento della ferrovia direttamente dentro Birkenau, si ebbero casi di interi convogli destinati direttamente allo sterminio senza nessuna selezione a causa del sovraffollamento del campo e del previsto arrivo in breve tempo di altri treni. In termini di numeri assoluti, ad ogni modo, recenti stime hanno quantificato che nei circa tre anni di attività il campo di Birkenau inghiottì ed incenerì fra 1100000 e il 1500000 deportati.

Nel novembre 1944, con l’approssimarsi dell’Armata Rossa, il gerarca nazista Himmler dispose la sospensione delle operazioni di sterminio e la preparazione della smobilitazione di Auschwitz. Ciò significava in primo luogo eliminare le prove di quanto era avvenuto: a Birkenau furono così distrutti i quattro grandi forni con annesse camere a gas costruiti nella primavera del ’43  nonché l’unica camera a gas ancora in funzione delle due provvisoriamente allestite in altrettante fattorie del campo nella prima metà del ’42. A rimanere intatta fu, dunque, solo la camera ed il forno di Auschwitz 1, riconvertita a rifugio antibomba. Attorno alla metà del gennaio successivo, con l’ulteriore avanzamento delle truppe sovietiche, giunse infine da Berlino l’ordine di evacuazione:  circa 60.000 internati ancora presenti nel complesso furono costretti ad abbandonare le loro baracche nel cuore dell’inverno polacco e dirigersi verso ovest. Durante quelle che sarebbero divenute note come le “marce della morte” diverse migliaia di prigionieri perirono, uccisi dal freddo, dagli stenti o dalle pallottole delle SS che non ammettevano alcun rallentamento.

Quando il 27 gennaio 1945 l’avanguardia dell’Armata Rossa impegnata nell’avanzata dalla Vistola all’Oder giunse ad Auschwitz, dunque, i soldati della LX armata del I fronte ucraino si trovarono di fronte ad uno scenario agghiacciante. Non era il primo campo che vedevano ma quelli precedentemente liberati – quali ad esempio Chelmno e Belzec – erano decisamente più piccoli e, soprattutto, erano destinati esclusivamente allo sterminio, aspetto questo che aveva ridotto al minimo il numero di superstiti ritrovati. Nei 40 chilometri quadrati di Auschwitz, invece, i soldati sovietici si trovarono di fronte a circa 7.000 sopravvissuti ridotti in condizioni miserrime, per lo più gravemente malati ed abbandonati al loro destino dai tedeschi in ritirata: da essi, dai loro volti e dai loro racconti poterono apprendere e documentare per primi gli orrori dello sterminio nazista schiudendo così al mondo intero le porte di un inferno indicibile la cui esistenza rimarrà per sempre un’onta indelebile nella storia dell’umanità.

In chiusura di questo articolo dedicato alla giornata della memoria vogliamo riportare la poesia di uno dei più noti sopravvissuti al campo di Auschwitz-Monowitz, Primo Levi, autore del testo “Se questo è un uomo” in cui fu raccontata l’esperienza del campo di concentramento. Il componimento, dal medesimo titolo del libro, rappresenta un imperituro monito al ricordo.

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

(Primo Levi, 1947)

Andrea Fermi

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